Il poliziotto detto “Il Cinghiale” e i “danni in giro” con gli spacciatori: così è finito in carcere coi colleghi

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Cinque poliziotti di Anzio-Nettuno sono in carcere con l’accusa associazione a delinquere con i narcos locali. Avrebbero intascato soldi dello spaccio, ceduto droga ai confidenti e collaborato con alcuni spacciatori di zona.

Cinque poliziotti, operatori della polizia giudiziaria del commissariato di Anzio- Nettuno sono finiti in manette con l'accusa di aver istaurato un particolare sodalizio criminale con una banda di spacciatori di zona. Secondo le accuse avrebbero collaborato con un'organizzazione di trafficati di stupefacenti italo-albanesi attiva sul litorale romano. Le indagini sono state condotte dalla Direzione Distrettuale Antimafia della procura di Roma e delegate alla locale Sezione investigativa del Servizio Centrale Operativo (SISCO) con il supporto della Squadra mobile. I reati contestati ai cinque poliziotti vanno  dall'associazione a delinquere al concorso in cessione di sostanze stupefacenti, passando per l'accesso abusivo a sistemi informatici in uso alle forze di polizia.

I cinque, che nel frattempo sono stati sospesi dal servizio dal Questore di Roma, avrebbero creato una sorta di squadra collegata alla microcriminalità del territorio.

Dalle intercettazioni agli arresti

Tutto è partito nel 2024 quando i poliziotti del Sisco, nell’ambito di altre indagini, hanno iniziato a monitorare conversazioni e spostamenti di alcuni spacciatori che operavano fra Anzio e Nettuno.

In questi scambi telefonici veniva citato spesso uno dei cinque poliziotti protagonisti di questa vicenda. Lo chiamavano "il Cinghiale" e in questi scambi telefonici veniva considerato un nome diffusa nell'ambiente criminale. "Faceva danni in giro, rubava soldi e si comportava in maniera poco professionale" ci rivela una fonte parafrasando cosa emergerebbe dalle intercettazioni finite agli atti dell'inchiesta. Da quel momento il lavoro d'indagine prende una piega totalmente diversa. All'inizio erano solo voci, molto insistenti, che andavano verificate, da lì verrà scoperto un vero e proprio vaso di pandora.

La consegna controllata

I cinque indagati, attraverso la loro  attività di polizia giudiziaria, avrebbero intascato soldi provenienti dell'attività di spaccio senza sequestrarli come avrebbero dovuto. Ci sarebbero anche degli episodi di spaccio dove i poliziotti avrebbero ceduto la sostanza stupefacente a spacciatori per ringraziarseli e farli diventare la loro fonte di fiducia. Uno dei capi d'accusa più pesanti formulati dalla Procura riguarda un'operazione antidroga rivelatasi, di fatto qualcosa di ben diverso: una "consegna controllata" orchestrata insieme agli stessi narcos che i poliziotti avrebbero dovuto arrestare. L'operazione, che in teoria serve a monitorare lo scambio di droga per acquisire elementi d'indagine, sarebbe stata invece frutto di un patto illecito. Il bilancio di questa finta operazione è stato il sequestro (messo a verbale) di 25 chili di cocaina, a fronte però di ben 50 chili lasciati passare liberamente. Un piano che ha avuto anche un esito mortale, costando la vita a un corriere albanese schiantatosi durante l'inseguimento.

La versione degli arrestati

Ora tutti e cinque si trovano nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e nei prossimi giorni dovrebbero andare di fronte ai magistrati. Lì potranno decidere di dare la loro versione sottoponendosi all'interrogatorio, oppure avvalersi della facoltà di non rispondere.

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