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Israele non si ferma: dopo aver bombardato Beirut ha attaccato l'Iran, dopo che quest'ultimo aveva lanciato dei missili sullo Stato ebraico proprio in risposta ai bombardamenti sul Libano.
Netanyahu ha agito in autonomia, senza gli USA e proprio mentre Trump dichiarava che dovevano fermarsi e tornare al tavolo di trattativa.
La strategia di Netanyahu
Nessuna sorpresa, anzi era tutto calcolato.
Netanyahu ha bisogno della guerra e con lui l'intera politica israeliana, tanto che Naftali Bennett, il leader dell'opposizione, si è subito dichiarato a favore di una risposta militare contro il regime.
Il bombardamento su Beirut non era concordato con Trump e Netanyahu sapeva che avrebbe scatenato la reazione iraniana. Serviva un pretesto per riprendere la guerra, Netanyahu lo ha creato.
Israele agisce e ragiona da solo, non è più l'avamposto dell'Occidente in quello che noi definiamo Medio Oriente, non più un proxy USA. È uno Stato che ha dichiarato guerra ai suoi vicini, fino a quando questi non saranno annientati.
I guai di Trump e le conseguenze sul mondo
Trump invece è nei guai: i Mondiali di calcio stanno per iniziare e dovevano essere una vetrina per la grande America che lui sogna, per l'età dell'oro che promette.
E poi ci siamo noi, messi ancora peggio: Hormuz continuerà a restare chiuso e questa guerra di Netanyahu ci porta dentro una crisi economica che ricorderemo.
Altro che Nobel per la pace: Trump, che ha iniziato questa guerra pensando di vincerla in pochi giorni, sarà ricordato come portatore di caos globale.