L’omicidio di Vincenzo Mosa, ucciso nel giardino di casa con un colpo di fucile: dopo 28 anni, nessun colpevole

Il 2 febbraio del 1998, Vincenzo Mosa è un avvocato molto conosciuto in tutta Italia, di origini siciliane ma trapiantato a Roma, ha lo studio a Piazzale Clodio ma pure uno a Terracina. Qui, nella pianura pontina, Mosa troverà la morte in un modo che ancora oggi, 28 anni dopo, è avvolto nel mistero. Sono le ore 19.30 quando il legale viene ucciso con un solo colpo di fucile a canne mozze, un fucile a pompa calibro 12, un’arma di solito usata per la caccia al cinghiale o per assaltare i furgoni blindati; viene colpito alla schiena mentre sta facendo rientro nella sua abitazione di Sabaudia. È lì di passaggio, nel giardino del residence in via Colle Piuccio dovrà soltanto prendere i cani e rientrare a Roma dove l’aspetta a casa la moglie. Cosa che non farà, evidentemente. La prima ipotesi che fanno i carabinieri è che l’uomo sia stato atteso dall’assassino che era nascosto nella vegetazione della villetta confinante, e che da lì abbia sparato un colpo a bruciapelo.
Le indagini sull'omicidio
Intanto, in quegli stessi istanti, la moglie, non vedendolo rientrare, si allarma, contatta prima la domestica e poi un amico dell’uomo, una guardia giurata. Sono loro a trovare il corpo riverso a terra, di spalle, dell’avvocato Vincenzo Mosa, 42 anni, un professionista stimato, instancabile, convinto che il diritto fosse uno strumento di giustizia e di riscatto civile e sociale. Infatti, l’uomo aveva fino ad allora dedicato la sua breve ma intensa carriera a difendere le vittime dell’usura e del racket delle estorsioni insieme allo Snarp, il Sindacato Nazionale Antiusura. Tanti i processi che aveva seguito, ne aveva vinti 98 su 100, e uno di questi giudizi era risultato particolarmente pericoloso, perchè riguardava anche alcuni membri dell’allora Banda della Magliana.
Ma è nella provincia di Latina, dove esercitava parte della sua attività, che Vincenzo Mosa aveva più volte denunciato l’esistenza di un sistema economico criminale capace di infiltrarsi progressivamente nella politica e nell’imprenditoria del territorio. Un allarme che all’epoca fu sottovalutato, ma che il tempo ha poi confermato. Le inchieste antimafia, a partire dall’operazione “Alba Pontina” contro le estorsioni e il racket del clan Di Silvio, e gli arresti nella zona di funzionari di banca, sindacalisti e colletti bianchi, "sembrano oggi dare ragione a quelle analisi che l’avvocato rappresentava nelle aule di giustizia e nei convegni dello Snarp, di cui era responsabile dell’ufficio legale".

I tratti mafiosi
Il suo omicidio avvenne con le modalità tipiche di un agguato di mafia ma non si indagò abbastanza, forse, in quella direzione. La pista intrapresa dagli investigatori fu sempre quella privata, sotto indagine finì Mauro Chiostri, un passato da medaglia d’oro alle olimpiadi con la canoa e considerato per sua stessa ammissione l’amante della moglie dell’avvocato. L’uomo, però, è poi stato scagionato in tutti i gradi di giudizio dall’accusa. Come Chiostri stesso ha raccontato in una trasmissione televisiva di qualche anno fa, le indagini dei carabinieri di Latina si rivolsero in quella direzione per tre ordini di motivi: furono ritrovati un fucile simile a casa del fratello di lui e un paio di scarpe sporche di terra, e poi per il movente, dato che a suo dire Vincenzo Mosa l’avrebbe minacciato per il rapporto che aveva con la moglie.
A quasi trent’anni di distanza da quell’efferato delitto, tuttavia, quello che resta è soltanto un mistero fitto. “All’epoca io avevo 15 anni, e ricordo che anche se aveva solo 41 anni, mio padre era uno degli avvocati più in vista d’Italia, tanto che a distanza di 28 anni, la sua figura è ancora viva nella memoria dei colleghi del foro di Latina e nel ricordo della gente”, dice a Fanpage.it l’avvocato Giuseppe Mosa, ripercorrendo la storia del padre. E poi continua: “Mio padre era un uomo trasversale, aveva una vita professionale, ma anche politica, molto intensa; per cui non è possibile articolare una sola ipotesi sulla sua morte, le piste potrebbero molteplici e, non essendo mai emersi nuovi elementi, non ho mai chiesto la riapertura del caso”, conclude.

I misteri di Latina
Quello che è certo è che l’omicidio di Vincenzo Mosa si inserisce non soltanto in una scia di sangue che ha segnato la provincia di Latina tra la metà degli anni ’90 e gli inizi del 2000, ma anche all’interno di una serie di misteri che ancora oggi non hanno trovato soluzione. Il più celebre è di certo l’omicidio di don Cesare Boschin, parroco di Borgo Montello che aveva denunciato gli interramenti di migliaia di fusti di rifiuti tossici da parte del clan dei Casalesi. Resta un cold-case anche l’omicidio del funzionario della banca Monte dei Paschi di Siena, Danilo Catani, freddato con 3 colpi di pistola nella sua villetta di via Gardenia, a Bella Farnia, il 5 giugno del 2006. Mentre è rimasto avvolto nel mistero il suicidio del capitano della Guardia di Finanza di Fondi, Fedele Conti, avvenuto nella notte tra il 26 e il 27 settembre del 2006, una morte archiviata troppo in fretta ma ancora fitta di misteri, di quei misteri di cui è pieno il basso Lazio.