A Roma oltre 2mila persone rischiano frane sotto casa quando piove: “Territorio fragile”

A Roma quando piove forte, lo sguardo va sempre al Tevere. Si temono le piene e i sottopassi allagati. Ma il rischio non è soltanto l’acqua che invade le strade: è anche la terra che si muove sotto i piedi. Secondo l’ultimo rapporto ISPRA sul dissesto idrogeologico, il 94,5% dei comuni italiani è esposto a frane, alluvioni o erosione costiera. E la Capitale non fa eccezione.
Un dato che contraddice l’immagine di città "piatta". Roma è costruita su un terreno geologicamente complesso, argille, depositi vulcanici e sedimenti del Tevere, che, sopratutto dopo piogge prolungate, può perdere stabilità. Per capire quanto il fenomeno sia reale, Fanpage.it ha intervistato Saverio Romeo, geologo dell’ISPRA.

Quando si parla di Roma si pensa alle alluvioni. Le frane invece?
Sono fenomeni che associamo alle Alpi o agli Appenini, ma non significa che una grande città non ne sia interessata. Anche Roma è soggetta a instabilità dei versanti.
Di che cifre parliamo?
Nel Comune di Roma 2219 persone vivono in aree a rischio frana. Insieme a loro risultano esposti 100 edifici, 248 attività economiche e 13 beni culturali.
È un rischio sottovalutato?
Sì, perchè Roma è spesso percepita come una città piatta. In realtà la situazione geologica è complessa e piuttosto fragile.
In che senso?
Il sottosuolo non è uniforme. Possiamo semplificare dicendo che convivono tre componenti: argilla, materiali vulcanici come tufo e pozzolane, e sedimenti alluvionali del Tevere. Questo mosaico geologico rende il territorio particolarmente delicato.
Perché favorisce le frane?
Perché materiali con permeabilità diverse sono sovrapposti. L’acqua si infiltra negli strati più permeabili e si arresta su quelli impermeabili: lì si forma la superficie di scivolamento.
Come nasce una frana?
Distinguiamo tra fattori predisponenti e fattori scatenanti. I primi sono la geometria del versante, i tagli stradali o la struttura del terreno. I secondi sono ciò che innesca il movimento. L’acqua è uno dei principali fattori innescanti.
Meglio un nubifragio o settimane di pioggia?
Entrambi possono creare problemi. Le piogge molto intense provocano inneschi rapidi, ma anche le precipitazioni continue, pur meno forti, saturano il terreno.
Cosa vuol dire?
Il terreno si inibisce d’acqua, i legami tra le particelle si indeboliscono e il suolo perde coesione. A quel punto il versante diventa instabile e può scivolare.
Dove sono le zone più sensibili in città?
La dorsale di Monte Mario e Monte Ciocci è una delle aree monitorate, ma anche anche altre zone collinari come Villa Sciarra e Castel Giubileo. In generale tutte le aree con rilievi possono presentare instabilità.
Che tipo di frane avvengono a Roma?
Principalmente colate superficiali di fango e detriti, ma anche crolli di blocchi tufacei. Sono fenomeni spesso piccoli e veloci, ma in un contesto urbano possono causare danni molto importanti.
L’urbanizzazione influisce sul rischio?
Sì. I tagli stradali modificano l’equilibrio naturale dei versanti e il consumo di suolo, con asfalto e cemento, riduce la capacità del terreno di assorbire l’acqua.
Quindi aumenta il pericolo o il danno?
Entrambi. L’urbanizzazione aumenta l’esposizione, cioè quante persone e strutture sono coinvolte, e in alcuni casi anche la pericolosità.
Roma è preparata?
C’è ancora lavoro da fare, ma oggi c’è maggiore attenzione. Insieme alla Protezione Civile abbiamo installato sistemi di monitoraggio in tre siti nella zona nord-occidentale: misuriamo pioggia, movimenti del terreno e saturazione del suolo, dati utili anche per sviluppare sistemi di allerta.
La città diventerà più fragile nel futuro?
Come tutte le grandi aree urbanizzate, è vulnerabile anche per effetto dei cambiamenti climatici.
È un rischio eliminabile?
No. Il concetto di "messa in sicurezza totale" è fuorviante: il rischio zero non esiste. Dobbiamo imparare a convivere con questi fenomeni, puntando sulla prevenzione e sulla consapevolezza.
