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Festival di Sanremo 2024

Perché La noia di Angelina Mango ha meritato la vittoria di Sanremo

Angelina Mango in cima al podio della 74esima edizione del festival. Perché ha meritato di vincere Sanremo 2024.
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A cura di Federico Pucci
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Festival di Sanremo 2024

Forse davvero, come si diceva ieri, Sanremo 2024 è stato un reset spazio-temporale che ci ha riportato indietro di 5 anni: Angelina Mango ha vinto il Festival con La noia, riuscendo a superare la maggioranza schiacciante del televoto andato al secondo classificato, Geolier. Il tutto nel rispetto di un regolamento concordato da tempo, naturalmente. Ma la somiglianza con quel Sanremo non si limita qui, perché anche la canzone di Mango ha una somiglianza filosofica di fondo con Soldi di Mahmood: la capacità di scrivere canzoni pop fresche, contemporanee, sfruttando in modo intelligente un modo di comporre e produrre che non ha più nulla a che vedere con le regole del songwriting del secolo scorso.

Il brano è stato scritto da Angelina Mango con Madame e Dardust, un trust di teste che ha provato più e più volte di saper maneggiare materiale tradizionale e proiettarlo nel presente: del resto, Faini era co-produttore di Soldi, con Charlie Charles. Se, in quel caso, la “reference” stilistica principale era l’hip-hop East Coast della seconda metà degli anni ‘90, qui era evidente (fin dalla spia linguistica “cumbia”) che il mondo di riferimento è quello del latin pop contemporaneo.

All’inizio del beat sentiamo una steel drum: si tratta di quello strumento a percussione di radice africana nato e sviluppatosi nei Caraibi che solitamente affianchiamo al calypso, riconoscibile per il suono melodioso metallico ma quasi liquido che emette nel suo set limitato di note. Il reggaeton, nato a Porto Rico, ne ha fatto talvolta uso: ad esempio, una canzone di Rosalía e Ozuna intitolata Yo x Ti, Tu x Mi (da non confondere con la quasi omonima di Geolier), inizia proprio con un suono di steel drum.

In effetti il nome della spagnola Rosalía è circolato molto nei commenti della Noia di Angelina: paragone legittimo nella misura in cui entrambe le artiste sanno tradurre idee musicali talvolta molto antiche in un sound contemporaneo e vibrante. Ma c’è un altro artista che andrebbe citato parlando della vincitrice di Sanremo: Stromae. Il cantautore e produttore belga, nel 2021, pubblicò una traccia che può essere facilmente inserita nel bagagliaio di ispirazioni di Angelina, Madame e Dardust, intitolata Santé. Si trattava di un pezzo dance-pop latineggiante dichiaratamente modellato sulla cumbia boliviana, come si può intuire dall’arrangiamento che mette in primo piano uno strumento centrale per quello stile, il charango (semplificando molto, una piccola chitarra andina tipicamente a 10 corde). Ma pur dentro l’influenza latina, Stromae aveva usato alcune delle sue tipiche tecniche produttive, tra cui tre in particolare: le casse con effetto “risucchiato”; una serie di piccoli hook strumentali nella parte alta del registro che emergendo dai bassi creano un coro di “voci”; il desiderio di sottolineare l’elemento ritmico del beat con post-ritornelli o bridge quasi esclusivamente strumentali.

Questo genere di approccio, che possiamo sentire anche in produzioni esteticamente molto diverse del belga (tous les mêmes; ta fête), sembra aver lasciato un’impronta nella filosofia del brano di Angelina. Fai caso, ad esempio, a come i bassi diano l’impressione di ribollire in una melodia aggiuntiva nella prima strofa, o a come fuori dalla strofa il beat diventa il vero contraltare della voce, quasi un duetto percussioni-canto. O ancora, nota i moltissimi motivetti strumentali che si intrecciano lungo tutta la produzione: in particolare, nel bridge tra strofa e pre-ritornello (“la noia, la noia”) si sente un duello di incisi a distanza tra il suono campionato di un piccolo strumento a fiato e una chitarra di gusto flamenco – genere al quale abbiamo già associato Mango e che ovviamente ci rimanda di nuovo a Rosalía. Il timbro nasale di quel “flauto” ricorda piuttosto da vicino una caña de millo, tipico strumento a fiato della cumbia colombiana, ma usato qui fuori contesto, e anche questa è una traccia di somiglianza filosofica: basti vedere come Stromae aveva reinterpretato la morna capoverdiana in ave cesaria; o come proprio con Dardust in una memorabile Notte della Taranta 2022, abbia riadattato Alors on Danse alla pizzica.

Naturalmente, non possiamo dire che La noia sia una ripetizione di Stromae, tutt’altro. Così come non basta certo la somiglianza di un inciso melodico con il ritornello di Boogie Nights di Rkomi e Ghali per accusare la traccia di scarsa originalità. Per esempio, la progressione armonica del brano ha molti spunti interessanti, che violano le consuetudini più inveterate della musica pop. Ad esempio, il loop della strofa sembra partire da un Mi diminuito, accordo instabile per antonomasia (basta ascoltarlo!) che crea non una semplice spinta cinetica nel giro del brano, ma proprio un’urgenza quasi fisiologica ad andare avanti – vedremo come questo tornerà utile nell’interpretazione della canzone. Tra parentesi, un giro simile si sente nella già citata Alors on Danse. Non propriamente comune è l’uso di un accordo preso in prestito dalla tonalità maggiore, e non un accordo qualsiasi ma quello del primo grado (diciamo, la casa base di questa canzone, il suo porto sicuro, pure se in minore): lo puoi sentire precisamente a 00:45, quando il verso “non ci resta che ridere” viene anticipato da un Re maggiore, che in modo classicheggiante dà l’impressione di sollevare il ragionamento lirico e melodico per portarlo con più forza a un punto fermo.

Tornando alla questione “cumbia”, come sottolineato da molti, nella Noia di Angelina c’è ben poco di cumbia. Da una parte non c’è da stupirsi: nemmeno Boogie di Paolo Conte è un boogie, né Minuetto di Mia Martini è un minuetto; le parole, specie quelle esotiche, funzionano e basta nella misura in cui portano la mente dell’ascoltatore altrove e lo stimolano a fare collegamenti. Dall’altra, potremmo leggere la citazione come una spia implicita sul significato lirico della canzone: dal momento che la spina dorsale della cumbia è un ritmo binario (il tempo è in genere 2/4 o 2/2), si potrebbe ipotizzare che “la cumbia della noia” sia una metafora per il passare del tempo, simboleggiato dal tic-tac binario dell’orologio, quel tempo “vuoto” che Angelina combatte in ogni modo girando, cambiando casa, vivendo, scrivendo. Ma è solo una teoria, e certamente non influenza nel profondo l’ascoltatore quanto piuttosto la voglia di inserire una parola particolare, peraltro in ossimoro con l’altra metà della locuzione, per far grattare la testa del pubblico e, come un tarlo, scavare nella memoria a livello subliminale: quando ti chiedi “perché il ballo della cumbia dovrebbe essere associato alla noia?” sei già stato preso all’amo!

Parlando di tarli musicali, come abbiamo scritto più di una volta provando a spiegare perché i successi diventano successi, La noia ha un altro particolare tipico dei tormentoni: una sostanziale autoreferenzialità. Da una parte ci suggerisce che l’unico rimedio alla noia è non stare mai fermi e fare “una festa”, e quindi autoavvera la sua premessa; dall’altra, è meta-testuale perché parla di scrivere canzoni. Questo si nota in particolare nella terza strofa, che qui svolge in parte la funzione di uno special, dove spesso l’autore spiega il senso del suo testo: “Allora scrivi canzoni? Sì, le canzoni d'amore. E non ti voglio annoiare, ma qualcuno le deve cantare”. Quella che nelle strofe precedenti sembrava una sorta di autobiografia sintetizzata, si rivela allora come qualcosa di più profondo e universale: un messaggio contro il panico del vuoto, degli spazi e dei tempi morti per combattere i quali ci buttiamo nello scroll infinito dei social network. Il rimedio per Angelina Mango è la musica: da scrivere, cantare e ballare. Musica che non cancella il baratro, ma ci permette di conviverci.

Così, quando l’ultimo pre-ritornello (“Muoio perché morire rende i giorni più umani”) ci presenta la voce a cappella dell’artista, possiamo sentire con le nostre stesse orecchie questo scontro tra il nulla e l’essere umano, un vuoto nel quale irrompe una voce. Senza contare la grande astuzia di questo espediente: non solo creare un vuoto e quindi un drop; non solo darci un respiro dopo un arrangiamento molto fitto; ma farci sentire senza filtri e distrazioni il canto carismatico, energico, viscerale di Angelina Mango. Perché a Sanremo non contano solo le buone canzoni e come sono costruite, ma la capacità di creare un legame con il pubblico e con i critici e la stampa: Angelina c’è riuscita.

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