Edoardo Bove racconta la sua storia: “La legge sul primo soccorso potrebbe essere calendarizzata a gennaio”

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Edoardo Bove si racconta a Fanpage.it e presenta “In un battito”, il documentario di Giovanni Troilo sulla sua storia: “Volevo che in qualche modo questo film fosse utile a chi lo guardasse”. Sulla legge Bove: “Mi hanno detto che a gennaio potrebbe essere calendarizzata”. Sul ritorno in Italia: “Se ci fosse la possibilità di tornare a giocare, perché no”.

Il primo dicembre 2024, al quattordicesimo minuto di Fiorentina-Inter, Edoardo Bove si accascia sul prato del Franchi. È un arresto cardiaco. I soccorsi immediati gli salvano la vita, e qualche giorno dopo, all’ospedale Careggi, gli viene impiantato un defibrillatore sottocutaneo. Con quel dispositivo, in Italia, non può giocare. Così, quattordici mesi dopo, la sua carriera ricomincia in Inghilterra, con la maglia del Watford in Championship.

Quello che c’è stato in mezzo lo racconta “In un battito”, il documentario diretto da Giovanni Troilo, presentato alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Special Screening e in sala il 16, 17 e 18 novembre con 01 Distribution. È un film che mescola cronaca e finzione per scendere sotto la superficie: la paura, la solitudine, la famiglia, l’accettazione.

Ma la storia di Bove non si ferma al campo. Da quella notte è nata una battaglia: la legge che porta il suo nome e che vuole portare la formazione al primo soccorso nelle scuole e abbassare l’Iva sui defibrillatori. Il testo ha concluso l’esame in commissione al Senato a maggio ed è ancora fermo, in attesa che si trovino i 5 milioni necessari per finanziarlo. Lo abbiamo incontrato per parlare del film, della legge e di un ritorno in Italia che lui non esclude.

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Edoardo Bove con Martina Durham alla Festa del Cinema di Roma

Nel documentario c'è tua madre, ma soprattutto tuo padre, protagonista di un racconto molto toccante. Partirei proprio da qui: dalla forza che ti ha dato la tua famiglia in questi due anni.

Sono stati molto importanti nei miei momenti difficili. Non nascondo che ho voluto anche stare molto da solo in questo percorso che ho fatto. E anche Martina, la mia fidanzata, è stata davvero importantissima, è stata la mia forza. Naturalmente la figura di papà è molto presente nel docufilm, ma ci tenevo a sottolineare quanto anche le persone che non sono presenti mi abbiano aiutato nella realtà, come mia mamma, mia nonna, Marti appunto. Quindi sì, devo ringraziare la mia famiglia, per quanto mi è stato vicino e per quanta forza mi ha dato in un momento così difficile.

L’incipit del documentario è chiaro: dici che ci sono giorni in cui sei stanco di raccontare come stai, perché tutte le risposte finiscono per riportarti a quel giorno. Come hai trovato la forza per raccontare?

La realtà è che mi sono sentito in dovere, o comunque ho voluto ridare un pochino di affetto che ho ricevuto da tutte le persone, perché è stato fondamentale nel mio percorso di recupero. Volevo fare qualcosa, volevo che in qualche modo questo film fosse utile a chi lo guardasse, anche in piccola parte, per raccogliere delle energie per superare le proprie sfide, i propri ostacoli. E quando ce ne fosse bisogno, anche trovare la forza di chiedere aiuto, che non è scontato. Nel mio caso ha fatto davvero la differenza il fatto di essere in contatto con i miei familiari, con i tifosi da tutto il mondo, che mi hanno dato una grandissima forza per andare avanti.

Nel film ci sono anche scene drammatizzate in cui fai l’attore. Tanti calciatori, una volta smesso, sono diventati grandi performer: penso a Cantona, o più di recente a Vinnie Jones in The Gentlemen. Ci hai mai pensato, magari tra dieci o dodici anni? 

No, non ci ho pensato. Mi sono davvero divertito tanto sul set, e devo ringraziare Giovanni, il regista, che mi ha dato la possibilità di vivere questa esperienza nel migliore dei modi. Sono anche contento perché volevo che la storia fosse sia un documentario, e quindi venisse raccontata la realtà dei fatti, la parte di cronaca, se vogliamo, ma allo stesso tempo volevo andare al di là di quello, far percepire anche il percorso interiore che ho fatto, una parte sotto la superficie, no? Nella mia mente. E quella è stata rappresentata proprio da espedienti cinematografici che ci hanno aiutato a fare questo, anche elementi di finzione. E lì l’altro rischio era che il film diventasse un pochino finto, no? Però sono contento, perché secondo me racchiude perfettamente un misto tra un film e un documentario: la parte della realtà dei fatti e la parte di finzione per descrivere, per andare oltre, per raccontare il percorso interiore. E credo che questo sia stato fatto in modo eccellente.

C’è una scena del film che ti ha fatto paura rivedere, che ti ha toccato particolarmente?

Rivedendo il film sul maxischermo, con l’audio, mi ha fatto effetto, perché non l’avevo mai visto così. Non una scena in particolare, però ci sono alcune cose che tuttora mi dà un pochino fastidio rivedere. Ma è normale che sia così.

Tutta la prima parte, immagino.

Sì, sì, assolutamente. Fa parte di un percorso di accettazione di quello che è successo, e naturalmente continuo a lavorarci sopra.

Parliamo della legge che porta il tuo nome, la legge Bove. Il testo ha chiuso l’esame in commissione a maggio e da allora è fermo. Ora che si chiude la legge di bilancio, ti aspetti un colpo di coda?

La verità è che mi hanno detto che a gennaio potrebbe essere calendarizzata, e quindi sono molto fiducioso che, se arrivasse a votazione, potrebbe passare, perché c’è davvero una trasversalità da parte di tutti i partiti che rendono questa legge molto importante.

Mi racconti com'è fare parte di questo processo?

Io mi sono avvicinato a questa legge quando sono entrato in contatto con le associazioni, le fondazioni che si occupano di informare sul primo soccorso, che sono tutte nate da genitori che hanno perso i figli, o da ragazzi che sono stati meno fortunati di me e che non ce l’hanno fatta. E questo a livello empatico mi è rimasto subito. Ci tengo a sottolineare che volevo fare qualcosa per rendermi utile. E questa non è una legge sullo sport. È una legge su tutto ciò che succede in Italia, magari su un marciapiede, per strada. Tante persone non sarebbero preparate a intervenire nel modo corretto, avrebbero paura di farlo. I dati dimostrano invece che i bambini alla domanda “Interverresti se vedessi una persona a terra?” rispondono tutti in maniera positiva. E questo ci dimostra che dobbiamo partire proprio da loro, perché saranno i grandi del futuro. E la legge parte proprio dalle scuole, dal formare i ragazzi dei licei, delle superiori. L’obiettivo è formare più persone possibili, e i dati ci dicono che potremmo passare da 15.000 persone formate l’anno a 100.000. È un dato davvero importante, un primo passo che potrebbe portarci a un bel percorso.

Parliamo del calcio giocato. Ora sei al Watford, ma infortunato. Quanto ti manca per tornare a disposizione?

Credo si tratti di settimane, però il recupero dall’infortunio sta procedendo bene, quindi sono contento di questo.

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Bove sigla la sua prima rete con il Watford contro il Wrexham, marzo 2026.

A te farebbe piacere tornare a giocare in Italia. Il ministro Abodi aveva detto di voler capire se ci fosse la possibilità di rivedere i protocolli: hai notizie in questo senso?

Sono in evoluzione le regolamentazioni riguardo alla possibilità di giocare in Italia con il defibrillatore. Intanto, sono davvero contento di essere tornato a giocare, era quello il mio obiettivo, e farlo in Inghilterra mi rende orgoglioso. Non nascondo, naturalmente, che in futuro, se ci fosse la possibilità di tornare a giocare in Italia, perché no. Anche il ministro ha dimostrato grandissimo affetto per il mio caso e soprattutto per la legge Bove.

Resta al primo posto nella tua scala delle priorità?

Eh sì, in questo momento sì. Ma sono davvero contento in questo momento, sono fiducioso, perché vedo tutti lavorare in una direzione comune. Quindi sono positivo.

In chiusura: l’avvio straordinario della Roma e quello un po’ chiaroscuro della Fiorentina, le tue due squadre.

L’avvio della Roma è sotto gli occhi di tutti ed è davvero importante. Naturalmente il campionato è appena iniziato, quindi è anche difficile parlarne in questo momento. Le basi ci sono, ma sappiamo tutti che non è importante parlarne adesso. La Fiorentina è un progetto in crescita, c’è stata nuovamente una ricostruzione, e io spero vivamente che i tifosi viola possano ritrovare la squadra che vogliono. Ma sono sicuro che accadrà.

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