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Festival di Sanremo 2024

Perché I p’ me, tu p’ te di Geolier è un grande pezzo, a prescindere da Sanremo

Perché I p’ me, tu p’ te ha conquistato il cuore e la testa di tantissime persone? Vi spieghiamo come è stata costruita.
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A cura di Federico Pucci
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Geolier al festival di Sanremo 2024 (LaPresse)
Geolier al festival di Sanremo 2024 (LaPresse)
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Festival di Sanremo 2024

Era dal 2019 che il successo di una canzone al Festival di Sanremo non suscitava tante polemiche. Vittoria della gara o meno, I P’ ME, TU P’ TE di Geolier ha già preso il posto di Soldi di Mahmood come brano della storia recente del Festival intorno al quale gli animi si scaldano e le posizioni (talvolta, sinceramente abiette) si scontrano.

Al netto delle solite diatribe da guerra civile (o da Risorgimento irrisolto), una questione sicuramente va presa in considerazione con serietà: la canzone ha successo “solo” perché l’artista che la porta in gara è molto popolare? Notare le virgolette intorno a quel “solo”: la popolarità di Geolier non deriva da una casualità, ma è il frutto di un lavoro che parte da lontano e che nel 2023 – come sa chiunque frequenti appena appena l’homepage di Spotify – ha raggiunto il culmine, facendone l’artista più ascoltato d’Italia (intera). Insomma, Geolier è popolare perché la sua musica piace. Non solo, è un artista che muove il pubblico che lo sta aspettando quest’estate in 11 tra stadi e grandi arene open air. Non parliamo, insomma, di un fenomeno virtuale. Però possiamo chiederci perché la sua musica piace e muove il pubblico? Cosa fa funzionare I P’ ME, TU P’ TE? La risposta, in breve, una composizione molto intelligente. Per la risposta lunga, leggi qua sotto.

Quando si guarda dentro una traccia rap o urban pop, il primo passo è ascoltare la produzione, magari con qualche esempio da sentire. Il beat di I P’ ME, TU P’ TE è stato prodotto da Dat Boi Dee, Poison Beatz e Michelangelo. Il primo è il produttore che da anni segue da vicino il percorso musicale di Geolier, presenza centrale (se non proprio direzione musicale) dei primi due album. Il secondo ha messo mano in modo decisivo al disco dei record di Geolier, Il coraggio dei bambini, album più ascoltato in Italia nel 2023 secondo FIMI. Il terzo, conosciuto principalmente come produttore di Blanco, può vantare un elenco di collaborazioni che da solo dice della sua abilità di unire linguaggi musicali diversi, dal rap al pop (Elisa, Sfera Ebbasta, Madame, Laura Pausini, Ariete, Fedez e lo stesso Geolier); per non parlare del fatto che su quel palco, Michelangelo, ha già vinto due anni fa. Insomma, sulla carta i nomi promettevano qualcosa di ben preciso: il suono che aveva conquistato milioni di ascoltatori, quello che contemplava insieme rap, R&B e house; e un’attenzione a non snaturarlo nel momento in cui sarebbe stato tradotto sul palco più mainstream e tradizionale d’Italia.

Entrando nella traccia, si vede tutto ciò. Il beat si sviluppa secondo i canoni del dance-pop più classici (e per questo rodati e “digeriti” dal pubblico). Del genere eredita anche la sua arma micidiale: l’hook (“gancio”). Sopra i sintetizzatori molto bassi, che stendono gli accordi con il loro suono liquido, un’altra melodia strumentale disegna un preciso accento ritmico punteggiato con un timbro che ricorda uno sgocciolio (du dun). L’atmosfera ricorda l’introduzione di Midnight City dei francesi M83, classico dance-pop francese del 2011. Come in quel brano, anche in I P’ ME TU P' TE questo espediente, ripetuto virtualmente dal primo all’ultimo secondo, ha lo scopo di tenere inchiodato l’ascoltatore. Ma qui i produttori giocano anche in modo puntuale con le nostre aspettative.

Prima di tutto, questo elemento percussivo-melodico fa presagire quel che arriverà, il beat propriamente detto, cioè la base del ritmo: non appena compare la cassa (elettronica, parente come timbro della celeberrima TR-808), sentiamo un pattern familiare, perché sincronizzato al centro dei suoi quattro colpi c’è proprio quell’hook (du dun). Il secondo gioco è ancora più efficace, perché ci avvinghia al cantato. Dopo appena 24 secondi, conclusa la prima metà della strofa, Geolier cambia flow e melodia: “No, no, no, comme se fà, no, no, no, a te scurdà?”, canta. Il ritmo dell’inciso si incastra al beat, creando l’effetto virtuale di un poliritmo, una moltiplicazione di colpi che ci porta fisicamente a reagire in modo diverso. Siamo partiti dal basso, agitando piedi e bacino, e adesso siamo invitati a partecipare con la parte superiore del nostro corpo (la testa, le braccia, a ciascuno il suo). In contemporanea con il cambio di flow, entra anche un piattino (o hi-hat), ovviamente elettronico o digitale, sempre parente dell’808, segna il tempo sul 2 e il 4: l’effetto è quello di un conto alla rovescia, tic tac, prima che arrivi qualcosa di seriamente irresistibile.

Queste tecniche – bisogna evidenziare – non sono segreti arcani del mestiere, ma il pane quotidiano di qualsiasi produttore dance, messi in pratica dallo stesso Geolier in tutte le tracce suggerite poco sopra nei link. Quanto appena descritto è un classico build-up, una “costruzione” pezzo per pezzo dell’arazzo ritmico della traccia. Tradizionalmente, al build-up segue un break, che come suggerisce anche l’uso comune italiano della parola, significa “interruzione”, e un drop, quel cambio totale di passo o crescendo dinamico istantaneo che nella dance ha la stessa funzione di un ritornello. E in I P’ ME sentiamo esattamente questo, senza sgarro. Prima si tacciono i synth, lasciando solo la cassa e un ultimo verso sussurrato da Geolier. Quindi, a 00:40 sentiamo il bass drop, quella specie di effetto di “spegnimento” (anche qui, il suono ricorda un’808) e scompare pure la cassa: in compenso restano alcuni minuscoli elementi ritmici e arrivano tastiere più larghe e ariose alle quali, nella versione live dell’Ariston, si affiancano dei violini. E così, il break è completo.

È intorno a questo momento critico, quando l’assenza dell’hook (vedi sopra) ci lascia disorientati, che interviene l’inciso più importante per la resa del messaggio della canzone: “Nun l'essa penzato maje / Ca ll'inizio d"a storia era già ‘a fine d"a storia pe' nuje”, canta Geolier, già arrivato al terzo flow e disegno melodico in meno di un minuto. Sta spiattellando in modo chiaro che questa canzone d’amore parla di una storia finita non troppo bene – potevamo intuirlo dai suoni oscuri e dagli accordi minori predominanti. Ma non siamo ancora al climax della canzone, il dramma dei drammi che fuori e dentro Sanremo funzionano e vendono sempre benissimo. Il climax dovrebbe essere il ritornello, per un autore pop; o il drop, per un produttore EDM. Ma in I P’ ME non c’è bisogno di scegliere, perché arrivano entrambi nello stesso momento. Se il drop si definisce come il momento in cui il ritmo cambia drasticamente, il volume si impenna in verticali e veniamo inondati da una cornucopia di stimoli melodici e ritmici, una canzone che lo abbina a un ritornello ha il dovere di inventarsi una melodia potente, memorabile. Fortunatamente per Geolier, la sua canzone ha precisamente questo tipo di combinazione: “Picciò mo sta inizianno a chiovere” accompagna fuori dalla stanza il ticchettio ritmico del break precedente, aspira via tutto l’ossigeno per un breve istante e precipita (amara ironia) sul verbo “piovere”.

Dicevamo che il ritornello non arriva da solo, e infatti a lui si unisce tutta l’orchestra, un beat ingigantito, e ogni strumento a disposizione nella stanza: più che pioggia, è un nubifragio. C’è talmente tanta abbondanza che dopo il quarto flow al principio del chorus, Geolier ce ne propone un quinto. E con questo arriva il colpo di grazia: “tutte le cose che ho fatto / E a tutte quelle che ho perso, non posso fare nient'altro”, canta l’artista. In italiano, bisogna aggiungere, e non per il piacere dei puristi linguistici: anche in questo caso, l’impressione è che nulla sia stato lasciato al caso. Si sa che il dialetto napoletano abbonda di parole tronche, peraltro perfette per cantare e rimare. Qui, invece, arriva l’italiano con le sue sorde parole che si ammutoliscono subito dopo l’accento, in particolare prima di una doppia consonante (tùt-te; fàt-to; quèl-le; pèr-so). La ragione di questo cambio linguistico? Forse un puro caso. O forse il tentativo di incastrare un’altra volta il cantato con la base ritmica, creando sull’apice degli apici un ulteriore marasma percussivo. O, ancora, un modo per raffigurare con il suono della voce di Geolier, dentro e oltre il senso delle parole, l’amara sensazione di chiusura di una relazione finita.

La canzone, dopo questo tour de force onestamente irresistibile, non ha bisogno di fare molto altro. Come pop comanda, prima si ripete e poi si calca la mano: a questo serve quello che nel songwriting si chiama bridge, un breve inserto che deve invogliarci a sentire un ultimo ritornello. E questo arriva, ma non prima che la canzone si conceda un inserto strumentale, insolito per il contesto. Come si dice in questi casi, da 2:17, per 13 secondi, non siamo più né all’Ariston, né sui nostri divani, ma in un club. Nemmeno Cenere aveva osato tanto. Certo, I P’ ME ha una struttura che ricalca quella di Cenere, così come la struttura di Cenere ricalcava quella di mille altre canzoni dance-pop prima di lei e così via fino alla notte dei tempi. Si potrebbe anche dire che Lazza abbia aperto la porta del Festival a un tipo di suoni e costruzioni, che nel 2024 vengono a chiedere il conto al pubblico italiano. Ma questa non è altro che una coincidenza fortunata: se conosci Geolier, o se hai ascoltato gli esempi di produzioni che ti abbiamo suggerito sopra, sai che questo sound aggressivo, quest’identità rap fluida, questa propensione melodica e sentimentale, non sono una novità messa in scena per il Festival. Geolier era pronto per questo appuntamento con la storia, e da questa notte lo sa tutta Italia.

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