Una linea di frattura invisibile ma profonda attraversa in queste ore il sistema dell'informazione e dell'intrattenimento italiano, e il caso che ha visto protagonista Pierluigi Diaco ne è il sintomo più nitido. L'ormai celebre intervista-inquisizione all'ex sacerdote Alberto Ravagnani, mirata a stanare il silenzio dell'ospite sulla propria sfera privata, ha generato un effetto domino che merita di essere analizzato ben oltre la semplice cronaca televisiva.
Il silenzio della Tv e il tribunale della rete
Il primo dato emblematico di questa vicenda risiede nella reazione (o meglio, nella non-reazione) del mondo televisivo. All'interno degli studi e dei palinsesti, della polemica sul trattamento riservato a Ravagnani non si è praticamente parlato. Una scelta dettata da una prevedibile logica di autoconservazione corporativa che spinge la televisione a fare quadrato, a rimuovere il corpo del reato per non ammettere le crepe del sistema. Sicuramente nei prossimi giorni pillole di ironia arriveranno, ma per ora nulla di clamoroso.
Fuori dal perimetro catodico, al contrario, il mondo è andato in ebollizione. Sulle piattaforme social, la notizia ha assunto proporzioni tali da cannibalizzare quasi interamente il dibattito pubblico nostrano, riuscendo nell'impresa di eclissare persino il flusso informativo legato alle elezioni americane. Un segnale inequivocabile che ci racconta di una divaricazione netta, e forse definitiva, tra due universi: quello della televisione generalista e quello di chi la televisione la guarda, la subisce o la contesta online.
Una sequenza di distacchi generazionali
Questo episodio non è un corpo estraneo, ma si inserisce in una perfetta continuità sociologica con diversi eventi delle ultime settimane. Dal caso di Bruno Vespa e la predica alla rappresentante di studentesse e studenti Sabrina Brizzola a quello di Diaco con Ravagnani, la televisione sta accumulando una serie di momenti capaci di produrre un distacco quasi incolmabile da chi la televisione dovrebbe guardarla domani. E così l'ecosistema mediatico viene scosso da uno scontro tra due placche tettoniche, quella dei social e quella della Tv, con la prima intenzionata a dare alla seconda una spallata definitiva dopo anni di civile convivenza e convenienza.
Il paradosso di Diaco: l'inconsapevolezza digitale
In questo quadro di scontro tra mondi paralleli, la figura di Pierluigi Diaco assume un contorno quasi kafkiano. Molti si sono chiesti come sia stato possibile il silenzio di Diaco dopo l'accaduto, se non per la risposta a Milly Carlucci che è il segno di una lotta televisiva più che di un commento al suo comportamento in onda. Ma una risposta possibile c'è, perché a rendere la distanza siderale tra la televisione e la rete è un dettaglio biografico non secondario: Diaco i social network non ce li ha.
Il conduttore ha più volte rivendicato con fierezza il proprio distacco da quegli strumenti, bollati in passato come entità tossiche e dannose, scegliendo di ignorarne persino l'esistenza e le dinamiche. Ed è proprio questa totale impermeabilità digitale che spiega l'imperturbabilità del protagonista in queste ore: Diaco non risponde alle critiche feroci della rete semplicemente perché, per lui, quel mondo non esiste e non è mai stato degno di essere abitato.
Un'indifferenza che, se da un lato preserva il conduttore, dall'altro fotografa impietosamente il limite strutturale di una televisione che continua a parlare a un Paese che non c'è più, chiudendosi nel proprio fortino e scambiando l'isolamento per autonomia.