Emanuele Bruno vincitore di Physical Italia: “Con il judo aiuto le donne a difendersi dalla violenza”

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Emanuele Bruno, judoka, è il vincitore di Physical Italia e a Fanpage.it ha raccontato la sua esperienza: “Ho dimostrato che la mente puo’ spingere il corpo oltre i limiti”. A 29 anni ha lasciato l’agonismo: “Mi sono fidato delle persone sbagliate”. Oggi insegna alle donne a difendersi dalla violenza con il judo: “Sentivo di dover fare qualcosa”.

Non cedere mai. Emanuele Bruno ha scelto di tatuarsi sul braccio questa frase dopo la vittoria a Physical Italia- da 100 a 1, conquistata grazie a forza, determinazione e tanta concentrazione nel raggiungere l'obbiettivo finale. "Ho dimostrato che la testa può spingere il corpo oltre i limiti. Nella vita bisogna avere fame", ha raccontato a Fanpage.it il neo vincitore, judoka e allenatore, che ha lasciato l'agonismo a 29 anni. Con i 100mila euro vinti porterà la famiglia in Giappone, dove è nata la sua disciplina. Oggi, tra i tanti impegni sul tatami e con i giovani, si occupa anche di difesa al femminile per aiutare le donne a difendersi dalla violenza: "Difendersi non vuol dire colpire e atterrare, ma prevenire. Prima ci sono la prevenzione, l'ascolto e poi tutto il resto. Sentivo di dover fare qualcosa". 

Cosa farai con i 100mila euro vinti a Physical Italia?

Mi piacerebbe portare la mia famiglia a Tokyo, in Giappone, il paese dove è nato il judo. Io ci sono stato già quattro volte e vorrei far vedere la città anche a loro. Physical è stato un riscatto per me, ho dimostrato a tutti, ma soprattutto a me stesso, chi sono. Non mi aspettavo di vincere perché il judo mi ha sempre insegnato a essere umile e a non sottovalutare mai nessun avversario.

Pensi invece che gli altri concorrenti ti abbiano sottovalutato?

Sì, sono stato un po' l'underdog. Mi sentivo come un leone ferito in gabbia, sono stato in disparte perché volevo rimanere concentrato, mentre molti hanno puntato ad apparire. Io volevo vincere, non apparire. In passato, nel judo, sono stato una testa matta perché la mia concentrazione nella preparazione e nel pre-gara non erano costanti, pensavo a divertirmi e ad apparire appunto. A Physical invece ho dimostrato che la testa può spingere il corpo oltre i limiti che ci prefissiamo. Dopo la finale mi sono arrivati migliaia di messaggi che mi chiedevano proprio questo, cioè consigli su come ho fatto a superare i miei limiti.

E quale è stata la tua risposta?

Bisogna lavorare sulla propria mente, non pensare negativo ma sempre in modo positivo. Questo l'ho capito dopo i 30 anni, quando ho cambiato testa e ho compreso che il dolore va accettato e combattuto. Bisogna metterci il cuore e avere fame nella vita se si vuole raggiungere un obbiettivo.

La prova finale contro Tommaso Nisi ha tenuto tutti con il fiato sospeso fino alla fine: è stata la forza o la mente a portarti alla vittoria?

Sono sempre stato un judoka molto forte fisicamente perché ho allenato tanto la parte di pesistica e forza, poi ho sviluppato anche postura e equilibrio. La forza mentale però ha fatto tanto, in quelle due ore passate a spingere Tommaso pensavo "devo vincere perché non mi piace più la mia vita, la devo cambiare". Ho attraversato momenti bui nel mio post carriera da agonista, quindi mi sono detto che non potevo perdere altrimenti il mio percorso sarebbe stato inutile. Il dolore si è anestetizzato, schiena inclusa, ne sono uscito con due protrusioni lombari che sto ancora curando.

In cosa vorresti cambiare la tua vita?

Ho smesso di combattere a 29 anni perché mi sono state fatte delle promesse poi non mantenute, mi sono fidato di persone che si sono rivelate diverse da come pensavo. Dopo aver lasciato sono rimasto nel gruppo delle Fiamme Gialle ma non ho avuto quell'aiuto che mi aspettavo. Mi sono dovuto reinventare e ho trovato la forza di andare avanti.

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Emanuele Bruno e Tommaso Nisi durante la prova finale di Physical Italia

Pensavi di essere stato eliminato, poi invece sei rientrato da capitano: possiamo dire che in quel momento è iniziata la tua rinascita?

Non mi aspettavo di essere eliminato perché Minguzzi, campione Olimpico di lotta greco-romana, per me era un punto di riferimento nel programma. Mi sono fidato di lui. La scelta che ha fatto gli è poi tornata indietro perché alla fine l'ho affrontato nella sfida successiva. Non l'ho fatto per vendicarmi, come in molti mi hanno detto, ma per un senso di rivalsa.

Come è stato condividere questa esperienza con tua madre?

Stupendo. Si è divertita più di me ad allenarsi e prepararsi, poi per lei era la prima volta in televisione e si è trovata insieme a grandi nomi come Federica Pellegrini e Yuri Chechi. Mi ha sempre detto che partecipava per dare forza a me e non di certo per andare avanti, era consapevole che sarebbe stato difficile proseguire.

Il judo fa parte della tua famiglia da generazioni, hai mai sentito la pressione di dover per forza seguire questa strada?

Non ho subito pressioni, però ci sono stati momenti in cui perdevo e mi dicevano "Perché? Vieni da una famiglia di campioni". Lì ho sentito il peso. La mia famiglia però mi ha sempre guidato e mi ha lasciato essere me stesso. Ho trovato la mia strada e il judo mi è piaciuto fin da subito, non avrei potuto fare altro.

Quale è l’insegnamento più grande che questo sport ti ha trasmesso?

Mi ha insegnato a combattere sempre, dopo le delusioni e il dolore, a non cedere mai. Ho anche scelto di tatuarmi nunquam cedo (non mi arrendo mai, ndr) dopo l'esperienza a Physical.

In passato invece ci sono state occasioni in cui hai ceduto?

Sì, tantissime. Nella vita di un atleta le sconfitte sono sempre maggiori delle vittorie. Ho ceduto quando è morta mia nonna, a cui ero molto legato, le avevo promesso che sarei andato alle Olimpiadi. Poi la mia testa e il fatto di essere seguito da persone che non credevano in me mi ha portato a non qualificarmi, quindi sono stato male. Ho superato quei momenti grazie alle persone che mi vogliono bene.

Oggi tieni corsi in giro per l’Italia per insegnare alle donne la difesa personale: in che modo il judo può aiutare a sentirsi più sicure?

Il judo è un'arte marziale che nasce come difesa e insieme al mio collega karateka Stefano Maniscalco insegniamo alle donne a difendersi, a riconoscere un pericolo e ad affrontarlo con diverse tecniche. Il progetto nasce perché non ne potevo più di sentire notizie di femminicidi e violenza, dovevo fare qualcosa. Ho organizzato un corso di difesa nella scuola della mia famiglia a Pomezia, che è diventato virale sui social e da quel momento ho iniziato a ricevere richieste di aiuto da tutta Italia.

Spesso si pensa che la difesa sia solo sferrare colpi, quanto invece entrano in gioco altri fattori?

Difendersi non vuol dire colpire e atterrare, ma prevenire. Prima ci sono la prevenzione, l'ascolto e poi tutto il resto. Molte donne hanno paura di denunciare, di andare contro al proprio compagno e magari lo giustificano per alcuni atteggiamenti. Le mani non vanno mai alzate. Voglio insegnare che se una donna è forte mentalmente allora ha il coraggio di prendere anche determinate decisioni.

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