Opinioni
6 Settembre 2022
16:58

Vogliamo i numeri sulle divise per non vedere più poliziotti che scalciano gli studenti

L’immagine dell’uomo in divisa che scalcia lo studente (e poi cade) è il peggiore spot del mondo per la democrazia e le Forze dell’ordine.
A cura di Saverio Tommasi
Gli scontri a Cagliari durante il comizio di Giorgia Meloni
Gli scontri a Cagliari durante il comizio di Giorgia Meloni

Ho visto il video in cui stamani un uomo della Guardia di Finanza ha tirato un calcio a uno studente, e poi è caduto.
Ebbene: qualcuno dei partiti si può esprimere sulla necessità di identificare gli uomini in divisa scalcianti, oppure è considerato disdicevole stare dalla parte degli scalciati?

Capisco il silenzio di chi pensava che Stefano Cucchi fosse morto di diabete oppure cadendo dalle scale, ma gli altri? Perché questo silenzio?

Parliamoci chiaro: interessante commentare per due giorni l'intervento di Calenda a Cernobbio, o la linea wi-fi di Conte che andava e veniva, assolutamente formativo anche vedere in loop il primo video di Silvio Berlusconi su Tik Tok, però carissimi politici di ogni schieramento se vi avanza tempo possiamo parlare anche di come le Forze dell'ordine – con qualsiasi governo in carica – quando non si trovano una Ilaria Cucchi davanti, usano troppo spesso la forza contraddicendo il proprio nome e creando disordini?

Vogliamo dare una mano a quella miriade di uomini e donne che indossano la divisa e agiscono ogni giorno in coscienza e con capacità, ma sono surclassati da qualche collega più violento?

Vogliamo dire una parola chiara sulla necessità di inserire i numeri identificativi sulle divise? Perché in Germania sì e in Italia no? Perché la democrazia deve funzionare meglio lontano dall'ltalia?

Le campagne elettorali servono a dare risposte ai cittadini, e allora ditelo. Siete favorevoli o contrari ai numeri identificativi sulle divise? E perché siete contrari (lo sappiamo) ai diritti dei manifestanti? Perché coprite i finanzieri o i poliziotti che scalciano?

Dovremmo imparare a dire basta a un uso scorretto della forza, che mette a rischio gli uomini delle Forze dell'ordine che la usano, ma anche i loro colleghi che invece seguono le normali procedure che hanno studiato in accademia.
Ne siamo capaci oppure qualcuno preferisce tacere perché si trova meglio nella confusione degli approcci, perché "farla franca" suona meglio che "essere giusti"?

Vogliamo imparare a salvaguardare i manifestanti dagli eccessi di boria e violenza di qualche gamba scalciante rivestita con il gambule di una divisa?
A Genova 2001 fu l'apice, ma io di manifestazioni di studenti e operai ingiustamente caricati, derisi, provocati, ne ho viste a decine in questi anni. E la storia è sempre la stessa: chi dovrebbe contenere, salvaguardare il diritto a manifestare, eccede. Poi, il giorno dopo, piccole polemiche e difese d'ufficio perché loro hanno la divisa sul corpo e i manifestanti hanno soltanto le loro idee in testa.

Io non so cosa abbiano fatto prima gli studenti poi scalciati nel video, ma sarò breve e diretto: non mi interessa. Perché qui stiamo parlando del comportamento di chi dovrebbe tutelare l'ordine, non della modalità di stare in piazza di un gruppo di studenti. E il benaltrismo non è una religione.
Più chiaramente ancora: io credo che quegli studenti non avessero fatto niente, salvo tentare di raggiungere un punto della piazza in cui le orecchie della signora che volevano contestare (Giorgia Meloni) potessero sentirli, ma ripeto: qualsiasi cosa avessero fatto (o non fatto) quegli studenti, le tecniche per fermarli non prevedono un calcio da davanti, spuntando tra l'altro all'improvviso in mezzo ad altri poliziotti; e sapete perché le tecniche ufficiali non lo prevedono? Perché quell'atteggiamento rischia di fare male al ragazzo che riceve il calcio, nella realtà non lo ferma, poi perché è una provocazione di fronte alla folla, e infine perché l'uomo in divisa che lo sferra – un calcio in quel modo – rischia pure di farsi male. E infatti dalle immagini si vede lo scalciante perdere malamente l'equilibrio e cadere, poi rialzarsi e arrabbiarsi con chi stava giornalisticamente raccontato la vicenda, riprendendo la scena. Mica con se stesso che ha tirato il calcio perdendo l'equilibro, con chi lo documenta, lui s'arrabbia.

Contestare il comizio della politica più forte d'Italia, prossima premier in vantaggio nei sondaggi con il 110%, sostenuta anche da Camillo Benso Conte di Cavour, fa parte di una normale dialettica democratica.
L'idea "ognuno ha le sue opinioni" è giusta, ma non tutti hanno la stessa possibilità di farsi ascoltare, e trovare modi alternativi a un microfono in mano – come potrebbero essere ad esempio due dita in bocca per fischiare – fa parte del confronto democratico e di idee.

Come spesso accade, le immagini parlano. Aspettiamo che qualche politico con un po' di coraggio – neanche tanto, ne basterebbe giusto un po' – chieda che siano esaminate, trovati i responsabili dei calci e anche colui che in video appare come il responsabile dell'interruzione della ripresa della scena (è colui che sembra avventarsi contro la videocamera); e confidiamo che poi tutti i responsabili vengano sanzionati secondo i procedimenti previsti in questi casi.

Non è una questione personale, ma collettiva. In piazza deve essere possibile manifestare, e quando non è possibile si deve essere fermati secondo procedure standard che non prevedono rincorse e calci volanti.

Non stiamo chiedendo la rivoluzione, ma il rispetto delle leggi anche per le Forze dell'ordine.

Ah, l'ho già scritto ma lo ripeto: i numeri identificativi sulle divise non sono una ritorsione ma una garanzia, anche per quella miriade di rappresentanti delle Forze dell'ordine che invece, in questi casi, finiscono ingiustamente accostati alla categoria, come se tutti quanti facessero parte del Fight Club. Non è così, ed è possibile dimostrarlo.

Sono giornalista e video reporter. Realizzo reportage e documentari in forma breve, in Italia e all'estero. Scrivo libri, quando capita. Il più recente è "Siate ribelli. Praticate gentilezza". Ho sposato Fanpage.it, ed è un matrimonio felice. Racconto storie di umanità varia, mi piace incrociare le fragilità umane, senza pietismo e ribaltando il tavolo degli stereotipi. Per farlo uso le parole e le immagini. Mi nutro di video e respiro. Tutti i miei video li trovate sul canale Youmedia personale.
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