Morto Fabio Grossi a 68 anni: dalla commedia anni Ottanta al teatro con Leo Gullotta, di cui era compagno
Nel curriculum di Fabio Grossi convivono due mondi che quasi mai si parlano: quello dei Pierino e quello di Pirandello. L'attore, regista e drammaturgo romano è morto a 68 anni, e la notizia ha cominciato a circolare sui social prima di essere confermata dai familiari. Era nato a Roma il 29 gennaio 1958. Dal 1980 divideva la vita e il palcoscenico con Leo Gullotta, con cui si era unito civilmente nel 2019, dopo oltre quarant'anni di convivenza.
Il teatro L'Istrione, che ha diffuso uno dei primi messaggi di cordoglio, lo ha ricordato come "un amico, un uomo generoso dal cuore nobile", stringendosi alla famiglia e a Gullotta. Grossi e Gullotta si erano conosciuti a teatro all'inizio degli anni Ottanta. Sono stati insieme dal 1980, l'unione civile è arrivata solo nel 2019, quando la legge lo ha permesso. Gullotta, che aveva fatto coming out nel 1995, lo ha raccontato senza retorica: "Ci sono voluti trent'anni per la legge sulle unioni civili".
La carriera: il debutto con Pirandello, poi Ronconi
Grossi non arriva dallo spettacolo leggero, anche se è lì che il grande pubblico lo incrocia per la prima volta. Comincia prendendo lezioni private da ragazzino e debutta in palcoscenico nel 1977, a diciannove anni, in L'uomo, la bestia e la virtù diretto da Edmo Fenoglio. Con lo stesso regista torna l'anno dopo in Le pillole di Ercole. Nel 1979 viene diretto da Luca Ronconi per L'uccellino azzurro di Maeterlinck: un apprendistato di alta scuola, prima ancora di aver compiuto ventidue anni.
I Fichissimi, Pierino, W la foca: il 1981 di un caratterista ventitreenne
Il 1981 è l'anno in cui Fabio Grossi entra e resta nell'immaginario di chi guardava i film di seconda visione. Esordisce in Mia moglie torna a scuola di Giuliano Carnimeo, e nello stesso giro di mesi lo si vede in L'onorevole con l'amante sotto il letto di Mariano Laurenti, in Pierino contro tutti di Marino Girolami, in Teste di quoio di Giorgio Capitani, in I carabbimatti di nuovo con Carnimeo. Soprattutto, è nel cast de I fichissimi di Carlo Vanzina, il film che codifica lo scontro tra "fichetti" e "cozzari" e diventa citazione permanente. L'anno successivo tocca a W la foca di Nando Cicero.
È l'ultimo tratto della parabola della commedia all'italiana, quello in cui il genere si è già trasformato in commedia sexy e in comicità di consumo. Grossi ci lavora dentro con i registi che quel filone lo hanno costruito: Laurenti, Cicero, Capitani, Carnimeo, Girolami. Ruoli spesso brevi, il classico apprendistato del caratterista giovane, che però in quegli anni significava girare a ritmo industriale e imparare i tempi comici sul set. Nel 1989 Nanni Loy lo chiama per Scugnizzi, set condiviso proprio con Leo Gullotta, e da lì il repertorio cambia peso.
Alla stessa stagione appartiene una delle sue prove più ascoltate e meno riconosciute: la voce italiana di Carluccio, il genero insopportabile di Lino Banfi in Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio. Nel doppiaggio firmerà anche Donovan Scott in Scuola di polizia e l'orco Cuciny in una delle appendici di Shrek.
La svolta da regista
Dai primi anni Duemila Grossi sceglie la regia e la drammaturgia, e il baricentro torna al teatro. Dirigerà Leo Gullotta in più di vent'anni di allestimenti. Sempre con Gullotta produce nel 2011 il documentario In arte Lilia Silvi, che l'anno seguente vince il Nastro d'Argento come miglior documentario sul cinema. Nel 2013 dirige Un sogno in Sicilia, sul lavoro e sulle prospettive dei giovani artisti dell'isola.