Daniela Fazzolari di Centovetrine: “Portavo lenti a contatto azzurre, fu un incubo. La chiusura? Fu decisivo Il Segreto”

Se dici “Centovetrine” non puoi non pensare a lei, che nella soap opera timbrò il cartellino sia nella fase inaugurale che in quella conclusiva, a dir poco traumatica. Un’esperienza che Daniela Fazzolari affrontò ricoprendo addirittura due ruoli: Anita Ferri prima e Diana Cancellieri in seguito, nell’ambito di vicissitudini paradossali che solo le telenovele possono regalarti.
Per lei, torinese doc, approdare nella produzione di Canale 5 ambientata proprio nel capoluogo piemontese fu una sorta di chiusura del cerchio. O di apertura, dipende dai punti di vista. “Poco prima c’erano stati il film tv ‘Non chiamatemi papà’ e la pellicola di Marco Colli ‘Viva la scimmia’– racconta la Fazzolari a Fanpage.it – poi, dopo un’apparizione in ‘Non ho sonno’ di Dario Argento e nella sitcom Rai ‘Baldini e Simoni’, arrivai a ‘Centovetrine’”.
In precedenza, nella vita di Daniela si era imposta la danza classica: “La portai avanti fino ad un anno prima di iniziare a lavorare in teatro”. Lo sbarco nella recitazione, invece, prese forma dopo frequentazione del Teatro Stabile: “Venni selezionata dopo un lungo percorso. Sostituì l’università, che non riuscii a fare per un oggettivo impedimento. Per tre anni fui impegnata per otto ore al giorno, tutti i giorni”.
La prima puntata di “Centovetrine” andò in onda l’8 gennaio 2001, ormai un quarto di secolo fa, con il conseguente sfratto di “Vivere” dalla pregiata fascia oraria compresa tra “Beautiful” e “Uomini e Donne”. “All’inizio non facevo parte del cast – rivela – quando cominciarono le riprese io non c’ero. Per il ruolo di Anita era stata scelta un’altra attrice che aveva già effettuato diversi ciak coi miei colleghi. Lo scoprii solo una volta ingaggiata. A quel punto rigirarono tutte le scene da zero, con me presente”.

Ti costrinsero ad una metamorfosi fisica non indifferente.
Ero stata segnalata da qualcuno che mi aveva notato al Teatro Stabile, ma svolsi provini infiniti, almeno 4-5. Mi cambiarono i connotati, provandomi i capelli biondi e applicandomi delle lenti a contatto azzurre. Non capii immediatamente la motivazione, ma mi spiegarono che andava aumentata la percezione della differenza d’età tra me e mio padre Ettore. Senza dimenticare che la mia sorellastra, Elena, interpretata da Serena Bonanno, con cui mi sarei dovuta scontrare, era assai simile a me. Quindi amplificarono le differenze, dando vita a due opposti estetici.
Ad un certo punto mollasti le lenti a contatto, tornando al tuo colore di occhi originale.
Guarda, fu un incubo. Un conto è indossarle per un mese, un altro conto è farlo per anni, da mattina a sera. Era faticoso e sacrificante a livello pratico. Il mio oculista mi disse che se avessi proseguito avrei potuto riscontrare seri problemi. Tra il trucco e i pianti avevo spesso congiuntiviti. Non si poteva più andare avanti così, allora chiesi agli sceneggiatori di inventarsi qualcosa. E loro, che erano davvero bravi, trovarono l’escamotage della cecità di Anita e della fotosensibilità che nella finzione mi costringeva ad indossare delle lenti. In realtà fu l’occasione per tornare alla normalità.
Nel 2005 si verificò l’uscita di scena. Chi prese la decisione?
Anita era rimasta sola. Senza fratello, senza sorellastra, senza padre. C’era stato un percorso che aveva portato molti componenti del mio nucleo familiare a dileguarsi. Di conseguenza, sparirono parecchie interazioni. Una difficoltà che si cercò di arginare attraverso la tecnica delle lettere e dei flashback. Mi ritrovai sul groppone una serie di fili narrativi che diventò complicato portare avanti in autonomia. Non c’era più la forza del personaggio e compresi che occorreva ripensare tutto il contesto. Con me presente non si sarebbe trovata la quadra.
Il congedo fu traumatico, definitivo. Avrebbero potuto farti partire per un lungo viaggio.
Invece scelsero di farmi morire! Sai, Anita era diventata una figura forte, importante. La scelta di chiudere del tutto quel capitolo si legò a questo principio. Farla sparire e basta sarebbe stato poco lineare. Al contrario, vollero qualcosa di epico, di talmente definitivo da poter ricominciare da zero per ricostruire un altro nucleo. Infatti arrivarono altri personaggi e mutò la linea narrativa. Era terminata la centralità del gruppo Ferri e fu corretto, secondo me, porre un punto fermo.
La scena della morte sulle montagne dove la giraste?
In Val d’Aosta. Ma nelle scene in esterna fu coinvolto soprattutto Alessandro Mario, che impersonava Marco Della Rocca. La capanna in cui mi trovavo era stata ricostruita all’interno degli studi. Quegli ultimi episodi vennero raccontati divinamente. Un attore può essere bravo quanto vuoi, se però non ha una storia avvincente che lo supporta non va lontano. Di quei momenti ricordo soprattutto un dettaglio.
Quale?
Generalmente nelle soap non si gira in sequenza. Capita spesso che si realizzi prima la scena finale e, successivamente, quella a monte. In quel caso si lavorò in assoluta continuità cronologica. Ci furono un’attenzione e una partecipazione massima da parte dell’intera produzione. Al termine dell’ultimissimo ciak si avvicinarono tutti a me e scattò un applauso collettivo. Fu il coronamento di un periodo splendido.
Seguirono tue apparizioni in diverse fiction, ma solo in singoli episodi.
Vero. Lavorai in ‘Ris 4’, ‘Distretto di Polizia’, ‘Don Matteo’, ‘Io ti assolvo’ senza continuità nelle trame. Essendo stata identificata dal pubblico come Anita, era effettivamente difficile tuffarsi in altri progetti lunghi. Anche se mi avessero trasformato fisicamente sarebbe cambiato poco. C’era il rischio di risultare poco credibile ed è questo il ragionamento che fecero i vari produttori. Mettendomi nei loro panni posso capirli.
Insomma, la figura di Anita ti ha pure penalizzato.
Faccio questo mestiere perché ho studiato e perché era il mio sogno. Non ho badato alla popolarità che avrei ottenuto. Ammetto che nessuno avrebbe mai immaginato che sarebbe stata così fragorosa al punto da segnare le nostre sorti. Ci trovammo tutti coinvolti da questo scoppio nucleare.

Nel 2011 tornasti sul luogo del delitto, stavolta nei panni di Diana.
Venni ricontattata e mi comunicarono che avrebbero avuto piacere nel riavermi in squadra. Accettai, a una condizione: non sarei mai rientrata nelle vesti di Anita. Quel personaggio l’avevano fatto morire e l’idea che resuscitasse non mi piaceva affatto. In questo sono molto italiana, do importanza alla veridicità delle situazioni. Avrebbero dovuto scrivere una storia a cui avrei dovuto io credere per prima. Non avrei mai potuto portare avanti un personaggio che per me era concluso.
A tuo avviso riuscirono nell’impresa? In fin dei conti Diana parlava come Anita.
Costruirono tutto benissimo, in maniera credibile. Io ero diversa, con i capelli castani e lunghi. Provocai suggestioni differenti negli spettatori e questo salvò l’intera operazione. Si parlava di Diana, non più di Anita. Ero riuscita a scollegare le due entità, fu un traguardo non di poco conto.
Non credo di sbagliare nel sostenere che tu sia legata maggiormente alla prima era di “Centovetrine”.
Ѐ così. Nei primi quattro anni la telenovela è stata prodotta davvero bene, con i tempi giusti. Al mio rientro affrontai la problematica dei tagli economici, con annessa riduzione delle riprese esterne. Considera che agli inizi giravamo a Torino, con location particolari in Val d’Aosta, come ti spiegavo prima, e in Liguria, quando si trattava di narrare le uscite in barca. Nell’ultimo periodo tutto questo scemò. Per evidenti ragioni si rimaneva a San Giusto Canavese. Trovai un altro mondo.
Nel marzo del 2015 venne sentenziata la chiusura.
Purtroppo era nell’aria da tempo. Ne avevamo la sensazione. Mi è dispiaciuto che la conclusione sia arrivata in modo così definitivo, senza poter scrivere un reale finale di stagione. Chiudemmo le trame con tutte le storie aperte. Le procedure furono brusche e ‘Centovetrine’ non meritava questo epilogo.
Come ti comunicarono la soppressione?
Lo scoprii che ero incinta. Mi sarei dovuta allontanare a prescindere, motivo per cui la mia reazione fu meno traumatica. Ero già tornata a Roma, ma gli sceneggiatori mi assicurarono che il mio personaggio avrebbe avuto ancora un ruolo importante. Nelle intenzioni era previsto un mio rientro. Tuttavia, nei primi quattro mesi di gravidanza – nonostante avessi garantito la mia disponibilità – nessuno mi contattò. Compresi che lo scenario si era complicato e il mio principale pensiero andò soprattutto alle maestranze, che si ritrovarono da un giorno all’altro senza lavoro. Fu questo l’aspetto davvero drammatico. Per quel che mi riguarda fui fortunata, perché la mia vita aveva già preso un’altra strada.
Ad uccidere “Centovetrine” fu soprattutto l’avvento de “Il Segreto”.
Sono d’accordo. Una puntata di ‘Centovetrine’ costava 70-80 mila euro. Una cifra esorbitante, che però garantì guadagni a Mediaset per oltre un decennio. Ma se ti arriva una soap dall’estero già pronta e fatta, che ti fa gli stessi ascolti e che ti costa molto meno, è normale che si viri su quella.
Nonostante un certo snobismo diffuso, girare una soap era – ed è – tutt’altro che semplice.
Non era affatto facile reggere quei ritmi. Attori, anche molto bravi, si resero conto che studiare ogni sera 12 scene, equivalenti a 30-40 pagine da imparare a memoria, non era una passeggiata. Ci vuole attitudine, è un lavoro che puoi svolgere solo se hai determinate caratteristiche. Senza contare che non hai orari, non hai pause comandate e mangi quando puoi.
Attualmente sei ferma ai box. Ti piacerebbe rientrare nel circuito?
Ho avuto un figlio perché volevo averlo. Ѐ arrivato nel momento giusto e sapevo benissimo che se l’avessi fatto poi ci sarei voluta essere. Non sono una che delega le responsabilità alla babysitter. I genitori nei primi anni devono essere presenti, sono un fattore fondamentale. Non ho rimpianti, il mio percorso è andato nella maniera in cui doveva andare, seguendo il giusto filo conduttore. In ogni caso, seppur non abbia più impersonato personaggi in produzioni a lunga scadenza, ho comunque fatto film, indipendenti e non. Inoltre mi sono dedicata all’insegnamento della recitazione, a cui ho aggiunto cose mie, che partissero da me.
Ossia?
Sono stata regista di cortometraggi, curando lavori che non avessero bisogno di attendere la chiamata di qualcuno. Attualmente sto portando avanti dei corti destinati al sociale, con un filone legato alla lotta contro la violenza sulle donne. Anni ed anni di soap mi hanno insegnato tanto. Quando sono uscita da quell’universo ero pronta, su qualsiasi versante. Mi sono innamorata di tutto ciò che c’era dietro, dal montaggio alla scelta delle musiche.
Ho notato che pubblichi anche numerosi articoli.
Scrivo su Mastarnews.it, ma non sono una giornalista. Sono appassionata, mi occupo di sport e non solo. A questo ci aggiungo il blog ‘Donne in Contropiede’ che ho aperto a novembre assieme a delle mie amiche. Parliamo di calcio, ma ci allarghiamo a temi sociali e di inclusività. Ci piace molto.
Non posso non chiederti un ricordo di Pietro Genuardi.
Pietro è stata l’unica persona del cast che ho frequentato fuori dalla soap. Abbiamo fatto vacanze assieme, ci sentivamo regolarmente. Durante la sua malattia gli ho telefonato ogni giorno, fino a quando non è stato più possibile perché non riusciva più a parlare. La sua perdita l’ho vissuta in modo straziante, lancinante. Ha mostrato vitalità e una forza incredibile fino ad un mese e mezzo dalla morte. L’ultima volta mi confessò che non ce la faceva più. Porterò per sempre dentro di me tanti ricordi meravigliosi.
Il presente si chiama ‘famiglia’. Il futuro come lo vedi?
Mio figlio ha 10 anni. Quando sarà cresciuto non so che strada prenderò. Mi riferisco anche al mio mestiere: c’è stata un’evoluzione, con l’avvento dei social e delle piattaforme. Ci sono più offerte, l’attenzione degli spettatori si è differenziata. Oggigiorno è difficile che qualcuno segua una lunga serie su un canale tradizionale. Vedremo cosa succederà.
Nel frattempo, “Centovetrine” continua ad andare in onda la mattina presto su La5.
Me l’hanno detto (ride, ndr)! Io purtroppo non riesco a vederla perché amo godermi il momento della preparazione della colazione nel silenzio più totale. Mi piace quella totale sospensione, immersa nella provvisoria quiete della città. Però, puntualmente, mi arrivano i messaggini degli amici.