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Il governo Meloni è uno dei più longevi della storia repubblicana, sicuramente il più a destra e quello che ha posto maggiormente l'attenzione sul tema della sicurezza. Oltre ai migranti, l'ultimo bersaglio sono i cosiddetti "maranza", giovani di seconda generazione penalizzati dall'abbassamento dell'età per la responsabilità penale. Invece di sostenere la marginalità sociale, lo Stato adotta una linea puramente punitiva. Qual è il tuo giudizio sull'approccio di questo governo verso le seconde generazioni e le periferie?
L'approccio di questo governo è assimilabile a un bastone, a una clava che si abbatte contro ciò che viene etichettato come incalcolabile o irrisolvibile. È inconcepibile pensare di controllare la devianza sociale esclusivamente con la violenza punitiva. Crescere in contesti poveri e privi di servizi non offre strumenti per immaginare un futuro diverso. Pretendere che adolescenti svantaggiati emergano senza un sostegno reale è irrealistico. Io sono stata fortunata grazie a mia madre, ma il diritto a una possibilità non può essere un'eccezione o una storia di successo da esibire: deve essere una garanzia per tutti.
L'introduzione della parola "merito" nella denominazione del Ministero dell'Istruzione ha rilanciato la retorica della meritocrazia. Cosa significa per te questo concetto alla luce delle disparità di partenza?
Parlare di meritocrazia mi fa venire i brividi. Il merito non esiste quando le condizioni di partenza sono profondamente disuguali. Ricordo la difficoltà della mia famiglia anche solo nel comprare i libri scolastici. Mia madre ha fatto sacrifici enormi in un contesto sterile che non le permetteva di esprimere le sue potenzialità. Io stessa ho dovuto interrompere gli studi universitari per lavorare e sostenere la famiglia, proseguendo da autodidatta. Non si può chiedere alle persone di compiere sforzi eroici per ottenere ciò che spetterebbe loro di diritto.
Il governo dovrebbe creare pari condizioni, non celebrare il "merito" di chi parte in vantaggio.
Tu potresti essere definita un'eccellenza, altra parola che va molto di moda
Non voglio essere definita un’eccellenza: faticare il doppio solo perché non si è ricchi è una vergogna, non un motivo di vanto.
Nel dibattito politico si fa strada il concetto di "remigrazione", alimentato da figure come Vannacci e gruppi neofascisti. La morte di Abderrahim Fakhir a Bologna durante un intervento di polizia mostrano un clima di crescente repressione nei confronti degli stranieri. Come vivi la normalizzazione della remigrazione?
Era prevedibile un recrudescenza di queste posizioni. Nella politica italiana riaffiora ciclicamente una variante neofascista che propone soluzioni semplicistiche e persecutorie verso gli immigrati. Le proposte di ridurre la presenza straniera non sono incidenti casuali, ma la manifestazione di un sentimento radicato in una parte del Paese. Quello che infastidisce maggiormente certi ambienti non è solo l'immigrato in sé, ma la persona di seconda generazione: chi parla la lingua, vive la cultura e rivendica i propri diritti pur non corrispondendo ai canoni di una presunta "bianchezza". Rappresentiamo una realtà integrata che la destra vorrebbe rimuovere, ma che ormai è parte integrante della società.
Rispetto ad altri Paesi europei con storie coloniali più estese, in Italia la letteratura prodotta da scrittori e scrittrici razionalizzati fatica ancora a trovare il giusto riconoscimento. Che ruolo può avere la scrittura nel cambiare questa narrazione?
La scrittura è uno strumento potente perché impone di andare oltre la superficie e abitare le storie altrui. A me la lettura e la scrittura hanno salvato la vita, permettendomi di superare la depressione sociale in cui ero immersa da piccola a Castel Volturno. In Italia ci sono molti autori e autrici razionalizzati validi, come Igiaba Scego, ma spesso veniamo confinati in sezioni marginali, come la "letteratura afro-italiana" o le "scienze sociali". Io voglio stare nella letteratura italiana senza etichette, perché quello che racconto fa parte di questo Paese. La discriminazione opera anche quando si tenta di considerare la nostra presenza come un'appendice temporanea o un'anomalia, anziché come parte fondamentale della comunità.
Per concludere, quale consiglio di lettura vuoi dare al pubblico alla luce dei temi trattati?
Consiglio di rileggere con attenzione Frankenstein di Mary Shelley. È un testo fondamentale che mostra come i mostri non nascano tali, ma vengano generati dal rifiuto e dalla violenza di una società ostile. Continuare a rispondere alla marginalità solo con repressione e carcere è un errore prospettico che la letteratura ha già ampiamente svelato.