Simone Tomassini: “Il manager di Vasco mi investì e da lì partì tutto. Music Farm? Vivevamo blindati”

“Non c’è stato alcun black-out, semmai sono stato io a spegnere le luci”. A puntualizzarlo è Simone Tomassini, che nel 2008, all’apice del successo, scese dalla giostra, complice un doppio dramma familiare che gli portò via in meno di un mese sia il nonno che il padre.
Un avvenimento che ha cambiato nel profondo l’artista comasco, che da quel momento ha ridisegnato la sua vita, fissando nuovi paletti e obiettivi. “Sono certo di essermi salvato – confida Simone a Fanpage.it – prima di quell’evento avevo una visione offuscata del successo. Non riuscivo a trovare la mia anima”.
A quasi 52 anni, Tomassini fa un bilancio sereno della sua carriera, aiutato da una serenità che l’ha sempre contraddistinto e che è stata il dettaglio identificativo della sua musica. “Mi avvicinai a questo mondo da piccolissimo, iniziando a frequentare privatamente il Conservatorio. In seguito, studiai per tanti anni nella Nuova Accademia di Musica Moderna di Milano, che aveva come rettore Tullio De Piscopo. A 13 anni mi iscrissi alla Siae proprio grazie a lui, che un pomeriggio mi ascoltò mentre suonavo un mio pezzo. Tanti anni dopo lo rividi ad uno spettacolo di Radio Italia e si ricordò dell’episodio. Un grandissimo”.
Ottenuto il diploma di ragioneria, Simone ingranò la marcia e si mise a fare sul serio: “Cominciai ad esibirmi nei locali. Allora la gavetta era fondamentale e accettavo proposte anche per pochissimi soldi. In genere eseguivo delle cover”. E fu in quel periodo che giunse il “no” ad una grande offerta, apparentemente irrinunciabile. “Avevo frequentato l’Accademia di Sanremo ed ero stato notato da diversi discografici che volevano farmi firmare un contratto editoriale. Avevo appena 18 anni e mi ero messo in mostra con diversi brani scritti da me”.
Cosa ti trattenne?
Ero in treno, con la penna in mano, il contratto davanti agli occhi e mio padre di fianco. Lui spingeva affinché firmassi, eppure qualcosa mi bloccò. ‘Papà, sono ancora un bambino’, gli dissi. Mio padre mi spiegò che avrei potuto non godere di una seconda possibilità. Però non mi sentivo pronto.
Ti sei mai pentito di quella decisione?
No. La vita mi ha premiato ugualmente, permettendomi di approdare a Sanremo a 28 anni. È stato giusto così. Leggo tanti sfoghi di giovani artisti che vengono lanciati e poi mollati e dimenticati un secondo dopo. Se intorno a te non hai persone capaci di sostenerti, rischi di subire seri crolli psicologici. E temo che mi sarebbe capitato proprio quello.
Sembra assurdo, ma la svolta arrivò grazie ad un incidente.
Camminavo a Milano in Piazzale Loreto e stavo andando a proporre ad un discografico il disco che mi ero autoprodotto. Attraversai la strada senza guardare e fui centrato dall’auto di Enrico Rovelli, storico manager di Vasco. Caddi a terra, ma fortunatamente non mi feci niente.
L’incontro della tua vita.
Scese dalla macchina incazzatissimo, però poi ci recammo al bar, ci tranquillizzammo e parlammo. Gli spiegai che facevo il cantante e mi lasciò il suo numero, dandomi un appuntamento al quale non si presentò.
Non ti desti per vinto.
Esatto. Ormai conoscevo la sua auto, mi sedetti sul cofano e lo attesi per ore. Non avevo niente da perdere. Quando si palesò discutemmo e, quasi per stizza, gli lanciai il mio cd dentro la macchina. Non ci sentimmo per tutta l’estate, fino a quando verso ottobre mi ricontattò.
Cos’era successo?
Devo ringraziare il figlio Fabio, che si innamorò letteralmente di ‘È stato tanto tempo fa’. Aveva trovato il cd e per tutta l’estate aveva intonato quella canzone a tal punto da incuriosire Enrico. Era il 2003 e da lì partì tutto.
Il primo obiettivo fu il Festival di Sanremo.
Il direttore artistico era Tony Renis e partecipai a tutte le selezioni. Lo preciso perché qualcuno può pensare che Vasco potesse avermi raccomandato. Nient’affatto.
Quell’edizione venne boicottata dalle case discografiche e non uscì un cast di primissimo piano.
Personalmente non me ne fregava un cazzo (ride, ndr)! Ero un emerito sconosciuto sbucato dal nulla, che si ritrovava sul palco dell’Ariston. Che in gara con me ci fosse Jovanotti o Pinco Pallo non mi interessava. In ogni caso, ritengo quel Festival valido, seppur sfortunato. Vinse Marco Masini con ‘L’uomo volante’ e ne fui felicissimo, ma non vanno dimenticate nemmeno le partecipazioni di Neffa, Daniele Groff, Paolo Meneguzzi, Bungaro. Tutti loro presentarono bellissime canzoni. Renis si concentrò sulla qualità dei brani e forse a qualcuno questo metodo diede fastidio.
Gli ascolti crollarono a picco.
Ripeto: io giocavo un altro campionato e quell’aspetto non mi ha mai toccato. Va detto comunque che ci fecero la guerra schierando una controprogrammazione allucinante. Dall’altra parte mandarono in onda di tutto, persino il ‘Grande Fratello’, che non aveva lo scarso seguito che ha oggi.
Al “DopoFestival” incrociasti Bruno Vespa.
Fu divertentissimo. Mi chiese di esibirmi e mi indicò una chitarra. Gli risposi che non potevo usarla perché ero mancino. Venne fuori un lungo siparietto dove gli spiegai le differenze tra una chitarra per destrimano e una per mancini. Se fossero esistiti i social sarebbe diventato un meme virale in pochissimi istanti.
Nella serata finale tra i super-ospiti spuntò Lionel Richie.
Altra scena assurda, devastante! Dovevo cantare ed ero tesissimo, pieno di adrenalina in corpo. Prima dell’ingresso abbracciai gente a caso, tra cui questo signore di colore, affiancato da due gorilla. Non lo riconobbi. Rientrato dietro le quinte, dopo l’esibizione, la stessa persona si avvicinò esclamando ‘great song!’. Solo in quel momento capii di aver stretto a me Lionel Richie. All’epoca non si potevano scattare i selfie, quindi sono tutti flash meravigliosi che tengo impressi nella mente.
Ti classificasti al dodicesimo posto.
Fu l’ultimo dei miei pensieri. Il mio Festival l’avevo già vinto. Arrivavo da un piccolo paese e avevo tagliato il mio traguardo. Mi sentivo come Rocky nel finale del primo capitolo, quando lo intervistano e lui continua a ripetere che se ne fotte del futuro, mandando via il giornalista.
A distanza di pochi mesi si spalancarono le porte del “Festivalbar”.
Partecipai con ‘Il mondo che non c’è’ e l’anno seguente con ‘Quando sei ragazzo’. La primissima uscita avvenne a Catania e, sul fronte mediatico, una volta cantato non fui più quello del giorno prima. Mi sono goduto tutto, senza mai pretendere nulla.
Per quattro anni apristi i concerti di Vasco Rossi. Un po’ di popolarità l’avevi già riscontrata.
Non credere. Nel 2004 Sanremo si svolse a marzo e nei dieci stadi precedenti venni accolto come un perfetto sconosciuto. E anche dopo il Festival non è che avessi tutto questo repertorio. Le cose cambiarono dal 2005, quando i brani all’attivo cominciarono a diventare consistenti. Ma le mie aperture non superavano mai i 15-20 minuti.
Ribeccasti Simona Ventura a “Music Farm”. Perché la scelta di prendere parte ad un reality?
Rispetto alla prima edizione di Amadeus, si pensò ad una versione diversa. La parte sulla ginnastica e la forma fisica venne quasi azzerata, a vantaggio della musica. Simona e Giorgio Gori pensarono ad una sorta di ‘Canzonissima’ degli anni 2000.

Temesti il pregiudizio?
Quelli che ora venderebbero la mamma per fare un reality allora ti prendevano per pazzo. C’era una diversa percezione, nessuno voleva farlo e se lo proponevi a determinati artisti reagivano scioccati. Per me fu un’occasione per farmi ulteriormente conoscere, ma ammetto che prima di accettare ne discussi a lungo con Rovelli. Determinante fu la presenza di artisti che stimavo come Fausto Leali, Mietta, Iva Zanicchi, Mariella Nava, Francesco Baccini. Era un cast di alto valore.
Otto settimane di reclusione e, in mezzo, anche la morte di Papa Wojtyla.
Fummo davvero blindati, non ci fu alcun tipo di coinvolgimento dall’esterno. Era come essere in galera, non sapevi niente. Ogni 15 giorni potevi telefonare a casa, affiancato da un autore che ascoltava la chiacchierata. Quando Giovanni Paolo II morì ci avvisarono e potemmo assistere al funerale in tv. Saltammo una puntata e prorogarono il programma di una settimana. Fu una sensazione strana.
Nel 2008 cambiò tutto.
Ero ai primi posti con ‘Niente da perdere’ e stavo per realizzare il mio nuovo disco quando si presentò questa doppia mazzata. Senza le persone care vicine nulla aveva più senso.
Facesti morire l’artista Simone.
Lo uccisi volontariamente, per far nascere Simone Tomassini. Fosse dipeso dagli altri, avrei dovuto proseguire senza batter ciglio, in fondo ero una gallina dalle uova d’oro.
Invece ci fu il reset.
Rovelli comprese le mie necessità, ma mi avvisò: ‘Se scendi dal carrozzone, poi sarà difficile risalirci’. A me la fama non è mai interessata. Non ho mai temuto di essere dimenticato, molti della mia generazione sono così disperati da doversi intrufolare in qualsiasi trasmissione. Sembra una rincorsa al presenzialismo.
Analizzando quel monito col senno di poi, forse Rovelli aveva ragione.
Sì, ma avevo ragione anche io. Non ho mai svenduto la mia musica e c’è ancora gente che mi segue e apprezza. Nella fase buia Vasco mi disse una frase emblematica: ‘Simone, hai fatto l’impossibile. Adesso fai il possibile’. In quel consiglio c’era tutto. L’impossibile l’avevo fatto, dovevo pensare al resto.
Se non ti fossi fermato, cosa credi sarebbe accaduto?
Avrei avuto gli occhi dei ragazzi di oggi. La noti l’infelicità nel loro sguardo. Questo mondo è tutta un’illusione, che poi si trasforma in delusione e in massacro. Ho avuto la fortuna di avere un nonno che era Felice di nome e di fatto. A lui nel 2016 ho dedicato un disco. Era nato lo stesso giorno di Charlie Chaplin e mi ha sempre spronato a mettere in mostra il sorriso. Nelle mie canzoni c’è sempre stato uno spirito positivo. Mia figlia si chiama Charlotte, in onore a quest’atmosfera che cerco di emanare. Sono un rocker anomalo, lo so.
Nessun rimpianto?
A differenza dei miei colleghi, non ho mai voluto essere schiavo delle classifiche. Quella roba non mi è mai interessata, vivo benissimo così. Ho venduto la macchina e giro con un van camperizzato che mi fa da abitazione e ufficio. Mi godo la libertà. Di recente è uscito il mio nuovo disco, ‘I dettagli’. Non ho troppe pretese, sto con la casa discografica Orangle che mi tutela e non sta ad aspettarmi col forcone.
Nel frattempo hai messo in piedi dei laboratori.
Nel 2014, assieme al mio caro amico Paolo Meneguzzi, aprii una Music School a Mendrisio. Attualmente la frequento sporadicamente avendo pure il ‘Simone Lab’ vicino casa che è gemellato con la Dma. Trattasi di un laboratorio aperto a tutti, dai cantanti ai ballerini, passando per gli attori. Dalla mia scuola sono usciti diversi talenti, tra cui Maju Lucisano, che è apparsa a ‘X Factor’, e Maya Verga e Riccardo Pezzicoli, visti di recente a ‘The Voice Kids’.
La tv ti ha più cercato?
Sono stato contattato per il ‘Grande Fratello’, per ‘L’Isola dei Famosi’, oltre che per ‘Tale e Quale’ e ‘Ora o mai più’.
E la risposta qual è stata?
Sono in una posizione strana e scomoda. Essendo nato con la casa discografica di Vasco, mi porto addosso un bollino enorme che devo salvaguardare. Magari è un pensiero che vive solo nella mia testa, ma è come se volessi proteggere quel patrimonio che mi sono conquistato. Inoltre, l’idea di passare tutta la giornata seduto sul divano a spettegolare non mi entusiasma. Toglierei del tempo alla mia vita.
“Tale e Quale” però è un’altra cosa.
Vero, ma onestamente non mi appassiona. L’unica imitazione che so fare è quella di Umberto Tozzi e quelle metamorfosi del viso mi sembrano delle carnevalate.
“Ora o mai più”, onestamente, non si discostava troppo da “Music Farm”.
Fui avvicinato, ma poi l’accordo non si concluse per via di alcuni ritardi. Mi pareva un progetto interessante, almeno avrei potuto fare il mio mestiere. Confesso che il titolo non mi faceva impazzire, se ne sarebbe potuto trovare uno più poetico e meno drastico. ‘Ora o mai più’ regalava una sensazione negativa. Che poi non mi risulta che successivamente i concorrenti abbiano avuto chissà quali chance professionali.
C’è qualcosa che ti manca?
Sogno di poter chiudere il cerchio con un ritorno al Festival. Nel 2004 partecipai con gli occhi sognanti, come se fossi Cenerentola. Adesso, a 50 anni passati, lo affronterei con maggiore consapevolezza, da persona matura. Sarebbe il coronamento della mia carriera.
Hai tentato un approccio?
Presentai domanda per la prima edizione di Amadeus, nel 2020. Avevo tra le mani un progetto ambizioso, ovvero un brano, intitolato ‘Charlot’, da cantare in duetto con la nipote di Charlie Chaplin, Kiera. Lei sarebbe stata entusiasta. Ci andai vicino e purtroppo alla fine la cosa non si concretizzò. Mi dispiacque perché il pezzo era bello.
Puoi sempre riprovarci.
Stefano De Martino mi affascina. È uno che si è fatto il mazzo, che è partito dal basso. Si merita tutto. Se avrò la canzone e l’opportunità di proporla non mi tirerò indietro. Sanremo è sempre Sanremo.