Incentivati e abbandonati nel mare magnum della produzione estera di mascherine. Con aziende piegate da una corsa al ribasso dei prezzi, innescando una dinamica che provoca, in alcuni casi, il licenziamento dei lavoratori. Le ricadute sull’occupazione sono infatti ancora più significative in un momento storico particolarmente delicato per l’economia. Dopo aver ottenuto il sostegno pubblico per la riconversione della produzione, le aziende italiane che realizzano mascherine, e in generale dispositivi di protezione individuale, sono in crescente affanno. Il motivo? La concorrenza che non sempre si rivela leale. Milioni di mascherine sono finite nel mirino della Guardia di Finanza, perché non conformi e ritenute non adeguatamente protettive. Stando ai dati disposizione sono state sdoganate fino a oggi 553 milioni di mascherine e secondo una stima, il 10% potrebbe aver ottenuto certificazioni irregolari e, in merito, sono state aperte inchieste in tutta Italia. Sono quindi circa 50 milioni i dpi non conformi che circolano nel Paese.

Al momento, invece, non esistono cifre esatte per quantificare le imprese in difficoltà. “Non ci sono ancora dati precisi. Ma l’impressione è che siamo arrivati a una situazione di saturazione”, spiega a Fanpage.it Antonio Franceschini, responsabile Federmoda Cna. Il discorso diventa di prospettiva: “È importante – aggiunge Franceschini – proporre una riflessione su come un Paese non si possa trovare sguarnito su alcune produzioni, su tutte la sicurezza e la salute. Abbiamo suggerito al governo un intervento per incentivare, magari attraverso credito di imposta, una produzione italiana su queste tipologie di prodotto”. Un problema venuto a galla lo scorso anno, quando l’Italia non riusciva a soddisfare la domanda di dispositivi nemmeno per il personale sanitario.

Per questo, nel corso della prima ondata, il governo Conte 2 ha spinto per la riconversione della produzione di tante imprese. Proprio con strumenti di sostegno. Nel decreto Cura Italia sono stati stati stanziati 50 milioni di euro per supportare le imprese, attraverso l’intercessione di Invitalia. In totale 102 aziende hanno ricevuto gli incentivi con 65 progetti di imprese che hanno deciso di riconvertire gli stabilimenti, mentre altre 37 hanno optato per gli ampliamenti dei siti produttivi. In quella fase, molti imprenditori, anche marchi noti del tessile, si sono lanciati sulla produzione di mascherine per necessità, vista la scarsità di dpi in Italia, ma anche per sfruttare un’opportunità di mercato. Un anno dopo è tornata prepotente la concorrenza estera. Un fatto che di per sé non sarebbe negativo: il nodo resta la mancata conformità dei dispositivi. Con un danno doppio, sia alla prevenzione contro il Coronavirus che al sistema economico e occupazionale.

Un’interrogazione di Luca Sani, deputato del Partito democratico, ha chiesto un intervento al governo. “In questo contesto – ha ricordato l’atto depositato alla Camera –  va aggiunto che la struttura commissariale ha annullato almeno tre contratti di fornitura: si tratta di dispositivi difettosi oppure di certificazioni non idonee; molte di queste mascherine sarebbero però ancora sul mercato”. Così le imprese dei dpi Made in Italy pagano dazio. Tra tante storie di sofferenza, raccontata nell’interrogazione di Sani, c’è il caso della Dive System di Massa Marittima, in provincia di Grosseto: l’azienda, produttrice di mute da sub, ha iniziato a realizzare tute produttive per medici e infermieri nello scorso anno. Tutto bene, almeno per qualche mese.

Di recente, però, l’impresa ha dovuto licenziare 38 operaie assunte durante la prima ondata di Covid-19. Si tratta di donne, con un’età media di poco superiore ai 40 anni. La ragione? Secondo i vertici della Dive System i prezzi del mercato sono diventati troppo aggressivi. La richiesta di prodotti è calata, perché i dispositivi di protezione sono stati reperiti altrove, a costi più convenienti. Alla lunga, nonostante gli apprezzamenti sulla qualità delle tute, è arrivato il cedimento della Dive System. “Ma storie del genere cominciano a proliferare in ogni angolo del Paese”, spiegano a Fanpage.it.

L’impegno annunciato dal governo è generico: si parla di “continuità produttiva e occupazionale delle aziende italiane produttrici di mascherine chirurgiche e dispositivi di protezione individuale”. “Le misure messe in campo per far fronte a questa situazione sono di duplice natura”, ha affermato a Montecitorio la sottosegretaria allo Sviluppo economico, Alessandra Todde. “Da un lato – aggiunge una delle numero due di Giancarlo Giorgetti – si portano avanti tutte le azioni, in sede amministrativa e giudiziaria, di contrasto agli illeciti e alle iniziative distorsive del mercato, ivi compreso il sequestro di dispositivi medici e di protezione individuale non conformi e le conseguenti disposizioni sanzionatorie. Dall'altro lato, si mettono in campo interventi sia destinati a sostenere il mercato, sia a proteggerlo da episodi di concorrenza sleale conseguenti a immissione di prodotti di importazione a basso costo e con caratteristiche tecniche non conformi”. Todde indica in questo senso la missione del decreto Sostegni, che “prevede lo stanziamento di diverse risorse per l'acquisto di dispositivi di protezione individuale e altri beni sanitari inerenti all’emergenza pandemica”.

Una presa di posizione che non fornisce garanzie sulla tutela dell’intera filiera italiana. “Il governo ha ribadito attenzione verso le imprese italiane che in questi mesi hanno riconvertito la loro produzione per realizzare mascherine chirurgiche e dispositivi di protezione individuale”, dice Sani a Fanpage.it. “Ma sono ora necessari – sottolinea il parlamentare dem – strumenti e risorse concrete per evitare che queste nuove realtà soccombano a causa della concorrenza, spesso sleale, dei mercati cinesi e orientali”. Sani lancia quindi un appello: “Mentre ogni giorno la Guardia di Finanza scopre dispositivi di protezione contraffatti e quindi pericolosi, le nostre imprese del settore con prodotti certificati rischiano di entrare in crisi. Evidentemente qualcosa non quadra: ci aspettiamo quindi un intervento concreto del governo a supporto delle filiera, per salvaguardare non solo la continuità produttiva e occupazionale del comparto ma anche la salute pubblica”.

Un ragionamento condiviso, per vari aspetti, da chi opera nel settore. “Come associazione abbiamo subito segnalato il pericolo di saturazione del mercato”, sottolinea Franceschini. “C’è stata – conclude l’esponente della Cna – una fase iniziale di grande richiesta, a causa della carenza dei dpi. Ora i costi di produzione gravano sui bilanci delle imprese, perché sappiamo che in Italia quali siano i costi del lavoro. Poi, con il passare dei mesi, è stata riaperto il discorso di importazione, con prezzi diciamo molto competitivi”. E che per le imprese italiane sono di fatto già diventati insostenibili. Con il rischio di dissipare la produzione nostrana in un settore strategico.