
In queste ore c'è una strana simultaneità, una coincidenza temporale che dovrebbe imporre, forse, uno sguardo un po' più largo della singola notizia. Oggi a Bari un tribunale della Repubblica ha condannato dodici militanti di CasaPound per riorganizzazione del disciolto partito fascista e manifestazione fascista, applicando gli articoli 1 e 5 della legge Scelba; ieri a Roma, davanti alla sede occupata di via Napoleone III, è stata identificata una troupe televisiva che stava semplicemente facendo il proprio lavoro; domani a Genova, città medaglia d'oro della Resistenza, la stessa CasaPound presenterà una proposta di legge sulla cosiddetta "remigrazione", termine che nel lessico contemporaneo della destra radicale europea indica politiche di espulsione su larga scala (anticostituzionali). Tre fatti distinti, si potrebbe pensare.
La sentenza di Bari, però, non è importante soltanto per le pene inflitte o per la ricostruzione di un'aggressione definita negli atti "squadrista", ma per il principio che riafferma: il divieto di ricostituire il partito fascista non è un residuo simbolico della transizione postbellica, ma una norma vigente che trova applicazione quando un'organizzazione, per metodi, simboli e finalità, oltrepassa la soglia della libera espressione politica e si colloca nell'alveo di un'ideologia che la Costituzione considera incompatibile con l'ordinamento democratico. In poche parole, significa che è proprio illegale.
La XII disposizione transitoria e finale non è un ornamento retorico della Carta Costituzionale, è una clausola identitaria della nostra Repubblica. Quando un tribunale la richiama indirettamente attraverso la legge Scelba, sta ricordando che l'antifascismo non è un'opinione tra le altre, ma il presupposto giuridico su cui si fonda la convivenza costituzionale.
Mentre la magistratura riafferma un confine, però, guarda caso, una parte politica e di amministrazione sembra muoversi con una cautela selettiva. A Roma, nel cuore dell'Esquilino, un edificio occupato abusivamente da ventitré anni continua a rappresentare un'eccezione permanente nel discorso pubblico sulla legalità. In una stagione in cui il governo rivendica infatti più che fermezza contro ogni forma di occupazione e annuncia sgomberi come prova di efficienza e ordine, quella sede rimane fuori da qualsiasi calendario di intervento. Buffo. Perché la legalità, per essere credibile, dovrebbe essere universale; se diventa discrezionale, si trasforma da principio in strumento.
Non solo. Il fatto che, in questo contesto, a essere fermati e identificati siano stati i colleghi giornalisti impegnati a raccontare proprio quella contraddizione aggiunge un ulteriore livello di opacità. Non si tratta di drammatizzare un controllo di polizia, ma di interrogarsi sul rovesciamento simbolico che produce.
Èd è proprio dentro questa (incredibile e poco originale) contraddizione che si colloca l'appuntamento di domani a Genova. Non soltanto perché la città porta nella propria topografia i segni della Resistenza (corso Aldo Gastaldi, la Casa dello Studente, piazza Alimonda) ma perché Genova è stata, nella storia repubblicana, un laboratorio di conflitti che hanno messo alla prova proprio il rapporto tra ordine pubblico, dissenso e democrazia. Presentare qui una proposta di legge sulla "remigrazione", in un clima di segretezza logistica e di prevedibile blindatura, significa iscrivere un'idea radicale di appartenenza dentro uno spazio che ha fatto dell'insorgenza antifascista la propria identità rifondativa. Non è solo una provocazione simbolica ma un tentativo, neanche poco velato, di ridefinire il perimetro di ciò che può essere detto, proposto e reso politicamente legittimo. Il punto ovviamente non è impedire a qualcuno di parlare, né invocare censure preventive che sarebbero estranee alla cultura costituzionale. Il punto è comprendere però quale sia la responsabilità delle istituzioni quando un'organizzazione che si richiama esplicitamente a un'eredità fascista si muove tra occupazioni tollerate, iniziative parlamentari, raccolte firme e iniziative pubbliche.
La democrazia non è fragile perché consente la libertà di espressione; diventa fragile quando smarrisce la memoria delle proprie clausole di salvaguardia e applica i propri principi in modo intermittente.
Non serve alzare il tono per cogliere la posta in gioco. Basta riconoscere che l'antifascismo costituzionale non è una bandiera di parte, ma la condizione che rende possibile il pluralismo stesso. Se quel principio viene difeso solo nelle aule di giustizia e non trova coerenza nell'azione politica e amministrativa, allora la distanza tra norma e realtà si allarga di parecchio. E proprio in quella distanza si insinua l'idea, profondamente pericolosa (perché profondamente silenziosa), che il divieto di ricostituire il partito fascista sia diventato negoziabile.