
Nella giornata di ieri un gruppo di persone favorevoli all'attacco militare di Israele e Stati Uniti contro l’Iran si è presentato alla manifestazione dell’8 marzo a Roma organizzata da Non Una Di Meno, con cartelli che rivendicavano apertamente l’intervento di Trump e Netanyahu. “Sì alla guerra in Iran”, si legge infatti senza possibilità di fraintendimenti su uno dei cartelli tenuti in mano da una donna che si è inserita nel corteo.
Il tutto è stato accompagnato da urla e accuse rivolte alle donne che stavano partecipando alla manifestazione, colpevoli – secondo loro – di non aver preso posizione contro i massacri compiuti dal regime degli ayatollah. Il confronto si è acceso mentre molte delle presenti cercavano semplicemente di riportare la discussione su un terreno di buon senso: si trattava di una manifestazione femminista per l’8 marzo contro la guerra e contro il massacro di civili – come quello delle 150 bambine uccise nella scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab da forze armate israeliane e statunitensi – non di certo di sostegno al regime. Sforzi inutili. Senza contare la brutta scena del manifestante iraniano che ha cominciato a urlare contro una donna con toni molto aggressivi. Non esattamente il contesto ideale, verrebbe da dire, per una manifestazione di donne.
Eppure, nonostante la provocazione evidente e la violenza con cui alcuni attivisti iraniani si sono rivolti alle donne presenti al corteo dell’8 marzo, incredibilmente la narrazione mediatica successiva li ha dipinti come vittime. Non che stupisca una cosa del genere nel periodo storico che stiamo vivendo, con i media di destra che non perdono occasione per fare da megafono di propaganda alle politiche scellerate di Trump, e che cercano di stigmatizzare e spegnere ogni tipo di opposizione sociale. Ma alcune cose vanno dette.
Non è la prima volta che esuli iraniani intervengono a manifestazioni della sinistra per accusare le persone di non aver fatto nulla contro il regime degli ayatollah. È successo al corteo pacifista a Firenze e anche a Milano, dove esuli iraniani con la bandiera imperiale e la foto di Netanyahu hanno gridato “Palestina vaffanculo”. Il modello è molto simile a quanto già visto in altre occasioni. Come nelle piazze contro l’attacco statunitense al Venezuela, dove piccoli gruppi di esuli anti-Maduro si presentavano alle manifestazioni per insultare i partecipanti, dicendo sostanzialmente: “voi non potete essere contro la guerra perché non sapete cosa abbiamo passato”. Il tutto, ovviamente, a favore di telecamere. E così la narrazione – soprattutto quella della destra, ma non solo – diventa immediatamente questa: voi di sinistra manifestate senza sapere di cosa parlate, mentre i veri protagonisti di quelle vicende, cioè i venezuelani e gli iraniani, vi stanno dicendo che avete torto. E che la guerra è cosa buona e giusta.
Partiamo dicendo una verità scomoda, ma abbastanza basilare, che dovremmo ricordarci quando diciamo certe cose: sicuramente tra gli iraniani e i venezuelani c'è chi sostiene gli interventi militari occidentali pur di colpire i regimi da cui fugge. Non pensiamo certo che quelle posizioni siano artefatte, soprattutto in presenza di regimi autoritari e che hanno portato a emigrazioni di massa. Ma non si può ridurre la posizione di un'intera società politica e nemmeno quella di un'intera diaspora alla posizione di uno sparuto gruppo di manifestanti.
Il posizionamento di un manifestante iraniano non rappresenta la posizione degli iraniani, allo stesso modo in cui non lo sarebbe quello di un qualsiasi altro espatriato nella critica (o nel sostegno) al governo del proprio paese di origine. Perché in Iran, esattamente come in Venezuela o in Italia, ci sono conservatori e progressisti, monarchici e repubblicani, imprenditori e salariati, ricchi e poveri, libertari e autoritari, le cui posizioni sono prodotto di molteplici fattori e interessi, non di una semplice divisione manichea. Sarebbe quindi senza dubbio una posizione indicativa di una condizione specifica ma che non necessariamente riassumerebbe quella più ampia, e ancor meno probabilmente sarebbe rappresentativa del tutto. Pensare che solo la democrazia liberale dia luogo a tale complessità, evidente a noi tutti quando parliamo delle nostre società e delle nostre posizioni politiche, e non riconoscerla invece in società e regimi politici differenti dai nostri è una forma di etnocentrismo, più o meno inconsapevole.
La fallacia logica è evidente facendo un esempio casalingo: chi tra noi direbbe che tutta l’Italia appoggia i centri sociali perché al corteo per Askatasuna a Torino c’erano migliaia di persone? Credo nessuno. Dunque per quale ragione dovrebbero esserlo 20/30 iraniani sui circa 20mila che oggi vivono regolarmente in Italia e avrebbero garantita dal nostro paese l'agibilità democratica per manifestare contenuti analoghi?
Ci sono esuli ed esule iraniane che hanno partecipato alle manifestazioni dell’8 marzo e a quelle contro la guerra, e sono estremamente critici con chi compie queste incursioni. Sono persone iraniane contrarie sia al regime degli ayatollah sia all’intervento imperialista di Usa e Israele, che da anni auspicano un cambiamento nel loro paese. Le posizioni sono tante e molteplici: pretendere di ridurle a una sola è una voluta distorsione della realtà funzionale alla propaganda di guerra.