La figura di maggior spicco della cosiddetta ‘banda dei Caf' era un romano di 40 anni. Era incensurato e di professione conducente di scuolabus, ma le accuse sono per lui pesantissime: per quindici anni, infatti, sarebbe stato protagonista di molti episodi di usura. Terrorizzava letteralmente i suoi clienti e in più di un'occasione li avrebbe picchiati o minacciati con pistole. Chi non pagava, veniva portato in un luogo isolato e minacciato. La base operativa del suo gruppo di strozzini era in uno sportello caf di via Ettore Rolli, Roma, zona Portuense. Presso il locale venivano concessi i prestiti e venivano organizzati gli appuntamenti con le vittime, soprattutto piccoli imprenditori in difficoltà economiche e bisognosi di soldi in contanti. A condurre l'operazione ‘Sportello (Anti) Usura', le cui indagini sono cominciate in seguito ad alcune denunce presentate dalle vittime, sono stati gli agenti della Squadra Mobile di Roma, sezione Reati Contro il Patrimonio. Per gli indagati, sei persone, le accuse vanno dall'usura all'estorsione aggravate, dalle lesioni aggravate all'esercizio abusivo di attività finanziaria.

Le indagini sulla ‘banda dei Caf'

Al termine delle indagini, condotte tra la fine del 2019 e i primi mesi del 2020, il gip ha emesso l'ordinanza che dispone le misure cautelari per gli indagati. Gli accertamenti delle forze dell'ordine hanno consentito di ricostruire tutto l'organigramma della banda criminale, con ruoli e mansioni svolte da ciascun protagonista: in pratica ogni vittima doveva restituire tutti i mesi i soldi prestati con una maggiorazione che oscillava tra il 20 e il 40 per cento. La modalità di estinzione del debito si basava sul modello ‘a fermo': le vittime erano costrette a pagare interessi fissi mensili, che però non andavano a intaccare la quota capitale. Per estinguere il loro debito, dovevano praticamente pagare per intero la somma inizialmente prestata, pur avendo versato in interessi una somma pari o superiore. Se gli imprenditori facevano resistenza, i membri della banda mettevano in atto minacce e vere e proprie aggressioni. "Ti vengono a cercare i Casamonica", era una delle minacce. Il sistema criminale messo in piedi dal gruppetto non si è fermato neanche nel corso dell'emergenza Covid e anzi gli usurai hanno continuato, quanto e più di prima, nei loro traffici. Cinque persone si trovano agli arresti domiciliari, mentre uno solo degli indagati si trova in carcere a Regina Coeli.