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Ridotta in schiavitù e costretta a sposarsi a 14 anni: pm chiede condanna per i genitori

“Mi volevano con il burqa, sposata e infelice”: il pm chiede la condanna a due anni e mezzo per i genitori della 14enne ridotta in schiavitù a Ostia.
A cura di Beatrice Tominic
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Dopo una vita infelice e di obblighi a Roma nella zona di Ostia, i suoi genitori avevano scelto per lei il matrimonio in Bangladesh. Ma la ragazzina, di appena 14 anni, non si è arresa. Ha parlato a scuola, con alcune insegnanti, delle condizioni in cui era costretta a vivere. E oggi è riuscita a portare a processo i genitori: la coppia deve rispondere davanti ai giudici della V sezione dei reati di maltrattamenti e di tentativo di induzione al matrimonio. Rischiano una pena di due anni e mezzo a testa, come richiesto dal pubblico ministero.

Ridotta in schiavitù e costretta al matrimonio, si oppone e a 14 anni porta i genitori in tribunale

La ragazzina all'epoca dei fatti, fra marzo 2020 a novembre 2021, aveva 14 anni. Voleva soltanto studiare. Invece era costretta a subire violenze fisiche e verbali da parte dei genitori: oltre agli schiaffi, ai pugni e ai calci, un giorno sarebbe stata colpita più volte con una scopa fino a farle sanguinare la bocca.

Qualche mese dopo, invece, a causa di uno schiaffo troppo forte da parte della madre, la ragazzina sarebbe caduta e avrebbe sbattuto la testa contro l'armadio provocandole un trauma cranico: si era rifiutata di indossare il burqa. Per i fatti la prognosi è stata di 15 giorni. Alla violenza fisica si aggiungeva quotidianamente quella psicologica con vessazioni continue a fronte di imposizioni da parte dei genitori per "rispondere alle regole culturali e religiose" e che le controllavano il telefono.

La coppia la costringeva a cucinare, pulire e gestire la casa, come ricostruito dalla Procura. A questo si è aggiunto il tentativo di organizzare il matrimonio in Bangladesh con un uomo che la giovane non aveva mai conosciuto.

La denuncia a scuola

La quattordicenne è riuscita a impedire la sua partenza verso in Bangladesh soltanto chiedendo aiuto alle sue insegnanti, raccontato quanto era costretta a subire in un tema. Oggi si è costituita parte civile al processo ed è rappresentata dall'avvocato Stefano Alberti. A sostegno della versione della giovane, inoltre, si sono gigante le testimonianze di tutte le compagne di classe. Nell'appuntamento in tribunale di ieri i genitori hanno rilasciato dichiarazioni spontanee: la sentenza è prevista a metà marzo.

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