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Tutti gli errori di Giorgia Meloni su femminismo e gender, smontati uno a uno

Dalla posizione sul linguaggio ideologico alla concezione delle discriminazioni di genere e dell’identità, ecco tutti gli errori di Giorgia Meloni su femminismo e gender.
A cura di Jennifer Guerra
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Con un’intervista al settimanale Grazia in occasione dell’8 marzo, la premier Giorgia Meloni ha reso chiare una volta per tutte le sue posizioni sulle questioni di genere. Non che ci fossero molti dubbi su come la pensa, eppure quest’intervista è un utile riassunto per chi fosse ancora convinto che siccome abbiamo è la prima presidente del consiglio, allora è necessariamente femminista.

Sono molti i passaggi che vale la pena analizzare in questa intervista, condotta dalla direttrice Silvia Grilli – che già prima delle elezioni aveva dichiarato il suo sostegno alla futura premier in nome di una sorellanza fra donne. A partire da una delle prime domande, che verte sulla scelta di Meloni di farsi chiamare “il” presidente e non “la” presidente. La prima ministra spiega che “il tema appassiona soltanto chi vuole utilizzare il linguaggio istituzionale per affermare una determinata visione ideologica”. A ben guardare, l’utilizzo più ideologico del linguaggio è proprio quello fatto da Meloni: ognuna, anzi ognuno, può farsi chiamare come vuole e la sua scelta va rispettata, ma la lingua italiana parla chiaro. La declinazione femminile dei ruoli istituzionali è quella che rispetta la grammatica (come ha precisato la Treccani), ed è proprio l’insistenza a farsi chiamare al maschile che denota un preciso posizionamento ideologico, ovvero l’idea che soltanto i nomi maschili comunichino autorità e prestigio o che denotino una parità con l’uomo. Già nel 1987, la linguista Alma Sabatini nelle sue Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua per la presidenza del Consiglio dei ministri, osservava che si dice sempre che “la donna deve essere pari all’uomo” e mai che “l’uomo deve essere pari alla donna”: “strano concetto di parità questo in cui il parametro è sempre l’uomo”.

L’intervista prosegue parlando di discriminazione, e qui il problema è forse più di chi intervista che di chi viene intervistato. La domanda è se Meloni si sia sentita più discriminata perché donna o perché di destra. Quando si parla di discriminazione, non ci si riferisce a un semplice atto di bullismo o a un torto personale motivato da una certa caratteristica, ma si parla di un sistema di oppressioni che penalizzano, in ogni circostanza, un gruppo sociale sulla base di caratteristiche fisiche o sociali. Pensare che una persona possa essere “discriminata” sulla base di un orientamento politico è semplicemente sbagliato. Semmai una persona può essere perseguitata, confinata o persino uccisa per il suo orientamento politico, perché un governo autoritario decide che non va bene. A quanto mi risulta, nella storia recente del nostro Paese in cui il regime fascista ha perseguitato comunisti e socialisti, è molto difficile affermare che questo sia stato fatto ai danni dei politici di destra.

Ma al di là della domanda mal posta, è evidente che Meloni non voglia dare di sé e in generale delle donne un’immagine vittimistica. Meloni non si è mai sentita discriminata, non crede siano necessarie politiche femminili, pensa che uomini e donne siano uguali in tutto (bravura e cattiveria comprese), non si smuove per gli insulti, si lascia scivolare addosso le critiche sul suo abbigliamento. Questa visione del mondo è coerente con quanto ha sempre sostenuto e con l’ideologia che promuove e abbraccia: nella destra sociale di Fratelli d’Italia ci sono anzitutto gli individui, che vengono poi sommati in un noi che si contrappone sempre a un loro (le élite, i nemici, gli immigrati ecc.). Una caratteristica come il genere è assolutamente ininfluente nel definire l’identità di una persona, che anzi è determinata dal sangue, dalle tradizioni e dalla cultura.

L’ideologia individualista di Meloni si riflette in tutte le risposte che la premier dà alla direttrice di Grazia: per lei la discriminazione di genere non è un fatto storico o culturale, nemmeno naturale, ma una semplice questione di volontà individuale. Nel raccontare di come si è liberata dal bullismo, Meloni dice semplicemente di aver cominciato ad amare se stessa, in un continuo “se vuoi puoi” che arriva a toccare anche le politiche di genere.

Quando Grilli le chiede se non pensa che il mondo del lavoro sia costruito per gli uomini, specie nella gestione degli orari e nelle riunioni interminabili, la premier afferma che si tratta soltanto di un’attitudine personale e che lei stessa si impegna per dedicare più tempo possibile alla figlia e al compagno. Buon per lei, ma la realtà è molto diversa da come la descrive. La gestione del tempo è uno dei nodi cruciali della scarsa partecipazione femminile nel mondo del lavoro, soprattutto quando si ha uno o più figli. In Italia una donna dedica 60 ore alla somma di lavoro retribuito, domestico e di cura contro le 47 ore del partner, con una disparità di ore superiore alla media europea. Il carico di lavoro, unito alla difficoltà di trovare posto all’asilo nido o alla lontananza dei nonni, è tale che molte donne rinunciano al proprio impiego alla nascita del figlio, anche perché nella coppia è la donna a guadagnare meno dell’uomo. La conciliazione fra vita e lavoro dipende solo in minima parte dalla buona volontà della singola persona, quando manca un’equa divisione dei compiti, una rete di welfare sociale, un lavoro stabile e non ricattatorio e politiche aziendali che conciliano la gestione familiare.

C’è però un confine che non si può oltrepassare in questa marcia volontaristica, ed è quello della natura. Non che sia una grande rivelazione, ma per Meloni il sesso è dato e naturale, oltre che immodificabile. Secondo Meloni (“e anche tante femministe”, ricorda), “maschile e femminile sono radicati nei corpi ed è un dato incontrovertibile [e] oggi per essere donna, si pretende che basti proclamarsi tale, nel frattempo si lavora a cancellarne il corpo, l’essenza, la differenza”. Termini come “essenza” e “differenza” non sono parole a caso, ma dimostrano come Meloni abbia studiato il lessico di un certo femminismo di stampo essenzialista, appoggiato dalla ministra per la natalità Eugenia Roccella, che crede fermamente nella distinzione tra i sessi e osteggia la cosiddetta “ideologia gender”. Secondo Meloni, le donne ne sarebbero “le prime vittime”. Non è la prima volta che la premier usa questa espressione, che è il cavallo di battaglia delle associazioni con cui il suo partito ha stretto un sodalizio durante la campagna elettorale.

La legge di natura vale anche per la famiglia, che è l’ovvia conseguenza. Parlando del suo passato, Meloni ribadisce che “i bambini hanno il diritto di avere il massimo: una mamma e un papà”. Il riferimento, anche se non esplicito, è alle famiglie omogenitoriali, che Meloni paragona alla sua storia personale di figlia cresciuta senza padre. Il paragone è assurdo, dato che la situazione di una famiglia composta da un solo genitore a seguito di un abbandono o di un lutto, non è minimamente confrontabile a quella di una coppia dello stesso sesso che cresce un bambino. L’aggancio alle sue vicende personali svincola Meloni dall’obbligo di esprimere a chiare lettere la sua contrarietà alle famiglie arcobaleno, esattamente come con l’aborto. Per parlare del tema, si sceglie di raccontare di sua madre che decise di non interrompere la gravidanza. Da quando ha i riflettori puntati, Meloni si è guardata bene dal dire di essere contraria all’aborto, ma ha sempre insistito su espressioni come “diritto a non abortire” e “piena applicazione della 194”.

Sa perfettamente che in questo momento la cosa peggiore che le può capitare in termini di immagine è quella di passare per una donna che si oppone ai diritti delle donne. Per Meloni quei diritti sono acquisiti, tutto il resto dipende da sé.

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Jennifer Guerra è nata nel 1995 in provincia di Brescia e oggi vive in provincia di Treviso. Giornalista professionista, i suoi scritti sono apparsi su L’Espresso, Sette, La Stampa e The Vision, dove ha lavorato come redattrice. Per questa testata ha curato anche il podcast a tema femminista AntiCorpi. Si interessa di tematiche di genere, femminismi e diritti LGBTQ+. Per Edizioni Tlon ha scritto Il corpo elettrico. Il desiderio nel femminismo che verrà (2020) e per Bompiani Il capitale amoroso. Manifesto per un Eros politico e rivoluzionario (2021). È una grande appassionata di Ernest Hemingway.
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