Un dolce di fine pasto potrà mai trasformarsi nella portata principale della serata? È con questa domanda che formalizzo i miei dubbi sulla nuova formula del Tavolo di Che Tempo Che Fa.
Scorporato dalla serata della domenica e collocato al mercoledì, il segmento della trasmissione condotta da Fabio Fazio da questa stagione fa storia a sé, in modo simile a come era successo nel 2017, quando Che Tempo Che Fa era stato spezzato in due, in onda sia alla domenica che al lunedì in seconda serata su Rai1. Simile l'esperimento, simili le perplessità di chi scrive. Beninteso: non si pone una questione di ritmo della trasmissione, né la qualità dei suoi interpreti, volti fissi ed ospiti a giro che garantiscono dinamiche rodate e permettono a Fazio di condurre con la mano sinistra.
Il tema è di architettura televisiva. Il Tavolo non è mai stato un format autonomo, è invece un’appendice off. La sua vera forza risiedeva nell'essere un momento defatigante dopo ore di attualità, una decompressione dopo una serata fatta anche di impegno e serietà.
Il valore dello "sbottonarsi"
Nella sua collocazione naturale, Il Tavolo è un dopocena: un appuntamento post serata in cui gli invitati si concedono un bicchiere, allentano il nodo della cravatta, tolgono le scarpe scomode e si lasciano andare a qualche deliziosa sgrammaticatura. La sua sostanza di raffinatissimo divertissement nasceva tutta lì, nello strappo alla regola.
Ma se viene a mancare l'abbottonatura formale dell'intervista istituzionale, da cosa ci si sbottona? Se si cancella il cerimoniale della domenica, come si fa a dissacrarlo? Senza la "messa cantata" dell'attualità a fare da contrappeso, Il Tavolo rischia di trasformarsi in uno sketch perenne che ha smarrito la sua funzione catalizzatrice. Manca quel contrasto tra il rigore e la goliardia che trasformava una semplice chiacchierata tra amici in un piccolo evento televisivo.
La logica del palinsesto contro il linguaggio TV
Dal punto di vista industriale, la mossa di Warner Bros. Discovery di doppiare Fazio è inattaccabile. Per una rete in crescita, usare un brand prestigioso per accendere il mercoledì sera è un calcolo comprensibile, poco conta se i numeri della prima puntata sono stati modesti: la forza dell'abitudine e la caratura del cast permetteranno con ogni probabilità al programma di prendere quota e diventare una certezza di palinsesto. È lecito però chiedersi quanto questa operazione rischi di impoverire il format. Se l'appuntamento domenicale non sembra aver subito contraccolpi negli ascolti, pur perdendo una parte di sé, la frammentazione del brand rischia di depotenziare l'impatto sul pubblico di quel Tavolo che è, con ogni probabilità, il miglior format televisivo degli ultimi anni.
La promessa mancata della sperimentazione
Resta infine un interrogativo sulla funzione di Fabio Fazio nell'ecosistema del Nove. Quando tre anni fa il conduttore è arrivato sulla TV commerciale, l'ambizione dichiarata era quella di portare in dote il suo tesoretto di pubblico con Che Tempo Che Fa e al contempo aprire una stagione di sperimentazione oltre i propri confini consolidati. Di quella voglia di rischiare, però, non c'è traccia. Fazio ha preferito perimetrare le sue certezze, riproponendo un modello collaudato e ora spalmandolo su più serate. Una scelta legittima a tutela del successo, certo, ma che rischia di determinare l'effetto catena di montaggio su uno dei migliori pezzi di artigianato della Tv d'autore.