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Blocchi del traffico sul Raccordo: cosa ci insegna lo scontro tra attivisti e automobilisti

Ennesimo blocco del traffico sul raccordo, ennesimo scontro fra automobilisti e attivisti: persone normali, ma con prospettive diverse. Cosa ci insegna il dialogo tra sordi che va in scena ogni volta.
A cura di Beatrice Tominic
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Gli attivisti di Ultima Generazione sono tornati a bloccare il Grande Raccordo Anulare. Il copione, come negli scorsi mesi, è sempre lo stesso. Arrivano in una zona designata, si mettono seduti sulla carreggiata e bloccano il passaggio delle vetture mostrando gli striscioni. Restano seduti sull'asfalto fino a quando non arriva la polizia che, puntualmente, li identifica e li porta con sé in questura. Se sanno già come andrà a finire la loro mattinata, perché continuano a protestare?

Ieri, come in altre mattine prima di questa, mentre protestavano seduti bloccando il traffico, sono stati molti gli automobilisti rimasti imbottigliati che hanno deciso di scendere dalle proprie auto e raggiungere gli attivisti. Come sempre, oltre ad insulti e offese, hanno suggerito loro di andare a protestare nei luoghi della politica, di andare a lavorare come fanno tutti e tutte. Chi ha ragione, gli automobilisti bloccati o gli attivisti che protestano, mettendo a repentaglio la loro salute e caricandosi di multe e denunce?

Secondo Ultima Generazione ignorare i cambiamenti climatici, andare avanti come se nulla fosse nel nostro tran tran quotidiano, è semplicemente vivere in una condizione falsata della realtà: tra pochi anni il nostro mondo semplicemente non esisterà più per come lo conosciamo.

Per la maggior parte delle persone invece è normale alzarsi ogni mattina, andare al lavoro e tornare a casa. Lo scopo degli attivisti è proprio quello di interrompere questa realtà, di disvelare l'inganno: è questo il caso delle spedizioni per bloccare il traffico o i blitz con la vernicenei musei. Lo ha spiegato molto bene sul nostro giornale Fabio Deotto qualche giorno fa. Una forma di maieutica criticabile ma questa è l'idea di fondo: nessuno crede che in sé i blocchi del traffico portino a qualcosa, la speranza è che la discussione con ogni singolo automobilista inferocito, replicata innumerevoli volte grazie ai media e ai social network, porti i cittadini ad accettare la realtà. "Andate a lavorare", gridano i cittadini inferociti nel traffico. "Che senso ha andar a lavorare quando il mondo brucia?", rispondono quelli di Ultima Generazione.

"Andate a farvi sentire da chi potrebbe davvero cambiare le cose, non da noi persone comuni", continuano i malcapitati automobilisti che, però, ignorano il loro ruolo di destinatari del messaggio degli attivisti. Non vogliono convincere i potenti, ma proprio le persone comuni: sebbene non abbiano potere decisionale, è solo con loro, attivandosi tutti insieme, che può partire una vera rivoluzione per il clima. Cosa ha da perdere chi ha già tutto? Cosa perderebbe, invece, chi adesso può contare soltanto sull'ambiente che lo circonda e poco altro? Soltanto risvegliare le menti degli automobilisti chiusi nella propria visione della vita, li aiuterà a capire davvero quanto rischiano di perdere.

Nelle proteste che in queste settimane sono tornate a bloccare il raccordo di prima mattina, il paradosso sta nel modo in cui automobilisti e attivisti si vedono gli uni con gli altri, nel giudizio uguale ma opposto. I primi, infatti, si stupiscono dei secondi: perché delle persone normali dovrebbero darsi appuntamento per bloccare il traffico? Perché dovrebbero rischiare di metterne in difficoltà altre ancora che, a causa della loro presenza sulla strada, rischiano di arrivare tardi a lavoro senza una buona ragione? Il primo pensiero che hanno, quando leggono online o si trovano lungo il cammino bloccato dagli attivisti è che siano pazzi.

Anche gli attivisti, però, pensano la stessa cosa degli automobilisti: come è possibile che così tante persone non si siano ancora accorte (o non abbiano voluto accorgersi) delle loro buone ragioni? Che queste persone siano così prese dalla loro vita da dimenticarsi (o voler dimenticare) che dipendono unicamente dalle condizioni in cui si trova il pianeta? "Sono pazzi", penseranno anche agli attivisti, vedendoli urlare e muoversi freneticamente fra le automobili in coda prima dell'arrivo della polizia.

Gli attivisti, però, per sensibilizzare al tema ambientale sono disposti a passare per vandali e disturbatori, sedendosi sull'asfalto delle strade più battute e prendendosi offese e insulti. Tutti gli altri a cosa sono disposti a rinunciare pur di non perdere la salute del pianeta?

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Nata a Firenze nel 1996, vivo a Roma da sempre: su Fanpage.it racconto cosa succede proprio nella capitale cercando di dare voce a chi non riesce a farsi sentire. Diventata giornalista pubblicista nel 2021, sono laureata in Scienze della Comunicazione e in Informazione, Editoria e Giornalismo nell'università di Roma Tre, dove per anni mi sono battuta per i diritti degli studenti come rappresentante e sono stata responsabile del periodico ufficiale di ateneo, CulturArte. Ho scritto per alcune testate online, come Corretta Informazione e il Confronto Quotidiano per cui mi sono occupata di questioni di genere e femminismo intersezionale e nel settembre 2021 ho partecipato alla Summer School sull'Ecologia Digitale di Camogli.
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