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Perché Donald Trump ha perso? Dobbiamo partire da questa domanda, il giorno dopo le elezioni di medio termine che hanno visto quello tsunami blu, quello tsunami democratico, spazzare via alla Camera i Repubblicani, conquistare la maggioranza al Congresso e, cosa non secondaria soprattutto per l’architettura istituzionale statunitense, conquistare tanti Stati eleggendo dei governatori.
Per fermarci a ragionare, per fare, come si dice, analisi del voto, a mio avviso dobbiamo partire dalle ragioni della sconfitta: dal perché Donald Trump ha perso.
Il miliardario anti-establishment
Donald Trump è stato eletto perché si presentava, nonostante fosse un miliardario cresciuto in quell’ambiente ereditando un’attività del padre (a Roma li chiameremmo palazzinari, cioè costruttori immobiliaristi), come un candidato anti-establishment. Colpa anche e soprattutto dei democratici che, da Clinton in poi, sono stati il partito dell’establishment, il partito della globalizzazione, il partito del meno Stato più mercato. Con una parentesi, Obama, che ha fatto delle riforme interne importanti: penso soprattutto all’Obamacare, ma poi sulla sanità ci arriveremo.
Trump si presentava come un capitalista, un miliardario, che però diceva: adesso ci penserò io, spazzeremo via l’establishment, io sono il nuovo che avanza. Nonostante, tra l’altro, l’età. E nonostante abbia perso il voto popolare rispetto a Hillary Clinton, candidata sbagliatissima, nelle elezioni del 2016, e poi con Biden/Kamala Harris nelle ultime elezioni, nelle due volte che ha vinto Donald Trump è riuscito a compattare un popolo. Soprattutto l’ultima volta: un popolo, quello MAGA, che credeva fortemente in lui, facendo una scalata al Partito repubblicano.
Il messia che ha tradito il suo popolo
Quell’immagine l’abbiamo analizzata tante volte, anche su Scanner, in particolare con Giulia Paganelli, antropologa dei corpi. Trump dopo l’attentato, quando gli hanno sparato, con il sangue che usciva dall’orecchio perché il proiettile l’ha colpito lì. Trump che alza il pugno mentre viene portato via. In qualche modo, in quel momento, diventa il messia di un nuovo credo statunitense.
E però ha tradito tutto. Ha tradito quella middle class, quella classe media, soprattutto quella della Rust Belt, quella che viene definita America profonda. J.D. Vance, il vicepresidente degli Stati Uniti, che è originario dell’America profonda, la racconta benissimo nel suo libro Elegia americana, quando racconta gli Appalachi: terre cadute in disgrazia, possiamo dire così, nel momento in cui le fabbriche hanno iniziato a chiudere per produrre altrove, nel momento in cui la globalizzazione ha sostituito la produzione interna degli Stati Uniti. E infatti Donald Trump aveva promesso una nuova età dell’oro, soprattutto per loro. Ha convinto anche i latinos, un pezzo di afroamericani, gli asiatici: persone alle quali però ha voltato le spalle. Soprattutto con Minneapolis, soprattutto con Chicago, soprattutto con l’ICE, che continua a essere in strada.
Le retate dell’ICE e la svolta dei latinos
Nel Bronx, appena due settimane fa, è stato ucciso un uomo in macchina con suo figlio piccolissimo durante un’operazione dell’ICE, quell’ICE che sta ancora facendo retate negli Stati Uniti. E i latinos: penso al Texas, a Talarico, che ha vinto. E non solo: il Texas ha fatto tripletta, quindi Senato, Congresso e governatrice sono tutti democratici. Un cappottone, si direbbe in Italia. Incredibile. Soprattutto, i democratici hanno preso i voti sul confine, dove quei latinos girano col passaporto, con i documenti in tasca, perché hanno paura proprio delle retate dell’ICE. Perché questo Presidente gli ha voltato le spalle.
La guerra dei dazi
E gli ha voltato le spalle anche sul tema economico, perché pensava di risolvere tutto con i dazi. Ricorderete quella scena di Trump con la lavagnetta: sembrava un oste in un’osteria che arriva col menu del giorno, con tutti i dazi imposti ai Paesi. Non pensava però a quanto sia ormai interconnesso il mondo economico globale. Quei dazi hanno portato una prima ondata di inflazione, una prima crisi. Penso soprattutto agli Stati del nord, dove l’economia è interconnessa con il Canada (penso soprattutto alla legna, ma a tanto tanto altro), ma anche ovviamente con l’Asia e con l’Europa. Quindi i dazi, che erano parte della ricetta del piano economico di Trump, non sono stati la soluzione.
La guerra all’Iran e la crisi globale
Poi è arrivata la guerra all’Iran. Trump è stato trascinato da Netanyahu, ricattato da Netanyahu. Sicuramente gli Epstein files hanno avuto un ruolo, o quantomeno l’amicizia, la rete attorno a Netanyahu: penso soprattutto al genero di Donald Trump, Kushner, e ai rapporti che ha con Netanyahu. Quella guerra ha portato in crisi anche noi, con lo stretto di Hormuz chiuso e poi la crisi del Mar Rosso a Bab el-Mandeb, l’altro stretto, con gli Houthi che minacciano di colpire le navi. Tutto questo ha portato a una nuova crisi economica globale, facendo aumentare i carburanti e l’energia, e ha trascinato anche gli Stati Uniti in questa crisi con l’aumento dell’inflazione.
Dal “non un centesimo” alle guerre degli altri
Un Presidente MAGA, quindi, che è stato eletto con un programma elettorale in cui diceva che non avrebbe speso un centesimo per chi non è cittadino americano, cittadino statunitense. Lo abbiamo visto in Afghanistan e in altri Paesi dove si portava avanti il disimpegno statunitense. Ricordiamo il disimpegno in Afghanistan, per esempio: prima di quel disastro, Trump, ancora da Presidente, fa un accordo con i talebani, gli accordi di Doha, dicendo: vabbè, noi ce ne andiamo, voi mi raccomando fate i bravi ragazzi, non esagerate. Quel disimpegno era spinto dal “non spenderemo un centesimo per quelli che non sono cittadini statunitensi”.
E invece oggi gli Stati Uniti stanno di fatto finendo le scorte di missili. Stanno spendendo tantissimo per Israele, per sostenere il genocidio e la campagna militare nella Striscia di Gaza, e in generale per quell’Israele di Netanyahu che ha una guerra aperta su più fronti contemporaneamente. Che porta avanti una guerra contro l’Iran che Trump era convinto sarebbe durata un giorno, una settimana, un mese. Lo raccontavamo con Scanner: ogni volta diceva abbiamo vinto, la marina iraniana giace sul fondo del mare Persico, l’Iran è in ginocchio, potrei usare l’atomica e spazzare via un’intera civiltà. Non diceva un popolo, diceva una civiltà: forse in maniera irrazionale, ma sa, o qualcuno almeno gli ha detto, che quella è una civiltà millenaria.
Il carovita, la carta vincente dei democratici
Quel Trump ha speso tantissimi soldi per le guerre, per le campagne militari, e invece ha fallito sul piano interno. E ha perso anche perché i democratici hanno vinto: quando qualcuno perde vuol dire che qualcuno ha vinto. E hanno giocato bene, perché anche l’ala moderata ha sussunto alcune parti del programma storico della componente socialista del partito. Pensiamo tutti, ovviamente, a Bernie Sanders: non c’è solo lui, ma è il grande vecchio di quell’ala, possiamo definirlo così. Si parla di carovita. Non si parla più di democrazia, di qualcosa di intangibile. Si parla, e lo abbiamo visto con Mamdani, di affitti, di tassare i ricchi, di trasporti pubblici. Si parla quindi di vita, del carovita che anche noi stiamo affrontando. Si parte da lì.
Gli affari del clan
Donald Trump ha perso per questo. Aveva un mandato quasi in bianco, perché il suo popolo gli credeva davvero, e quindi poteva giocarsela bene. Se l’è giocata male, pensando di fare affari per la sua famiglia, per il suo clan e soprattutto per tutte le persone attorno a lui. Penso agli accordi immobiliari presi da Kushner, al fatto che suo genero vada in giro come se fosse un segretario di Stato a fare accordi senza avere un mandato. Questo sarà uno dei temi principali: la corruzione è stata un tema di campagna elettorale e sarà una delle battaglie dei democratici in questi due anni.
La tigre ferita può far ancora male
Trump ha perso per questo. Ma attenzione: Trump non è stato sconfitto del tutto. Ieri il primo post della Casa Bianca era una foto di Trump in una posa minacciosa, con la scritta “è ancora il vostro presidente”.
Ora servirà una vigilanza costante, perché Trump non è stato sconfitto. Oggi Trump è ancora più pericoloso, perché è ridotto all’angolo. Sa che è finito, sa che non può tentare neanche quel colpo di mano a cui aveva pensato, quello del terzo mandato, che in qualche modo aveva sognato visto che non era possibile.
E soprattutto adesso parte una guerra. Bannon pochi giorni fa aveva detto che sarà una guerra civile all’interno del Partito repubblicano. È esattamente così: ieri Pence ha dato il via. E noi oggi, con Scanner, partiamo da qui per analizzare proprio quello che sta succedendo.