Si toglie la vita alla vigilia del rientro in classe, i genitori di Paolo Mendico: “Continueremo a lottare per lui”

Sono passati cinque mesi da quando, a poche ore dal rientro in classe, un ragazzino di 14 anni si è tolto la vita in camera sua. Aveva inviato un messaggio alla sorella, aveva scritto che in quella scuola non voleva tornare. Sarebbe ricominciato tutto di nuovo, sarebbe cominciato "il calvario". Per il quattordicenne non c'è stato niente da fare. È stato trovato quando ormai era già troppo tardi. Ma da quel momento i genitori dell'adolescente, Simonetta e Giuseppe Mendico, non si sono mai fermati. E non hanno intenzione di farlo.
"A distanza di cinque mesi stiamo sempre peggio, la situazione a livello psicologico è sempre più pesante e la sua assenza si avverte sempre di più, più si va avanti e più è peggio – dicono a Fanpage.it i genitori del quattordicenne – Questo è il problema: si avverte proprio la sua assenza in casa, è un vuoto incolmabile".
A che punto sono le indagini sul suicidio del quattordicenne in provincia di Latina
Cinque mesi in cui sono andate avanti le indagini. Sul caso stanno indagando la Procura di Cassino e quella dei Minori di Roma, per istigazione al suicidio. "Si è ucciso dopo aver subito per anni bullismo. È stato umiliato, maltrattato, ha subito violenze fisiche e psicologiche. È stato umiliato anche da una docente, noi lo abbiamo scoperto soltanto dopo – dicono ancora – Stavamo ogni giorno dalla vicepreside, ma la verità è che nessuno ha fatto niente". Oltre alle Procure, il Ministero dell'Istruzione ha svolto delle ispezioni, a seguito delle quali sono scattati dei giorni di sospensione per preside, vicepreside e insegnanti.
"Eppure il sindacato si è messo a difendere addirittura chi è colpevole: gli ispettori del Ministero ne hanno accertato la colpevolezza e i sindacati li difendono. Per noi è assurdo", dicono ancora. Il riferimento è ai dubbi sollevati dalla Flc Cgil, secondo cui i provvedimenti a carico della preside sarebbero arrivati prima ancora della fine dello svolgimento delle ispezioni "basandosi soltanto su articoli di giornale" anziché su elementi reali.
Il ruolo della scuola: "Dopo due settimane dal suicidio, un altro ragazzo vittima dei bulli"
Simonetta e Giuseppe Mendico si sono mostrati fermi nella loro opinione: "La responsabilità è da rintracciare a scuola: non è un caso se, circa 15 giorni dopo la morte di nostro figlio, si è verificato un altro episodio di bullismo. I genitori di questo ragazzo hanno dovuto denunciare perché sono stati derisi dalla preside e dalle altre insegnanti – dice il papà – Questo ragazzo è stato per oltre un mese e mezzo fuori scuola, senza frequentare. Per permettergli di frequentare è stato necessario cambiare l'istituto. Gli stessi inquirenti che si stanno occupando nel nostro caso, hanno preso in carico anche il suo".
I tentativi dei genitori: "Andavamo dalla vicepreside tutti i giorni"
Che per il ragazzo potesse essere fatto di più è un'opinione condivisa anche con la dottoressa Monica Sansoni, Garante dei Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza nella Regione Lazio. Più volte ha dichiarato a Fanpage.it quali alternative si sarebbero potute utilizzare per cercare di aiutare il giovane.
"Per proteggere nostro figlio sarebbe bastato evitare l'indifferenza, evitare gli girare il volto dall'altra parte – continua a spiegare la mamma, Simonetta – Invece hanno preso in giro noi e nostro figlio. Noi andavamo quasi tutti i giorni a reclamare e a denunciare tutti gli episodi di maltrattamento che mio figlio subiva da parte di questo gruppo di compagni di classe".
Il copione era sempre lo stesso: prima il colloquio con la vicepreside che accoglieva la coppia di genitori, li ascoltava, annotava la situazione e poi prometteva che avrebbe preso provvedimenti. "Ma i provvedimenti non arrivavano mai – continua la mamma – Entrava in classe e faceva la solita ramanzina ai ragazzi, minacciava di sospenderli. Ma non succedeva mai. E ormai lo sapevano anche loro che era una farsa. Così continuavano imperterriti a prendere in giro mio figlio, a maltrattarlo, anche con la violenza, non solo verbale ma anche fisica".
Un grido d'aiuto: "Mio figlio è rimasto inascoltato"
La situazione è peggiorata. "Ha visto che nessuno degli adulti, insegnanti o vicepreside, lo ascoltava. Così ha smesso di raccontare cosa succedeva e con chi. Fino a quando è arrivato a quell'atto estremo. Perché lo ha fatto? Perché non ce la faceva più, la disperazione l'ha portato a quello. Questo è stato il problema. Tanto è vero che che è successo tre ore prima che lui rientrasse a scuola il primo giorno", sottolineano i genitori.
"Dalla scuola negano ogni situazione, dicono che non ne sapevano niente. Ma loro lo sapevano. I sindacati, appresa della sospensione, hanno detto che non c'è scritto niente sui verbali. Ma noi abbiamo delle chat che comprovano quello che stiamo dicendo. Ci sono delle telefonate, delle lunghe telefonate fra me e la vicepreside – continua il papà – Per non parlare della questione dei corsi di recupero di matematica, quando mio figlio è stato umiliato persino dall'insegnante", sottolineano, ricordando quanto raccontato dal figlio in alcuni quaderni al vaglio di una grafologa.
"I genitori non si conoscono fra loro né con gli insegnanti. Ci saremmo visti soltanto una volta all'anno – dicono descrivendo il contesto scolastico particolare davanti al quale si sono trovati – Dovevano proteggere nostro figlio, invece non hanno mai fatto niente, mai attivato il protocollo antibullismo regolamentato da quella famosa legge del 2024. Bastava una minima avvisaglia per mettere in atto quel tipo di provvedimento. Non possiamo non chiederci perché non l'abbiano fatto. L'ipotesi è che abbiano qualcosa da nascondere".
Le indagini in corso: "Piena fiducia negli inquirenti"
Nel frattempo da cinque mesi le indagini continuano, serratissime e con il massimo riserbo, vista la presenza di soggetti minorenni fra gli indagati, oltre al giovane ragazzo morto suicida.
"Per il momento abbiamo fiducia nelle indagini in corso, non possiamo fare altro – dice la mamma Simonetta senza esitazione – È l'unica cosa che possiamo fare, per adesso, ed è tutto quello che abbiamo potuto fare fin dall'inizio. Stiamo facendo tutto quello che possiamo, stiamo portando avanti tutte le nostre istanze e la giustizia ci sta dando ragione".
Ora c'è massima attesa per i verbali degli ispettori, per verificare eventuali omissioni di preside e insegnanti, poi arriveranno le risposte delle indagini delle due Procure: "Non possiamo fare altro che avere piena fiducia nella giustizia. Altrimenti staremmo soltanto perdendo tempo – continua il papà – Il problema è chi era in questa scuola, ha visto e non ha fatto niente. Ma continuiamo ad avere fiducia nella giustizia e nel lavoro degli inquirenti. Nessun elemento ci porta a sostenere il contrario", aggiunge. "Quando leggeremo i verbali, poi, vedremo. Mi auguro di poter continuare ad avere fiducia nella giustizia e di non dover cambiare idea".
La lotta dei genitori del quattordicenne suicida nella provincia pontina
Nel frattempo, però, i genitori del quattordicenne continuano a sentirsi attaccati. "Ci dicono che siamo contro la scuola. Ma il problema non è la scuola, sono quei componenti della scuola, noi ce la prendiamo con chi ha fatto male alla scuola e soprattutto a nostro figlio", dicono ancora.
"Se viene chiesto di pensare a chi ha reso impossibile la vita di mio figlio e alle loro famiglie, non ho niente da dire. Per me sono persone inesistenti, non collimano con il mio mondo, così come con quello di mio figlio. Non ci accomuna niente. Per me semplicemente non esistono", sottolinea la mamma.
Il suggerimento che, invece, darebbero a tutte le famiglie che si stanno trovando a vivere una situazione simile alla loro non può essere che uno solo. "Devono denunciare. Sempre e qualsiasi cosa, pure una minima cosa. Spesso si sentiranno dire che si tratta di una ragazzata, ma non è così. Il bullismo non può essere una ragazzata. Anche una pacca sulla spalla non voluta è bullismo. Quindi devono denunciare – ribadisce più volte il papà Giuseppe – Perché una singola parola, un singolo gesto può essere proprio l'inizio di fenomeni, di comportamenti che vengono reiterati nel tempo, che poi possono condurre la vittima a compiere dei gesti a cui poi, purtroppo, non si può più porre rimedio. Occorre fermare certi atteggiamenti prima che sia sia troppo tardi, che si arrivi a a una situazione quotidiana".
E le persone che rivestono il ruolo di insegnanti possono e devono fare la differenza. "Devono essere pronti ad agire, avere gli strumenti per svolgere questo ruolo e la capacità di utilizzarli. Devono essere in grado di stare vicino ai bambini o ai ragazzi, agli adolescenti. Perché altrimenti così non si andrà mai avanti – afferma la mamma Simonetta – Saremo sempre a dire sempre le stesse cose, a fare sempre gli stessi gli discorsi, passeranno gli anni e stiamo sempre a dire le stesse cose", è la triste ipotesi.
L'auspicio di Simonetta e Giuseppe Mendico: "Non ci arrendiamo"
"Cosa ci aspettiamo adesso? Dalla scuola assolutamente niente. Dalla legge aspettiamo che facciano luce su tutte le nostre verità. Noi non molleremo mai. L'emozione iniziale non finirà mai, il nostro dolore resterà per sempre. Ma ora continueremo a parlare – aggiungono ancora prima di concludere – Ci comporteremo come loro hanno fatto con noi, sono stati vigliacchi. Hanno negato tutto, ma noi sappiamo come è andata. Oltre alla tragedia, ci sentiamo presi in giro. Ma non ci arrendiamo. Lotteremo tutti in giorni. Non ci interessa più niente, noi non abbiamo più niente da perdere".