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Tutte le spine di Giorgia Meloni per il prossimo autunno

Per Giorgia Meloni il rientro dalle vacanze non è indolore. Nel suo intervento sul palco del Meeting di Rimini ha messo in fila le priorità per il prossimo autunno, ma dovrà fare i conti con i tanti dossier aperti: dalla guerra in Ucraina al genocidio a Gaza, fino al caso Almasri e alla stesura del testo della manovra, un difficile esercizio di equilibrismo all’interno della maggioranza.
A cura di Annalisa Cangemi
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Il discorso pronunciato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni al Meeting di Rimini, durato 46 minuti, le ha assicurato grandi applausi e standing ovation. La premier sapientemente ha saputo arringare la folla solleticando la platea con i temi cari a Comunione e Liberazione, dalla lotta alla droga alla natalità, fino al sostegno per imprese e famiglie del ceto medio.

Nonostante l'auto-celebrazione per la grande considerazione di cui il nostro Paese godrebbe nei tavoli internazionali, e l'evocazione di nemici ormai noti, come i giudici ‘colpevoli' di ostacolare il governo nel sua battaglia contro i trafficanti di esseri umani, argomento con cui spesso infiamma il suo elettorato, il rientro dalle vacanze per la premier si presenta come un terreno pieno di insidie e spine nel fianco. A cominciare dai problemi interni al governo, per arrivare ai tanti dossier internazionali aperti e irrisolti.

Militari in Ucraina, Salvini continua a preparare trappole per Meloni

Uno dei problemi per la premier ha un nome e cognome, Matteo Salvini. Il vicepremier in modi più o meno diretti negli ultimi mesi ha sempre cercato di dirigere le sue bordate all'interno della coalizione, con l'obiettivo abbastanza palese di guadagnare terreno e e consenso. E ultimamente quello del segretario della Lega sembra un piano sistematico, non certo per far cedere il governo – le elezioni anticipate avrebbero al momento l'unico effetto di rafforzare Meloni – ma per salire nei sondaggi.

Lo abbiamo visto proprio negli ultimi giorni, quando il segretario della Lega ha riaperto uno scontro diplomatico con il presidente francese Macron, costringendo l'Eliseo a convocare l'ambasciatore italiano a Parigi. I motivi scatenanti sono stati, secondo Salvini, i piani da guerrafondaio di Macron, il quale vorrebbe mandare truppe di interposizione in Ucraina, se si arrivasse a un cessate il fuoco. Così Matteo Salvini ha provato a mettere in difficoltà il governo Meloni, prendendosi il ruolo del pacifista, e lasciando intendere che l'attivismo dell'inquilina di Palazzo Chigi nelle trattative con Trump e gli altri leader Ue, soprattutto con il gruppo dei cosiddetti volenterosi, potrebbe sfociare nell'invio di truppe a Kiev. Cosa che in verità il governo Meloni non ha mai detto.

Il ministro Tajani, cercando di mettere a tacere l'alleato, anche ieri, in conferenza stampa a Palazzo Chigi, al termine del primo Cdm post pausa estiva, ha ribadito che "Non invieremo militari in Ucraina", perché l'esecutivo ritiene sia più utile ispirarsi all'articolo 5 della Nato per garantire la sicurezza, "con gli Stati Uniti e altri Paesi che firmano un trattato con l'Ucraina di mutua assistenza e in caso di attacco esterno intervengono a difesa", ha detto Tajani, aggiungendo quella che è suonata come una frecciatina a Matteo Salvini: "Nessuno di noi ha mai parlato di truppe italiane in Ucraina".

Nulla di diverso insomma rispetto alla linea che fino ad ora ha sempre dato Meloni, che pur dovendo continuamente guardarsi le spalle dal leader della Lega, ha chiarito più volte, anche nell'intervento dal palco di Rimini, che la proposta italiana legata all'articolo 5 del trattato dell'Alleanza Atlantica è l'unica che il suo governo continua a sostenere. Qualcosa in più del contributo che l'Italia è pronta a offrire a Kiev è emersa proprio dalla riunione di governo di ieri, nella quale si è esplicitamente detto che "l'Italia non parteciperà a eventuale forza multinazionale su territorio", ma valuta "ipotesi di monitoraggio e formazione al di fuori dei confini ucraini solo una volta raggiunta la cessazione delle ostilità".

Del resto lo stesso Trump è più orientato verso un contributo "via aerea" a Kiev, niente "boots on ground" in Ucraina. Sembra insomma che quello che Salvini vuole continuare a far passare come un nodo irrisolto all'interno del governo sia piuttosto un falso problema. Anche se bisognerà vedere come andranno i negoziati a livello internazionale, sia per l'Ucraina che per Gaza, negoziati che Meloni seguirà da vicino nei prossimi mesi. Nell'agenda della premier c'è sicuramente un viaggio New York a fine settembre, per l'ottantesima Assemblea generale dell'Onu, dove vedrà le altre potenze mondiali.

Le opposizioni non faranno sconti a Meloni sul genocidio a Gaza

Rispetto alla complessa situazione geopolitica, una cosa è certa: non basta che Meloni abbia condannato esplicitamente al Meeting di Rimini le recenti uccisioni dei giornalisti nella Striscia, o che abbia alzato la voce con Isreale, dicendo che la sua "reazione che è andata oltre il principio di proporzionalità mietendo troppe vittime innocenti arrivando a coinvolgere anche le comunità cristiane". Vi ricordate dove avevamo lasciato Meloni prima delle sue vacanze estive? La capa del governo era ‘scivolata' su una domanda a bruciapelo sul "genocidio" a Gaza, e presa alla sprovvista sembrava aver ammesso per la prima volta quello che Netanyahu sta effettivamente portando a avanti nella Striscia, ovvero lo sterminio sistematico della popolazione palestinese. Ci ha pensato il ministro degli Esteri a ribadire che no, quello non può essere chiamato "giuridicamente".

Nel frattempo è arrivato un rapporto dell’Onu, che per la prima volta ha stabilito che a Gaza c'è una carestia in corso, "causata interamente dall’uomo". La situazione peggiora di giorno in giorno, e davanti ai piani di invasione totale di Gaza da parte del governo Netanyahu, Meloni sarà chiamata a dare conto ancora in Parlamento della posizione tenuta dall'Italia. E certamente le opposizioni non arretreranno, continueranno a contestare il governo per non aver interrotto il memorandum militare Italia-Israele.

L'imbarazzo del governo Meloni per il caso Almasri

Ma la guerra a Gaza e in Ucraina non sono gli unici tasti dolenti. Ad attendere Meloni al ritorno dal riposo estivo c'è naturalmente anche il caso Almasri. Mentre la premier era in Grecia e poi in Puglia, ha evitato accuratamente di commentare un video di Almasri, che poi si è rivelato autentico, che è stato diffuso dal collettivo Refugees in Libya, in cui si vede il torturatore libico, ricercato dalla Cpi e rimandato a casa sua a bordo di un volo di Stato dall'Italia, aggredire selvaggiamente un uomo disarmato per strada a Tripoli.

Ora, chiaramente Almasri era già considerato un pericoloso criminale prima di questo video, al punto che il ministro Piantedosi aveva chiamato in causa proprio la pericolosità del soggetto tra i motivi del suo rilascio ed espulsione, ma quel documento potrebbe rappresentare un problema per Meloni, almeno dal punto di vista dell'immagine (l'episodio filmato a quanto pare sarebbe successivo alla fuga di Almasri in Libia, ma sulla datazione del video non c'è ancora certezza). Ammettendo che sia vero quanto afferma la Rada Force libica, e cioè che l'uomo aggredito non è morto ma avrebbe riportato solo lievi ferite, per il governo italiano si tratta comunque di un dossier quantomeno imbarazzante. E come sappiamo a settembre della vicenda si parlerà ancora: dopo l’archiviazione da parte del Tribunale dei ministri della posizione relativa alla premier e la contemporanea richiesta di autorizzazione al processo nei confronti del sottosegretario Mantovano, dei ministri Nordio e Piantedosi, per la scarcerazione e il rimpatrio del generale libico, il caso sarà esaminato dalla Giunta per le autorizzazioni di Montecitorio per poi finire ai voti a ottobre nell'Aula della Camera.

Sulla manovra Meloni deve far quadrare i conti (e non scontentare gli alleati)

Dulcis in fundo, le questioni interne. Il cantiere manovra ha già preso il via a colpi di annunci, dichiarazioni e smentite, e anche se la sessione di bilancio è ancora lontana, prende forma l'ossatura della finanziaria. Accontentare tutti i partiti del centrodestra, con le diverse istanze, sarà un difficile esercizio di equilibrismo, visto che anche quest'anno le risorse sono esigue. E allora bisogna concentrarsi su poche misure bandiera, quelle che possono fornire un aiutino ai partiti del centrodestra che nei prossimi mesi autunnali saranno impegnati con le regionali: le partite elettorali si giocheranno in Valle d'Aosta e Marche il 28 e 29 settembre, in Calabria il 5 e 6 ottobre, in Toscana il 12 e 13 ottobre; si prosegue con Campania, Veneto e Puglia, dove si voterà a novembre (una data ufficiale ancora non c'è).

Viste le sfide imminenti, è probabile che ogni partito della maggioranza penserà al proprio orticello, cercando di portare a casa alcune misure care ai propri elettorati. La priorità per la Lega è la pace fiscale, con la rottamazione delle cartelle esattoriali in 120 rate spalmate in 10 anni. Mentre Forza Italia pretende il taglio dell'Irpef dal 35% al 33% per i redditi fino a 60mila euro e spinge per la strutturalità dell'Ires premiale.

Meloni invece ha promesso di concentrare tutti gli sforzi sulla natalità e sul ceto medio, per cui l'intenzione è ridurre la pressione fiscale: dopo il taglio del cuneo fiscale per i redditi fino ai 35 mila euro, arrivato con le ultime due manovre, ora l'esecutivo vuole ridurre le tasse anche per i redditi medio-alti. Ma ovviamente il principale ostacolo al libro dei sogni di Meloni è il nodo risorse, che sono limitate per la necessità di tenere sotto controllo l'elevato debito pubblico, che ha superato ormai i 3mila miliardi.

Anche quest'anno si fa strada l'ipotesi di chiedere un contributo alle banche, ipotesi che potrebbe portare a ulteriori fibrillazioni nella coalizione, vista la contrarietà già manifestata da Forza Italia.

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Giornalista professionista dal 2014, a Fanpage.it mi occupo soprattutto di politica e dintorni. Sicula doc, ho lasciato Palermo per studiare a Roma. Poi la Capitale mi ha fagocitata. Dopo una laurea in Lettere Moderne e in Editoria e giornalismo ho frequentato il master in giornalismo dell'Università Lumsa. I primi articoli li ho scritti per la rivista della casa editrice 'il Palindromo'. Ho fatto stage a Repubblica.it e alla cronaca nazionale del TG3. Ho vinto il primo premio al concorso giornalistico nazionale 'Ilaria Rambaldi' con l'inchiesta 'Viaggio nell'isola dei petrolchimici', un lavoro sugli impianti industriali siciliani situati in zone ad alto rischio sismico, pubblicato da RE Le Inchieste di Repubblica.it. Come videomaker ho lavorato a La7, nel programma televisivo Tagadà.
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