Nel 2016 l'inchiesta del Sole 24 Ore che "svelava" l'identità di Elena Ferrante, oggi quella del "nuovo" Panorama su Roberto Saviano. Se la prima puntava a uno scoop reale attraverso una controversa metodologia d'inchiesta, la seconda ha tutta l'aria di essere un'azione dal sapore puramente scandalistico. Su entrambe – come su tutte le indagini fatte per colpire persone sostanzialmente di poco o nessun potere – pesa una considerazione molto negativa sul giornalismo d'inchiesta in Italia di questi tempi. Mentre le testate giornalistiche più coraggiose all'estero, tra cui il Washington Post, investono risorse e tempo per svelare ai lettori storie importanti che hanno a che fare con nodi cruciali della nostra epoca – dalle influenze russe nella democrazia statunitense al caso delle molestie – da noi invece si prova a colpire gli scrittori, "assediati come criminali", come ebbe a dire l'editore de "L'amica geniale"  Sandro Ferri.

L'ossessione per le case degli scrittori

Ferrante e Saviano, dicevamo. Ciò che colpisce, nella miriade di dettagli simili a schizzi buttati tra le righe delle suddette inchieste (con le molte, ribadiamo, differenze da farsi nei due casi) è l'ossessione verso aspetti francamente incomprensibili come la casa e i soldi. Nel caso della Ferrante, come ricorderanno i lettori più attenti, si svelò nientemeno l'esistenza di un appartamento di otto stanze che lo scrittore Domenico Starnone e sua moglie Anita Raja (indicata come la presunta Elena Ferrante) condividerebbero, mentre nel caso dell'inchiesta su Saviano in edicola si parla di un appartamento di 6,5 vani (quel mezzo forse è da attribuirsi a uno sgabuzzino?), segno inequivocabile di quanto fruttuoso sia il mestiere dello scrittore famoso. Motivo per cui, ovviamente, il suddetto scrittore va screditato. Se hai un doppio bagno e di mestiere scrivi i romanzi c'è qualcosa che non va. L'Italia è in pericolo se non solo criminali e politici corrotti possono aspirare a un terrazzino nel condominio in cui vivono.

Follow the money dei romanzieri

A ciò fa da corollario, poi, l'indagine sui soldi, ai patrimoni e alle dichiarazione degli scrittori, accusati di essere vere e proprie holding che fatturano milioni grazie ai libri. Da questo punto di vista, l'inchiesta di Panorama rappresenta una vetta insuperabile. Attenzione, aprite bene le orecchie. Saviano fattura da una decina d'anni (cioè da quando è diventato il caso editoriale più incredibile della storia della letteratura italiana da D'Annunzio in avanti) la media di un milione di euro l'anno, con un paio di annualità particolarmente favorevoli in cui ha superato i due milioni. Roba che Cristiano Ronaldo mette insieme nel lasso di tempo che scorre tra due partite di Champions, mentre la Ferrante nel 2016 fu scovata grazie all'anomalo incremento degli introiti della storia collaboratrice Anita Raja con la casa editrice E/o. In questo caso, non abbiamo numeri a sufficienza per poter effettuare un paragone con lo stipendio di un calciatore.

La barbarie della vita privata

Per anni ci siamo interrogati su quanto fosse giusto spulciare, come lettori, tra verbali, intercettazioni che ci parlavano di politici in odore di corruzione, imprenditori senza scrupoli e via dicendo. L'Italia si è divisa tra garantisti e giustizialisti, nessuno ha però mai messo in dubbio che mandare alla gogna una persona per la vita privata, o anche solo svelarne dettagli che non dovrebbero interessare il focus dell'inchiesta, sia sbagliato. Perché non è né eticamente né deontologicamente corretto. O mi sbaglio? Ma il punto è proprio questo: se l'inchiesta non ha un focus, allora vale tutto, anche fare pettegolezzi sulla vita privata di Saviano, che secondo la ricostruzione di Panorama sarebbe il fidanzato della cantante di origini partenopee, Meg, ex vocalist dei 99 Posse. Roba da far tremare i polsi del più famoso paparazzo della East Coast. Così come, nel caso della Ferrante, furono tirati in mezzo i bonifici che dall'editore finivano sul conto di Anita Raja. E se la suddetta signora non avesse voluto far sapere ai suoi familiari che riceveva quei bonifici?

Insomma, anche se il giornalismo non ama fare né farsi la morale, è davvero il caso di chiedersi come chiamare questo tipo di inchieste che sventolano la vita privata degli scrittori ai quattro venti. Ma soprattutto, non è forse il caso di iniziare a collegare i puntini e chiedersi, visto che i lettori dei giornali sono sempre meno, se è questo ciò che davvero interessa alla gente?