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Festival di Sanremo 2026

Angelica Bove: “Mattone racconta un momento tragico della mia vita. Sono cresciuta povera, oggi voglio di più”

Angelica Bove racconta in un’intervista a Fanpage.it il suo percorso di avvicinamento a Sanremo 2026: dalla giovinezza in povertà al dolore della perdita, fino alla voglia di fare musica che l’ha portata sul palco dell’Ariston con “Mattone”.
A cura di Francesco Raiola
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Angelica Bove a Fanpage (ph Francesco Galgano)
Angelica Bove a Fanpage (ph Francesco Galgano)
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Angelica Bove l'abbiamo conosciuta grazie a X Factor, qualcuno la conosceva già per le sue cover andate virali su TikTok (la prima è stata "Atlantis" dei Seafret). Quest'anno è protagonista al Festival di Sanremo tra i Giovani, dopo essersi qualificata a Sanremo Giovani, lo scorso dicembre. La cantautrice porta "Mattone", una canzone che racconta un momento tragico della sua vita (Bove ha perso entrambi i genitori quando aveva 19 anni), ma che riesce a raccontare nelle interviste affrontando il dolore con ironia. Un'ironia che attraversa anche il suo ultimo album "Tana", scritto assieme a Federico Nardelli, con l'aiuto di Matteo Alieno per i testi. È un esordio interessante quello della cantante romana che ha trovato subito una strada e una voce per raccontare pezzi di vita che l'hanno portata sul palco musicale più importante d'Italia. Dalla povertà alla voglia di ribalta, dal dolore della perdita fino al palco del Festival, ecco l'intervista ad Angelica Bove.

Partiamo proprio dall'attesa: come ti stai preparando per questo Festival?

"Preparare" è una parola che io non conosco. Essendo molto indisciplinata, sono molto fuori da quel contesto: prepararsi, la costanza… zero, proprio non fa per me. Quindi secondo me il mio modo di prepararmi – lo dico sempre – è vivere. Mi godo il sole, mi godo le amicizie, mi godo gli amori, gli affetti, il cibo. Sembra una banalità, però quella cosa ti carica tantissimo a livello interpretativo.

Hai paura?

Anticipatoria no però se penso ai dieci minuti prima di salire sul palco, lì ho ansia. Ho paura di come reagirò a quel momento lì.

Prendiamola come viene: però in qualche modo ti starai preparando, no? Prima parlavi della voce.

Eh sì, riposo vocale, alleno la voce. Però trovare il pezzo, se questa è la domanda, pochissimo. Penso di averlo già provato tanto, anche perché vengo dal percorso in cui l’ho cantato tante volte, da Sanremo Giovani. Lì l’avevo già provato dieci volte, l’ho cantato in TV etc. Quindi ora la provo una volta a settimana, e se capita spesso lo faccio in muto: ascolto il pezzo con la base e non canto.

Come mai?

Perché sento che più provo il pezzo, più diventa artificioso. Questa cosa che mi sono staccata tanto da quando l’ho cantata l’ultima volta in TV, a dicembre, mi ha fatto un gran bene: almeno ritorno a emozionarmi. Per me cantarlo come un robot diventa terribile. Piuttosto mi concedo due errori in diretta, però più che errori sono permettermi di essere umana. Se no divento un robottino.

Vale anche per presenza sul palco?

La performance fisica ormai è preparata. Mi sono venuti dei gesti spontanei avendola fatta più di due volte in televisione, ormai l’ho memorizzata. Mi rendo conto anche riguardandomi che faccio le stesse cose, per fortuna, perché un po’ di memoria fisica ce l’ho e mi aiuta anche a ricordarmi il pezzo.

Come hai vissuto il modo in cui è stata presa questa canzone, visto che non arrivi con un inedito?

Era inaspettato il fatto che avesse un riscontro positivo. Il pezzo non è uscito per andare a Sanremo ma per collegare il fil rouge al disco. Era un’intimità necessaria che avevo bisogno di esprimere.

Quindi come ci sei finita?

Stavamo costruendo il disco, ci siamo guardati e ci siamo detti: "Perché no?". Ci siamo iscritti un secondo prima che chiudessero le iscrizioni. Non avevo minimamente l’aspettativa che sarebbe diventata una gara, e da lì un successo. Negli anni scorsi magari ci provavi sperando, questa volta no: era talmente nato con la voglia di cantare che pensavo di uscire già alle audizioni.

Però adesso hai voglia di vincere?

Adesso sì, totalmente. Quando arrivi ti dici: "L’importante è che canti e fai il tuo". Poi una volta che sei qua dici: "Meglio vincere". Sono affamata, non gioco per partecipare e basta.

È un album in cui c’è molta solitudine, il bisogno di stare da sola. A Sanremo non è così.

Ormai ho interiorizzato questa solitudine ricercata. Anche se sto in mezzo a tante persone, per quanto non sia timida, mi espongo, faccio rumore, mi piace partecipare, però sono molto nel mio. Anche quando mi espongo, mi parlo più dentro che fuori.

Come nasce l’idea dell’album?

Nasce dal trovare il modo più credibile possibile di raccontarmi. Non è nato tipo "facciamo un disco con questo genere". C’era Nardelli che aveva questa intuizione musicale, voleva suonare. L’idea era trasportare l’ascoltatore in camera, però senza un genere. Matteo Alieno è il mio migliore amico, sapevo che avrebbe trasformato i miei sfoghi in un linguaggio autorale. Ci siamo detti di unire queste tre forze: io con i miei sfoghi, la mia voglia di cantare, il mio approccio istintivo; loro con la musica e la scrittura. Non scrivevamo a tavolino: "Parliamo di questa cosa". Piuttosto: "Di che ti sei lamentata ieri?". È stato tutto molto istintivo, un flusso naturale. Lamentandomi escono fuori tutte le cose, sulla vita, sugli uomini…

A proposito degli uomini in "Tana" scrivi: "Che vite che hanno i maschi, sono troppo comode".

Sì, li invidio. Hanno una leggerezza nel non porsi domande che mi affascina. Ho solo amici maschi, e non so perché. Forse perché non si fanno certe domande che noi donne ci facciamo. Nella mia bolla di vita privata mi rendo conto di quanto io sia molto più affine alla leggerezza di un maschio che io non ho. Li invidio e li amo, come amici e come amanti.

"Vorrei soldi per viziarmi, per tranquillizzarmi per farmi regali da scartare insieme a me". Stai riuscendo a ritagliarti questa vita desiderata?

Piano piano sì. Il lavoro mi dà soddisfazioni ed è un privilegio. Io ho un rapporto forte coi soldi perché non li ho mai avuti. Sono cresciuta poverissima, siamo sei fratelli, ricca di affetto ma povera di cose materiali. Si dice sempre "non sono materialista", io lo sono perché non ho mai avuto niente. Ho avuto affetto, valori veri, ma ora voglio anche la parte materiale.

Quando arrivi a decidere di fare della musica la tua vita?

È una cosa recente. Non era un sogno, era una cosa intimissima. L’idea di condividerla diventa un lavoro a tutti gli effetti perché prendi la tua intimità e la rendi di tutti. Già solo pensare di comunicarla e renderla universale, soprattutto nel pop, è una cosa enorme. Devi parlare un linguaggio universale. Non è mai stato un obiettivo per me, mi è quasi capitato per scherzo, dopo una serie di cose che mi hanno cambiato radicalmente la visione della vita, dopo aver visto il fondo, la morte. Penso che mi sia cambiata anche la voce e l’esigenza di esprimermi: da qualcosa di imploso è diventato un’esplosione. A un certo punto mi sono detta: "Oddio, perché adesso ho voglia di cantare a tutti?". Da lì nasce il pop: voler parlare a tutti.

Praticamente quando è successo?

Quando ho fatto questo video in pigiama, inguardabile, proprio l’anti-telecamera, in cui cantavo un pezzettino di una canzone in inglese. Non avevo mai cantato in italiano, quindi già da lì si capisce che non avevo l’intenzione di fare la cantante. E quel video è diventato viralissimo in America. Non era minimamente nei piani. Io volevo solo cantare alle persone, non pensavo che avrei fatto certi numeri, banalissimi numeri. E invece ci sono arrivata.

Che effetto ti ha fatto?

Ho detto: "Ok, ho cantato una canzone e tutte queste persone mi scrivono cose di un’intimità, di una profondità devastante". Io avevo cantato solo 30 secondi, così mi sono detta: "Se riesco a comunicare, anche senza raccontare nulla di preciso, e la gente percepisce qualcosa e si ricollega alle proprie vite, è una cosa grossa. Forse anche più grande di tutto il male che vivo: questa bellezza può compensare quel male che ho dentro.

Da lì hai continuato…

In un anno ho pubblicato 15 video, e quelli sono rimasti. Non ero sicura di voler raggiungere quella viralità, quindi mi sono fermata, ci sono andata piano. Quando ero quasi un trend, l’idea mi agitava un po', ma se lo decidi e lo manifesti, arrivano le cose.

È la prima volta che ti sei detta "sono una cantante"?

Con Sanremo Giovani, quando ho mandato "Mattone" mi sono resa conto che tutto quello che avevo fatto prima l'avevo presa con troppa leggerezza. Vengo da tre anni in cui ho fatto un po’ le cose come venivano, perché non sapevo ancora se fosse davvero quello che volevo fare. Il momento in cui ho deciso è stato quando ho mandato il pezzo a Sanremo. Ho detto: "Lo faccio perché con questo disco e con questo brano voglio dire che io voglio fare musica".

Oggi diresti che è il tuo lavoro?

Sì, oggi sì. È ciò a cui dedico tutta la giornata, è quello di cui parlo tutti i giorni, mi circondo di persone che fanno questo. Oggi posso dire che mi ha totalizzato, mi ha preso completamente.

Fare un album: che passaggio è stato per te?

È stato bellissimo, soprattutto perché venivo da un periodo lungo, quasi due o tre anni, di grande passività, perché non ero decisa. Al di là della scelta se farlo diventare un lavoro vero e proprio, mi sono detta se dovevo farlo avrei dovuto capirlo, ma prima dovevo trovare un mio linguaggio. Non potevo pensare di fare canzoni senza cercare un suono. Quindi siamo partiti dalla musica, e da lì c’è stato l’imprinting con Nardelli. Dovevo fare una ricerca, sapevo che da sola non sarei riuscita a farlo, perché non sono una musicista, non suono alcuno strumento, quindi dovevo affidarmi a qualcuno che potesse tradurre tutto questo in musica.

Angelica Bove – ph Nicholas Fols
Angelica Bove – ph Nicholas Fols

E Nardelli era la persona giusta.

Nardelli era uno dei nomi che mi affascinavano, ma uno dei pochi a cui mi sarei affidata davvero. Parlando, ho capito subito tutto: lui era molto sicuro, molto centrato. Mi aveva già vista a un live, ma non avevamo mai parlato. Era così sicuro che ho pensato che avesse capito più cose di me, e questa fiducia è nata spontaneamente. Poi siamo andati da Matteo Alieno, che è stato il cuore di tutto questo.

Ti ha aiutato nella scrittura, immagino.

Sì, totalmente. La base della scrittura è molto sua, ma nasce tutto da sfoghi miei, che lui si segnava. Ormai mi conosce benissimo, quindi sa già cosa sta bene in bocca a me.

Mi racconti "Mattone"?

Prima di essere una canzone è un momento importantissimo della mia vita. È una canzone autobiografica, parla di un momento decisivo che ha segnato un prima e un dopo. È stato tragico e traumatico. Parla del dolore in sé, e di come mi ci sono vestita per tutto il periodo in cui mi ha resa piccolissima, fragile. E anche di come per un attaccamento alla vita ho dovuto sopravvivere a quel dolore. Parla del potere che ha la consapevolezza che mentre vivi il dolore – che comunque è vita – ti puoi rialzare e puoi diventare molto più forte perché il dolore può anche essere un valore aggiunto.

Non è un caso, quindi, che la canzone e l’album intero si chiudano così: “Dicono che porto un peso, che per me è un mattone, ma un mattone serve a costruire”.

Non c’è rassegnazione nel mattone, e non c’è rassegnazione nella mia vita. Io il dolore lo vivo con molta ironia. Anche le cose più tragiche. In famiglia siamo cresciuti così, tra tragedie e sorrisi: non ci siamo mai pianti addosso. Io non conosco il "piangersi addosso". Piango perché mi concedo la profondità emotiva e la conoscenza di me stessa, ma non vivo mai la vita con una pesantezza limitante. E tutto questo fa parte anche delle mie canzoni.

Vista questa grande intimità di Mattone, non hai paura dell’esposizione a Sanremo? 

Finché sono io la casa di questo racconto, finché lo rispetto e lo porto con dignità, nessuno può toccarmi. Non mi spaventa, perché sono io che lo porto, nessun altro lo racconta al posto mio.
Se dovesse succedere qualcosa, ho la leggerezza di sapere che comunque è in bocca a me, che finché sono viva ne parlo io. L’importante è che io rimanga integra.

Dopo Sanremo che succede?

Dopo Sanremo, live, non vedo l’ora: è la parte più bella. Sanremo è ansia… dopo invece ci sono i live, che sono la parte che preferisco. Il disco nasce da una ricerca, poi lo fai, esce e lo suoni. Questo disco è nato per essere suonato dal vivo. Già da adesso stiamo mettendo su una band, stiamo cercando suoni, possibilità, soluzioni per i concerti.

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