Il caso Monteleone e la clausola del “minimo garantito”: perché la Rai non chiude Filorosso
Quello di Antonino Monteleone in Rai sta diventando un vero e proprio caso, politico e industriale. Il giornalista, alla guida di Filorosso su Rai 3, è ormai al centro di un fuoco incrociato di polemiche che travolgono la linea editoriale, la collocazione d'area e, soprattutto, i risultati Auditel. Da quando è partita questa stagione, il programma non riesce infatti a staccarsi da dati d'ascolto a dir poco drammatici, spesso sotto la soglia del 3% di share.
Un'impasse che ha fatto esplodere la protesta istituzionale e sindacale nelle stesse ore. Giovedì 15 ottobre sono arrivati prima gli attacchi durissimi degli esponenti del Partito Democratico in Commissione di Vigilanza Rai, che hanno contestato l'ostinazione dell'Azienda nel mantenere in prima serata sia Filorosso sia Patù (il nuovo contenitore di Rai 2 condotto da Roberto Inciocchi, fermo a un deludente 1.2% nelle prime puntate).
A stretto giro è poi arrivata la nota dell'Esecutivo UsigRai, che ha trasformato il malessere interno in un'accusa diretta ai vertici di Viale Mazzini: "Da dipendenti Rai soffriamo nel vedere trasmissioni come Patù su Rai2 che supera di poco l'1% di share o come Filorosso che non riesce a raggiungere nemmeno il 3%. In questo caso c'è un conduttore pagato oltre 300mila euro a stagione (cifra mai smentita e molto più alta del compenso dell'amministratore delegato della Rai) che, nonostante i reiterati flop, viene confermato in prima serata solo perché organico alla narrazione sovranista e filogovernativa imposta da questo vertice aziendale".
Lo scontro sui compensi e il "muro" della trasparenza
La denuncia del sindacato va oltre la critica d'ascolto e tocca la governance aziendale. Secondo l'UsigRai, mentre la Rai sottoscrive compensi a cinque zeri per i volti esterni, opporrebbe un netto rifiuto alla richiesta dei consiglieri d'amministrazione (Di Majo, Di Pietro e Natale) di accedere agli atti per conoscere nel dettaglio le cifre destinate a conduttori e autori. Una mancanza di trasparenza denunziata a più riprese anche all'attenzione della Vigilanza e che rischia, sottolinea il sindacato, di scaricare sui dipendenti i futuri conti d'azienda. Ma la domanda che molti si pongono in queste ore è squisitamente editoriale: quale altro programma, con numeri così bassi, sarebbe rimasto acceso in prima serata senza subire una chiusura o un ridimensionamento?
Il nodo del contratto: la blindatura del "minimo garantito"
La risposta sta nel tipo di accordo che legherebbe la Rai a Monteleone, conduttore esterno al servizio pubblico. A fare da scudo al programma vi sarebbe infatti una specifica clausola contrattuale: quella del minimo garantito.
In ambito televisivo, il minimo garantito è una tutela economica che assicura al professionista una somma fissa e predeterminata a prescindere dall'effettiva messa in onda, dal numero di puntate realizzate o dai risultati d'ascolto portati a casa. Una blindatura che di fatto toglie all'Azienda qualsiasi convenienza economica nel cancellare lo show: chiuderlo per bassi ascolti significherebbe dover pagare comunque l'intero compenso al conduttore, aggiungendo al danno Auditel la beffa di dover finanziare un programma sostitutivo.
Un legame che diventa una trappola
Il filo che lega Monteleone alla Rai si rivela così a doppio taglio. Da un lato c'è l'impronta politica, ovvero la narrazione di una presenza "blindata" dai vertici filogovernativi, che alimenta un pregiudizio cronico verso il suo operato e rende il clima attorno al programma irrespirabile. Dall'altro c'è la freddezza dei numeri, che trasformano ogni martedì sera in un calvario mediatico. Monteleone si ritrova così ingabbiato in un ruolo difficile: difendere un prodotto che il pubblico rifiuta, sorretto da una garanzia contrattuale e politica che rischia di diventare la sua stessa condanna reputazionale.