Jacopo Sarno: “A sei anni sul set con Delia Scala. Laurenti? Misterioso. Ero la voce dell’uccellino nello spot con Del Piero”

Al fianco di Delia Scala ed Enzo Garinei a nemmeno sei anni. Un sogno e al contempo una grossa responsabilità che Jacopo Sarno visse intensamente alla metà degli anni novanta, quando esordì sul set di “Io e la mamma”.
“Parliamo di due mostri sacri – racconta il diretto interessato a Fanpage.it – ho ricordi vividi di quello che mi dicevano durante la lettura dei copioni e nelle pause. Nel caso di Garinei dovevo mordermi le guance per non ridere in scena, era di una simpatia travolgente”.
Classe 1989, la carriera di Jacopo nel mondo dello spettacolo cominciò prestissimo grazie agli spot: “Capitava di frequente che i bambini milanesi venissero iscritti nelle agenzie di pubblicità, dal momento che i provini partivano quasi tutti dal capoluogo lombardo”. E le chiamate non tardarono ad arrivare: “In molti prestai solo la voce, in altri misi pure il volto. Il mio primissimo ciak fu con Lorenzo Marini, che curò la regia dello spot dei biscotti Lazzaroni. Poi fu la volta del Kinder Pinguì, che a scuola mi costò il soprannome di Pingu. Fare pubblicità mi divertiva e rappresentava anche un sostegno economico per la famiglia. Proprio in quel periodo mia madre stava terminando gli studi per diventare avvocato”.
Nel 1996 si aprirono le porte della sitcom di Canale 5, dove interpretava il nipote di Gerry Scotti: “Cominciammo molto prima della messa in onda, ero davvero piccolo. Non avevo timori reverenziali, ero abbastanza tranquillo e sfacciato. Non che mi sentissi al loro livello, ma a quell’età non ti rendi conto di ciò che stai vivendo, lo realizzi dopo. Con me furono tutti molto dolci. Gerry per me divenne ‘lo zio’ con largo anticipo rispetto al resto d’Italia (ride, ndr). Purtroppo sono tanti anni che non lo vedo”.

Delia Scala come si comportava?
Era precisa, rigorosa. Mi ha insegnato la puntualità e la serietà. Aveva rispetto per il mestiere e per i lavoratori, oltre ogni misura. Da qualcuno era temuta, perché parliamo di una grandissima che non sgarrava mai. Di conseguenza, di fronte a lei diventavano tutti soldatini. Ma con me era di una dolcezza infinita, soprattutto quando entravo nel suo camerino. Non mancavano mai le caramelle balsamiche e ogni volta che mi capita di mangiarne una mi torna immediatamente in mente lei.
Come vive un bambino quell’improvvisa e travolgente popolarità?
Mi ritengo fortunato. Mia madre mi ha insegnato a non sentirmi mai migliore degli altri solo perché facevo qualcosa che mi assicurava riconoscibilità. Mi disse che ad ogni autografo che firmavo avrei dovuto rispondere a mia volta con la richiesta di un autografo alla persona che me l’aveva chiesto. A casa ero pieno di firme di gente sconosciuta. Insomma, vissi quella fase in modo estremamente tranquillo.
Anche a scuola?
In quel caso essere ‘quello della televisione’ faceva sì che alcuni bulletti mi aspettassero nei corridoi per prendermi in giro. Certi atteggiamenti erano figli della convinzione che me la tirassi, ma non era così. Mi facevo gli affari miei.
Ti è rimasto impresso qualche episodio particolare?
Non parliamo di situazioni pesanti. Un ricordo eclatante, che fa sorridere, risale al Liceo Classico. Lavoravo per la Disney e uscì una copertina di ‘Cioè’ con la mia foto ed un titolo che recitava: ‘Sulle ali del successo’. Un mio compagno la fotocopiò, cancellò ‘suc’ e cominciò a circolare per tutto l’istituto la mia immagine abbinata alla scritta ‘Sulle ali del cesso’. Feci una corsa incredibile per recuperare tutti i fogli, tra le risate delle ragazze più grandi.
Nel 1999 affiancasti un altro gigante come Paolo Villaggio. “Fantozzi 2000 – La clonazione” si rivelò tuttavia un clamoroso insuccesso.
Sono sincero: io ero entusiasta di essere lì. Interpretavo uno dei bambini che Fantozzi faceva evadere dalla Scuola di Educazione al Potere. Fu molto divertente e Villaggio fu molto gentile con noi. Ma, effettivamente, il clima sul set non era gioviale e dolce quanto lo furono quelli in compagnia di Massimo Boldi o della stessa Scala. Forse perché il cinema romano aveva altri tempi e modalità? Non lo so, non avevo metri di paragone.
Quell’ultimo capitolo di Fantozzi appariva, obiettivamente, parecchio sconclusionato. Probabilmente nemmeno i protagonisti ci credettero troppo.
In parte condivido il tuo giudizio. Non tutti i film riescono in ugual modo. Sono un grande amante di ‘Amici miei’ e ammetto che i tre capitoli non sono sul medesimo livello. L’identico ragionamento vale per Aldo, Giovanni e Giacomo e altri artisti. Non tutte le ciambelle escono col buco, ma ‘Fantozzi 2000’ ha ugualmente senso di esistere come ultimo saluto ad un personaggio storico. Non do la colpa al regista Domenico Saverni, sono tanti i fattori che fanno di un film un bel film. L’alchimia sul set è talmente complessa che non si può prevedere dalla lettura di uno script o dall’ingaggio di bravi attori.
Poco dopo fu il turno di un’altra sitcom, “Don Luca”.
Avevo dieci anni, tuttavia la percezione rimaneva quella di un bambino. In quel periodo già studiavo musica e suonicchiavo e quando Luca Laurenti si esibiva al piano rimanevo ammirato dalla sua abilità.
Siete rimasti in contatto?
No, non ho mantenuto legami con lui. Era un po’ misterioso, mentre Paolo Ferrari è stato un altro che mi ha regalato mille consigli e insegnamenti. Era una persona davvero attenta e si concentrava soprattutto sulle intenzioni delle battute. Mi aiutò a comprendere che dietro ad ogni frase si poteva nascondere un universo di significati. Per non parlare di Marisa Merlini, più diretta ed istintiva, ma di una bravura indescrivibile.
Con l’approdo nell’adolescenza mutarono i tuoi impegni.
In quegli anni, con la stabilizzazione della voce, mi dedicai maggiormente al doppiaggio. Andai a scuola di recitazione, frequentando tutti i giorni, senza sosta, il Centro Teatro Attivo di Milano. Studiai dizione e canto e nel 2005 feci l’audizione per ‘Datemi tre caravelle’, la mia prima tournée importante con Alessandro Preziosi che mi portò in giro per l’Italia per due anni e mezzo.
Avevi le idee chiare.
Praticamente non mi accorsi di quel passaggio, che crea inevitabilmente degli scossoni. Ero sicuro che mi sarei dedicato solo al teatro, ma poi arrivò Disney Channel. Fu come ripartire da capo. La Disney mi ha dato tanto, di fatto mi ha donato un nuovo start a diciassette anni.
Con “Quelli dell’intervallo” e gli spin-off “Fiore e Tinelli” e “Zack e Cody” vivesti la seconda ondata del successo.
Sì, ma il dopo fu pesante. Più pesante del momento dell’ingresso nell’adolescenza.
In che senso?
Passai dai miei poster appesi nelle camerette delle ragazzine ad essere escluso dai provini. Non ero più di moda e, se da una parte ero troppo vecchio per fare il teen-idol, dall’altra nessuno mi voleva per progetti alternativi. Non immagini quante volte mi sentii dire ‘Ah, sei quello della Disney. No, grazie’. Al netto della fiction ‘Non smettere di sognare’, in tv non feci più nulla.
E come reagisti?
Come qualche anno prima: mi rimisi a studiare. Andai a New York, dove frequentai un’altra scuola di recitazione, musica e regia di videoclip. Là fondai con amici la Clover Three, una casa di produzione di video musicali dove mi occupavo, appunto, di regia e musica. La società esiste ancora, nonostante non ne faccia più parte.
Nel periodo del primo eclissamento girasti gli spot della “Uliveto” con Alessandro Del Piero. Era tua la voce dell’uccellino.
Esatto. Ero ancora alle medie e diedi la voce alle varie pubblicità del marchio. In verità Del Piero non l’ho mai conosciuto. Lavoravo in sala di doppiaggio, sul set non ci sono mai andato.

Uno spot iconico, dove tu non comparisti col tuo volto. Un sollievo o una frustrazione?
Non mi interessava metterci la faccia. Non ho mai aspirato a diventare famoso. Quel desiderio ci fu soprattutto all’inizio dell’esperienza alla Disney. Successivamente capii razionalmente che una forma di esposizione mediatica, che non intendo definire fama, mi avrebbe soprattutto aiutato ad avere accesso ai ruoli importanti a teatro. In quel senso l’ho sfruttata, lo confesso. Ebbi accesso a casting importanti, come ad esempio quello per ‘Le cronache di Narnia’. Non fui preso, ma lo reputai comunque un grosso traguardo. La popolarità per me è stata un mezzo, mai un fine. Ho scelto questo mestiere perché lo amo.
Ammetterai che essere fermato per strada fa piacere e alimenta l’autostima.
È bello ed è capitato spesso che alle persone luccicassero gli occhi mentre mi raccontavano che le avevo accompagnate nel corso dell’infanzia. È meraviglioso ricevere pensieri affettuosi, ma non devono essere benzina per pompare l’ego. Se fai l’attore con il solo obiettivo della fama, stai sbagliando tutto e sei destinato ad essere infelice, perché ci sarà sempre qualcosa che ti mancherà.
Citavi “Datemi tre caravelle”. Dopo quel progetto ti sei esibito in altri musical, diventato un vero e proprio specialista.
Ne ho fatti tanti: ‘High School Musical’, ‘Full Monty’, ‘Mamma mia’, l’opera ‘Casanova’ di Red Canzian e la scorsa settimana sono stato ospite nell’atto unico di ‘Hair’. In questo settore non esiste il concetto dell’uno tira l’altro. Ogni volta devi ripresentarti alle audizioni, non c’è una concatenazione automatica. Il teatro musicale mi piace e devo tutto ancora una volta alla Scala e a Garinei che mi fecero appassionare al genere.
Al contrario, la conduzione televisiva è rimasta ferma ad “Arriva lo Zecchino” e allo “Zecchino d’Oro Show”.
Tante occasioni me le sono create da solo, altre mi sono capitate e le ho prese al volo, come queste due. Mi contattarono per condurre i programmi sul canale DeAKids e fui contento dell’opportunità. Mantenni i piedi per terra, conscio del fatto che il mestiere del presentatore è tanto affascinante quanto difficile. Ce la misi tutta, anche se poi non ci fu una continuazione. È la vita a collocarti. Se avessimo la possibilità di poter sempre scegliere saremmo eternamente al lavoro su progetti meravigliosi. Se mai mi ricapiterà di condurre lo rifarò con l’identico entusiasmo.
Sul fronte musicale, nel 2017 hai pubblicato un album utilizzando lo pseudonimo Jake Sarno. Come mai?
Ho sbagliato, non mi vergogno a dirlo. In quel momento volevo creare qualcosa di completamente mio. Dato che l’album sarebbe uscito in inglese sulle piattaforme digitali pensai che fosse la soluzione migliore. Partendo da zero magari c’era la possibilità di arrivare anche l’estero. Il disco piacque a chi lo ascoltò, senza però scalare le classifiche. È servito soprattutto a me, a livello artistico.
Il tuo presente, mi pare di capire, è a teatro.
Sì, precisamente il teatro musicale. Con ‘Casanova’ abbiamo fatto un tour mondiale approdando un anno fa in Cina. Vediamo se ci sarà un seguito. Nel frattempo, sto lavorando con la figlia di Red, Chiara Canzian, allo spettacolo ‘All you need is love’, incentrato sui brani dei Beatles.
E la televisione?
Non mi dispiacerebbe tornarci. Attualmente non ho un agente, sto facendo tutto da solo. Questo comporta l’impossibilità di accedere ai provini. In tv ci sono meccanismi particolari. Non è che bussi ed entri, ti devono soprattutto volere. Se non hai un agente, alle mail di produzione non ti rispondono. Scopri che stanno lavorando ad una serie quando la stanno già girando. Se non hai qualcuno che crede davvero in te e ti manda alle varie selezioni, non ce la fai.
Ti hanno mai cercato per qualche talent o reality?
Successe anni fa. Si fecero vivi per un talent, ma la cosa non si concretizzò. Preferisco non dire di quale programma si trattava.
Per caso era “Tale e quale”?
Non rispondo! Ad ogni modo, ‘Tale e quale’ lo farei subito. Mi divertirei un casino.