“Vannacci voleva esercitazioni con la Russia”: la rivelazione dell’ex diplomatico britannico a Fanpage.it
Mentre i diplomatici militari dei Paesi NATO a Mosca seguivano la linea comune di tenersi alla larga dalle Forze armate russe, Roberto Vannacci premeva per tenere esercitazioni congiunte. Accadeva nel 2021, poco prima dell’invasione dell’Ucraina. “Non era una generica apertura diplomatica”, svela a Fanpage.it John Foreman, all’epoca attaché britannico nella capitale russa. La proposta del collega italiano “fece alzare più di un sopracciglio” tra gli alleati.
La rivelazione dà un significato concreto alle simpatie filorusse già raccontate da Foreman a Fanpage.it: rappresentando militarmente l’Italia, Vannacci cercava di tradurle in scelte operative contrarie alla linea comune dell’Alleanza. Per di più, idee ostili alla linea politico-strategica della NATO e posizioni di destra estrema “sono diffuse ai vertici dell’Esercito italiano”, sostiene l’ufficiale di Sua Maestà. Se è così, il caso Vannacci non è solo la storia di un generale diventato politico: riguarda la lealtà dello Stato verso se stesso.
L’allarme arriva mentre l’ultradestra filo-Putin di AfD celebra una vittoria storica e Marine Le Pen — finanziata dalla Russia, parola del suo ex tesoriere — punta all’Eliseo. A Belgrado schiere nerovestite onorano il generale genocida Ratko Mladić. In Inghilterra le “camice nere” sono pure incappucciate e marciano su Portsmouth contro le migrazioni. Come se si potessero fermare, le migrazioni. E l’America di Trump esalta la forza, bombarda l’Iran, vuole imporre all’Ucraina una pace che premi l’invasore e sostiene Israele mentre i palestinesi continuano a morire per ordine di Netanyahu.
Sono segnali diversi della stessa avanzata autoritaria. Vannacci e Futuro Nazionale vanno letti in questo contesto.
Già capitano di vascello della Royal Navy e diplomatico, John Foreman è oggi analista militare per il think tank Chatham House. L’intervista è stata rivista per chiarezza e brevità.
Foreman, lei dice che Vannacci voleva riallacciare i rapporti militari con la Russia. Fin dove intendeva spingersi?
Nel 2021 gli addetti militari NATO a Mosca avevano concordato di ridurre al minimo i rapporti con le Forze armate russe. Era la linea comune dell’Alleanza.
Vannacci voleva invece esercitazioni congiunte con i russi, sia pure ridotte: manovre logistiche o del genio. Voleva tradurre le sue convinzioni in una scelta militare concreta.
Ne parlaste con gli altri rappresentanti militari della NATO?
Certo, e la proposta fece alzare più di un sopracciglio. Non era in gioco una singola esercitazione, ma la tenuta della posizione comune occidentale.
Dunque Vannacci, mentre rappresentava militarmente l’Italia, cercò una collaborazione operativa con le Forze armate russe poco prima che invadessero l’Ucraina. Conferma?
Cercò di favorire un riavvicinamento militare. Un ufficiale non è tenuto a condividere intimamente ogni valutazione del governo, ma deve rispettarne la linea politico-strategica e gli impegni con gli alleati. Vannacci voleva riaprire la cooperazione mentre Italia e NATO avevano deciso di limitarla.
Cosa diceva quando parlavate di politica internazionale?
Durante un pranzo in un ristorante elegante di Mosca mi indicò l’allargamento della NATO come causa dello scontro con la Russia e sostenne la necessità di ricostruire i rapporti. Gli ricordai le attività criminali dei servizi russi nell’Europa occidentale. Non cambiò idea.
Era una posizione isolata fra gli ufficiali italiani?
No, affatto. Ho sentito posizioni simili al NATO Defense College di Roma. Le esprimevano partecipanti italiani, ma anche spagnoli e forse alcuni francesi. Si sosteneva che la Russia fosse nostra amica, che l’allargamento della NATO avesse causato la guerra in Ucraina e che nel 2014 a Kyiv ci fosse stato un colpo di Stato: tutta la narrazione della propaganda del Cremlino.
Crede che queste idee siano maggioritarie nelle Forze armate italiane?
Posso dire che non era una posizione atipica tra gli ufficiali dell’Esercito italiano. In Vannacci ho rivisto un tipo umano e politico già incontrato nei miei tre anni e mezzo in Italia: molti vostri ufficiali erano attratti dall’autorità, dalla potenza militare in sé e dalla figura dell’uomo forte. A Mosca questa predisposizione ha trovato un modello nel regime di Putin.
Considera Vannacci un fascista?
Ammirava la potenza dello Stato russo e l’uomo forte al comando. Cose in sintonia con le sue opinioni politiche. Definirlo di estrema destra è persino generoso verso l’estrema destra. È ancora più in là, su posizioni estreme e isolate. Sono deluso dalla direzione che ha preso. Avevamo un buon rapporto.
Può un generale attaccare le fondamenta antifasciste dello Stato e perseguire obiettivi politico-strategici contrari a quelli del governo?
No. La lealtà viene prima di tutto: è un vincolo morale e professionale. Un ufficiale può criticare il governo come ogni cittadino, ma non può mettersi contro le istituzioni democratiche o la linea politico-militare del suo Paese.
Vannacci si candidò alle europee quando era ancora generale in servizio, sebbene sospeso. Lasciò l’Esercito soltanto nel febbraio 2025, da eurodeputato.
Entrare in politica mentre si è in servizio è inammissibile. Se hai qualcosa da dire, ti congedi e poi la dici. Non puoi farlo mentre indossi ancora l’uniforme, per di più esprimendo posizioni così estreme. L’ho trovato riprovevole.
La candidatura era legale.
Era comunque legato da un dovere di lealtà verso le istituzioni che gli avevano affidato uomini, armi e autorità. Ha rotto quel patto.
La vicinanza ideologica a Mosca contribuì ai suoi errori sull’Ucraina?
Mosca può sedurre: le parate, le esercitazioni, la città monumentale, l’immagine di una civiltà forte, ortodossa e conservatrice. Ma è la vetrina di uno Stato di polizia. Vannacci non conosceva bene il Paese e la sua lettura era superficiale.
Dell’Ucraina sapeva ancora meno. Sopravvalutò i russi e sottovalutò gli ucraini. Ritengo che i suoi rapporti abbiano contribuito agli errori di valutazione italiani alla vigilia dell’invasione. La fretta con cui doveste evacuare i vostri uffici diplomatici a Kyiv (con operazioni di “esfilitrazione” da parte dei servizi di sicurezza italiani di giornalisti presi tra due fuochi, ndr) fu anche colpa sua. Non tutti all’ambasciata condividevano le sue analisi, ma prevalsero la sua sicurezza e la sua arroganza.
Pensò che Vannacci era stato reclutato dalla Russia?
No. Roberto non è un progetto russo. Non rimase a Mosca abbastanza a lungo perché lo coltivassero come asset. È un compagno di strada ideologico del Cremlino.
Viene comunque utilizzato?
I russi amplificheranno i suoi messaggi, affiancandoli a disinformazione e notizie false sui social media. Se vedono un’opportunità per indebolire l’Italia e creare caos politico, la coglieranno. Non devono pagarlo o dargli ordini: lo considerano un fenomeno da sfruttare.
Come definirebbe Vannacci?
Un opportunista, forse preda di una nuda ambizione: il libro, l’elezione, la Lega, la rottura con Salvini, il partito personale. Ha visto le opportunità e le ha cavalcate.
Cosa guadagnerebbe il Cremlino con Vannacci al governo?
Pressioni su UE e NATO per fermare il sostegno all’Ucraina, divisioni fra gli alleati, riduzione o revoca delle sanzioni. In generale, un’Italia più favorevole a Mosca. Strategicamente, portare dalla propria parte una potenza europea come l’Italia per tornare all’Europa precedente al 1991.
La Russia ha contribuito a creare i problemi che spingono tanta gente a votare AfD, Futuro Nazionale o altri partiti di estrema destra?
Il Cremlino non ha inventato le disuguaglianze, l’immigrazione, la destra radicale italiana, la Brexit o il separatismo scozzese. Individua fratture esistenti e le allarga, come un pugile che trova il livido dell’avversario e lo colpisce.
Un attacco ibrido con molte vittime può far scattare l’articolo 5 e la guerra aperta. Mosca lo ha capito?
Credo di sì. Opererà appena sotto la soglia. Un cyberattacco alla catena di comando nucleare o a una diga potrebbe configurare un attacco armato. Ma Mosca continuerà a colpire obiettivi critici: industrie della difesa, decisori, ferrovie, cavi sottomarini, gasdotti.
Lo scopo?
Confonderci, impaurirci, scoraggiarci. Indurci a disarmarci da soli.
Rischiamo di morire di democrazia? Il pluralismo politico dà ai nemici dei valori democratici la possibilità di andare al potere…
La democrazia dobbiamo tenercela stretta e farla funzionare meglio, per tutti.
Gli autoritarismi possono colpire la nostra coesione, anche sfruttando politici eletti che vogliono indebolirla. Ma finiscono per perdere. Sarebbe imprudente per il Cremlino scommettere che non resteremo uniti.