Uccide un paziente a sprangate in Psichiatria, aspettava un posto in una struttura per detenuti

Si chiamava Antonino Domenico Martinelli il paziente settantaduenne ucciso da un altro paziente all'interno del reparto di Psichiatria dell'ospedale San Camillo De Lellis di Rieti. A compiere il delitto è stato un uomo ospitato in Psichiatria in attesa di un posto in una Rems, una struttura sanitaria residenziale che accoglie persone ritenute autrici di reati e affette da disturbi psichici, non imputabili penalmente.
L'avrebbe colpito alla testa con una parte del letto, ossia una sponda laterale anticaduta, staccata e usata come spranga. Oggi, venerdì 23 gennaio, su disposizione della Procura della Repubblica di Rieti, è in programma l'autopsia sulla salma. L'aggressore, un ventunenne romeno, è stato arrestato in flagranza di reato dai carabinieri della Compagnia di Rieti, intervenuti subito dopo la chiamata del personale sanitario.
"Avviare un percorso di riforma della legge per cura e sicurezza"
A commentare i drammatici fatti sono stati gli psichiatri Emi Bondi e Giancarlo Cerveri, presidenti del Coordinamento nazionale Servizi psichiatrici di diagnosi e cura. Chiedono al ministro della Salute Orazio Schillaci e al ministro della Giustizia Carlo Nordio di "avviare un percorso di riforma della legge che possa portare a garantire cura e sicurezza". La tragica vicenda ripropone la complessa questione della gestione delle persone private della libertà affette da disturbi psichici. Non è purtroppo la prima volta che accade un episodio del genere, è già successo tre anni fa a Pisa, dove la psichiatra Barbara Capovani è stata uccisa con dei colpi al cranio.
"Operatori costantemente minacciati, abituati a lavorare con la paura"
La morte del paziente all'ospedale di Rieti e quella della psichiatra Capovani a Pisa sono "due eventi molto simili, un reparto ospedaliero di psichiatria costretto a trattenere individui pericolosi socialmente, senza tutele, senza risorse dedicate, senza possibilità di garantire cure e di fornire sicurezza a pazienti e operatori – spiegano gli psichiatri – In entrambi i casi una morte terribile. In mezzo a questi due fatti isolati una quotidianità di eventi, di minacce, di percosse che passano quasi sempre sottotraccia. La paura dei pazienti, di medici ed infermieri è un fatto quotidiano di cui nessuno si occupa. Operatori costantemente minacciati si abituano a lavorare con la paura".