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Per mesi ce l'hanno ripetuto in tutte le lingue dell'Unione: bisogna essere pronti. Lo ha detto Bruxelles, lo ha detto Londra, lo ha detto il nostro ministro della Difesa. Pronti a cosa, nessuno lo spiegava mai fino in fondo. Si evocava una minaccia vaga, si parlava di riarmo, di kit di sopravvivenza, di leva. Ecco, questa settimana la risposta è arrivata. E non somiglia a nessuna guerra che conosciamo: somiglia a una serie tv di quelle che guardiamo la sera sul divano, con la differenza che stavolta sono le nostre vite ad essere protagoniste.
La domanda di oggi è semplice: siamo pronti alla guerra ibrida? E la risposta, temo, è che ci stiamo preparando alla guerra sbagliata, nel modo sbagliato, con le parole sbagliate.
Ventotto voli e nessuna bomba
Partiamo dai fatti. Dal 2 al 5 novembre ventotto voli europei hanno ricevuto minacce di bomba via email, alcune scritte in italiano. Un Dublino-Roma è atterrato in emergenza in Francia. Un Milano-Varsavia è stato dirottato a Vienna. I caccia dell'Aeronautica hanno scortato un aereo di linea fino a Fiumicino, gli artificieri sono entrati a Malpensa. Le minacce però erano tutte false.
Ogni volo deviato costa tra i 55 e i 75 mila euro. Chi ha scritto quelle email non lo sappiamo ancora, e voglio essere onesto: nessuno, a oggi, può dire con certezza che dietro ci sia uno Stato. Ovviamente si parla di Russia, da anni accanto alle parole hacker o guerra ibrida c'è sempre Putin o Russia.
Ma il punto è proprio questo. C'è stata una rivendicazione di un fantomatico gruppo dei "Combattenti per lo Stato maschile", un gruppo che evidentemente si ispira ad un collettivo russo misogino, di estrema destra e nazionalista. Nella mail c'era scritto: "Siete tutti complici di un complotto criminale. Vogliamo annientarvi per questo. Il regime femminista se ne ricorderà per sempre".
Non sappiamo se davvero è così e non serve saperlo per subirne gli effetti.
Il frigorifero come campo di battaglia
Negli stessi giorni qualcuno ha preso il controllo dei banchi frigo dei supermercati in otto paesi europei. Italia compresa: negozi colpiti tra Palermo e Catania. Le temperature sono state spinte fino a 50 gradi, la merce è finita nei cassonetti. In Francia era già successo a ottobre, in centinaia di punti vendita. Stavolta due gruppi filorussi, NoName057 e Z-Pentest, hanno rivendicato con un video.
E poi c'è la notizia che dovrebbe toglierci il sonno. Nella notte tra l'1 e il 2 novembre i frigoriferi di tre sedi dell'ente nazionale del sangue francese sono stati riprogrammati da remoto: da meno trenta a più centodieci gradi. Plasma destinato alle trasfusioni. Se non ci sono stati danni è perché un tecnico di turno se n'è accorto in tempo e ha spostato le sacche.
Una guerra che costa una mail
Ecco che cos'è la guerra ibrida: non è un carro armato al confine, è il controller di un frigorifero installato quindici anni fa, con la password mai cambiata. È una mail sgrammaticata che fa scendere un aereo pieno di famiglie. È un attacco che costa pochi euro a chi lo lancia e decine di migliaia a chi lo subisce.
C'è chi l'ha definito un jiu-jitsu procedurale, e non c'è immagine migliore: la nostra forza diventa la leva per farci cadere. Ogni allarme, anche il più ridicolo, ci obbliga a fermarci, controllare, evacuare, far decollare un caccia. La nostra prudenza è la loro arma. E più siamo spaventati, più quell'arma funziona.
La radio a manovella
E noi come rispondiamo? Con la radio a manovella. Lo dico senza ironia, o quasi. A marzo dell'anno scorso la Commissione europea ha presentato la sua strategia per la preparazione: ogni famiglia dovrebbe avere un kit per resistere 72 ore. Acqua, cibo, medicine, una torcia, contanti, una radio a manovella o a energia solare. La commissaria che lo presentava sui social ci aveva messo dentro anche un mazzo di carte. La vicepresidente della Commissione, in conferenza stampa, ha ammesso di non averlo. Tre giorni fa sono arrivate le linee guida definitive: sette categorie di bisogni, nessuna quantità, nessun obbligo. Una raccomandazione così prudente da non raccomandare quasi niente.
Nel frattempo, sotto un altro nome, a Bruxelles correva un altro piano: Readiness 2030, quello che fino a poco prima si chiamava apertamente ReArm Europe. Centinaia di miliardi per la difesa. Da una parte la torcia in cantina per i cittadini, dall'altra i miliardi per l'industria delle armi. È qui che il racconto della preparazione mostra la sua doppia faccia.
Londra ci aveva avvertito
Il 22 ottobre il governo britannico ha lanciato "Be Ready", una campagna di tre anni. Scorte per tre giorni, coperte, una radio, e soprattutto contanti in casa, perché i pagamenti elettronici possono saltare. Solo il 13% dei britannici dice di sentirsi pronto a un'emergenza. Il ministro della Salute ha chiesto alle famiglie di immaginare cosa farebbero se le casse del supermercato sotto casa smettessero di funzionare.
Due settimane dopo, i supermercati sono stati colpiti davvero. Non alle casse, ai frigoriferi. Ma colpiti. Lo scenario che sembrava esagerato è diventato cronaca in quindici giorni.
Il ritorno della caserma
Intanto l'Europa riscopre la leva. La Lituania l'ha reintrodotta nel 2015, la Svezia nel 2017, la Lettonia nel 2023. La Croazia l'ha votata l'anno scorso e quest'anno sono partiti i primi addestramenti. La Germania obbliga i diciottenni a compilare un questionario e a passare la visita medica, e tiene l'obbligo vero come "ultima spiaggia". La Francia da quest'estate ha un servizio militare volontario di dieci mesi.
E l'Italia? Da noi la leva è sospesa dal 2005, non abolita. Il ministro Crosetto parla da un anno di leva volontaria e di una riserva, e lo schema di riforma della Difesa prevede fino a 40mila militari in più entro il 2033. Con un dettaglio non da poco: il capitolo che dovrebbe spiegare con quali soldi pagarli, secondo chi ha letto il testo, è rimasto in bianco. Chi sostiene la riforma dice che i nostri eserciti sono troppo piccoli e che la deterrenza si costruisce prima, non nel mezzo di una crisi. Chi la contesta dice che stiamo normalizzando l'idea della guerra, una divisa alla volta, soprattutto in un momento di riarmo europeo che ci indebiterà per i prossimi decenni.
Un ragazzo in divisa contro un frigorifero
La domanda giusta che dobbiamo farci oggi è questa: contro un frigorifero hackerato, a cosa serve un ragazzo di diciannove anni in caserma? La guerra che ci è entrata in casa questa settimana non si combatte in trincea. Si combatte con un tecnico che aggiorna un software, con un fornitore che scollega un impianto da internet, con un'autorità che spiega con calma, e in fretta, che quell'allarme bomba era falso.
Va detto: la riforma della Difesa prevede anche un ramo delle forze armate dedicato alla cybersicurezza. Bene. Ma se la sicurezza di un paese dipende dal frigorifero di un supermercato di Catania e dalla password del fornitore di una banca del sangue, allora la difesa non è solo una questione militare. È manutenzione, è investimento pubblico, è ricerca, è obbligo per le aziende che gestiscono infrastrutture essenziali. È roba noiosa, che non fa titoli e non si inaugura con una parata. Ed è esattamente quella che manca.
La paura come arma, la paura come governo
E qui arriviamo al punto che mi preoccupa di più. La guerra ibrida vuole una cosa sola: farci vivere in uno stato di guerra psicologica permanente. Sempre sotto attacco, sempre pronti, sempre in allarme. Ma attenzione, perché la paura non la usano solo i nemici. La paura è anche un formidabile strumento di governo. Giustifica bilanci, zittisce il dissenso, rende accettabile quello che ieri non lo era. Più parliamo di kit di sopravvivenza, di leva e di riarmo, più rischiamo di fare il lavoro di chi ci attacca, con le nostre stesse mani.
Prepararsi è giusto. Noi italiani lo sappiamo meglio di altri, tra terremoti e alluvioni: una torcia e qualche bottiglia d'acqua in casa non hanno mai fatto male a nessuno, e la protezione civile è una delle cose migliori che questo paese abbia costruito. Ma prepararsi non può voler dire rassegnarsi a un mondo che sa solo armarsi.
Siamo davvero pronti?
Allora, siamo pronti? Forse la domanda va rovesciata: pronti a fare cosa? A resistere tre giorni senza corrente, sì, ce la possiamo fare. Forse abbiamo visto di peggio in vita nostra.
A non lasciarci trascinare in una paura permanente, questo è molto più difficile. Perché un mondo che andrebbe disarmato lo stiamo costruendo noi, un allarme alla volta. E la vera prontezza, forse, è avere il coraggio di dirlo.