Processo per stupro in India, la rabbia del padre della vittima: “Impiccateli”

È iniziato questa mattina il processo a New Delhi nei confronti dei cinque adulti accusati dello stupro di una studentessa indiana. La storia della vittima ha scosso profondamente l’intero Paese e anche oggi, di fronte al Tribunale, tante persone hanno manifestato contro l’ondata di violenze che sta attraverso il Paese asiatico. Secondo la difesa il processo nei confronti dei cinque (accusati anche della morte della 23enne che si è spenta per le lesioni subite dopo qualche giorno dall’aggressione) sarà veloce – si cerca, infatti, di aggirare la lentezza del sistema giudiziario indiano – e la sentenza potrebbe arrivare “nel giro di alcune settimane”. C’è però da considerare la richiesta di uno degli imputati (sono sei in totale le persone accusate dello stupro di gruppo ma uno di loro ha detto di essere minorenne per cui sarà giudicato in un apposito tribunale) il quale vuole che il processo sia spostato dalla capitale New Delhi in un’altra città dell’India. Si tratta di una mossa della difesa “necessaria” per allentare la tensione sul processo e che potrebbe chiaramente comportare un ritardo per la sentenza finale. La Corte Suprema, a tal proposito, ha annunciato che esaminerà domani questa richiesta.
“Gli stupratori meritano la condanna a morte” – Ma per quanto riguarda la pena che i giudici dovranno infliggere ai cinque uomini secondo molti non può che essere una: la pena di morte. Qualsiasi altra condanna non sarebbe certamente accettata di buon grado da quanti ancora sono nelle strade per ricordare la giovane studentessa violentata e uccisa. Ne sono convinti anche i familiari della ragazza, il padre in particolare ha ripetuto nuovamente che gli stupratori devono essere impiccati perché “nessuno ha il diritto di vivere dopo un delitto così efferato”. Lui e tutta la sua famiglia riusciranno a trovare pace – ha affermato – solo quando i colpevoli saranno condannati e impiccati. “Abbiamo terminato i rituali di lutto al villaggio, ma il nostro lutto non finirà fino a quando il tribunale non emetterà il verdetto. L’anima di mia figlia riposerà in pace solo quando il giudice avrà punito quegli uomini”, così ha espresso il suo dolore il padre della ragazza che molti giornali locali chiamano in maniera affettuosa “Amanat” ma il cui nome non è mai stato diffuso.