Marco ha contratto il coronavirus i primi di marzo ed è rimasto isolato a casa fino a Pasqua. La sua non è stata una forma particolarmente aggressiva della malattia, perciò non ha avuto bisogno di un ricovero ospedaliero. Ma essere finiti in un reparto di terapia intensiva non è la condizione sine qua non per poter donare il plasma iperimmune. Infatti Marco è tra le quattro persone idonee individuate da uno screening effettuato dall’ospedale San Filippo Neri della ASL Roma 1 su una ventina di ex pazienti. Oggi presso il Centro Trasfusionale del nosocomio è stata effettuata la prima raccolta di plasma iperimmune da donatori idonei tramite plasmaferesi. Sono tra i primi nel Lazio ad effettuare questa pratica per permettere in futuro una cura sperimentale per nuovi pazienti Covid-19. "Sono orgoglioso di poter essere di aiuto ad altri perché credo sia l’unico modo poi per poter evitare situazioni più complicate" ha detto Marco poco prima di iniziare la donazione.

Il protocollo per la cura sperimentale

I donatori devono soddisfare i criteri stringenti del protocollo Tsunami, ovvero le regole della sperimentazione nazionale sula plasmaterapia, stabilite ad una decisione congiunta del Ministero della Salute, Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) e Iss (Istituto Superiore della Sanità). Il protocollo prevede il prelievo del plasma, tramite procedimento di plasmaferesi, da pazienti COVID-19 donatori la cui guarigione sia accertata da due tamponi negativi effettuati in due giorni consecutivi. Tali donatori hanno quindi sviluppato degli anticorpi contro il virus Sars-CoV-2. Il loro plasma verrà quindi infuso in una serie di pazienti sintomatici nella fase più critica della loro malattia. I singoli pazienti verranno sottoposti ad un massimo di tre trasfusioni in 5 giorni di circa 250-300 ml di plasma. La plasmaferesi è una procedura di separazione del plasma sanguigno dagli elementi corpuscolati del sangue, ottenuta mediante centrifugazione o filtrazione. Obiettivo primario dello studio è valutare l’efficacia della somministrazione precoce di plasma prelevato da donatori convalescenti da COVID 19 e infuso a pazienti affetti da COVID 19.

Come viene trattato il plasma

Il plasma viene sottoposto ad un procedimento di inattivazione virale, per rendere il prodotto ematico più sicuro. L’inattivazione viene effettuata con un macchinario che si chiama “inattivatore” o “illuminatore”. Nella sacca viene inserita una sostanza che si attiva con i raggi ultra violetti e si lega agli acidi nucleici dei patogeni presenti nel plasma. In questo modo li inattiva, quindi li distrugge rendendo l’elemento patogeno, batterio o virus, non replicabile”. Una volta inattivata la sacca si continua con la verifica. Vengono effettuati altri tre test di biologia molecolare: il test per l’epatite A, il test per l’epatite E e quello per il Pargovirus B19. La sacca di plasma poi viene filtrata e suddivisa in 3 aliquote da 200 millilitri. Ogni aliquota rappresenta una dose da infondere ad una paziente affetto da Coronavirus. Le aliquote verranno congelate e conservate ad una temperatura di -40 gradi e durano per due anni.