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È stata approvata all'unanimità la risoluzione della Sesta Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura in materia di "tutela dei minori nell'ambito del contrasto alla criminalità organizzata".

Il provvedimento valorizza e sollecita i giudici che allontanano i figli minorenni da quelle famiglie mafiose che inconsapevolmente, vista la giovane età, li avvicinano o li indottrinano al mondo della criminalità deviandone così il percorso di crescita e di sviluppo.

Nella risoluzione si legge: "Come già di recente positivamente sperimentato, il momento di approfondimento muove dalla diretta analisi delle concrete esperienze operative degli uffici minorili italiani e, nel pieno rispetto delle prerogative giurisdizionali, tende alla diffusione e valorizzazione delle positive esperienze realizzate dagli uffici del Paese ed a favorire la riflessione sullo stato e sulle conseguenze personali e sociali delle condotte delle famiglie mafiose che negano l’adolescenza ai propri figli inserendoli sin dalla tenera età nelle dinamiche criminose dell’associazione mafiosa, tanto da poter essere considerate a tutti gli effetti famiglie maltrattanti".

I riferimenti sono ai casi sperimentati in alcuni tribunali tra cui quello per i Minorenni di Reggio Calabria, di Napoli e Catania che hanno emesso provvedimenti di allontanamento di minori da contesti familiari mafiosi: “Nella prassi si è andata affermando la tendenza ad adottare con sempre maggiore frequenza provvedimenti di decadenza o limitazione della potestà genitoriale (fino ad arrivare alla dichiarazione di adottabilità) e di collocamento del minore in strutture esterne al territorio di provenienza, onde recidere il legame con i condizionamenti socio-ambientali”.

Il Csm, come si legge nella nota, ha deciso di votare la delibera proprio per la presa della consapevolezza che bisogna svolgere una funzione di recupero e prevenzione dei minori stessi “intervenendo sul contesto familiare e/o sociale di provenienza, poiché tale contesto spesso ne determina una evoluzione criminale del percorso di crescita”.

Per il Csm l'intervento del giudice dei minori si rende quindi necessario "nei casi di diretto utilizzo dei minorenni negli affari illeciti familiari; esposizione dei figli all'uso di armi e ad attività delinquenziali; assenza educativa per latitanza o lunga detenzione di uno o di entrambi i genitori; appartenenza di uno o di entrambi i genitori a sodalizi mafiosi" e il singolo giudice minorile valuterà "attentamente il caso concreto esaminando anche l'ampio contesto territoriale e sociale in cui la famiglia del minore è inserita".

Nella nota diffusa dal Consiglio Superiore della Magistratura si legge: “La fenomenologia criminale, in special modo nelle regioni meridionali, mostra, di recente, un frequente coinvolgimento di minori in attività illecite legate ad associazioni criminali, spesso di tipo mafioso (attività che consistono, a mero titolo esemplificativo, in spaccio di stupefacenti, estorsioni, omicidi). Tale coinvolgimento appare il frutto per un verso di un’ingente forza di attrazione esercitata dalla “cultura” mafiosa su giovani alla ricerca di facile conquista di (presunti) potere, ricchezza e realizzazione di sé, laddove invece le istituzioni vengono spesso viste solo sotto una luce negativa. Per altro verso, una sorta di coartazione a delinquere deriva dalle influenze provenienti dal contesto familiare, che trasmette ai minori valori di marcata connotazione criminale”.

Con la delibera si vuole quindi sottolineare che si ritiene necessario “un intervento che possa garantire il potenziamento degli strumenti a disposizione dei giudici minorili”.

Si legge infatti che per l’interesse del minore “Si incentivano provvedimenti che, incidendo sulla potestà genitoriale, nel contempo siano accompagnati da prescrizioni e progetti di recupero che – almeno in prima battuta – coinvolgano l’intero nucleo familiare, per garantire ai minori sia una educazione adeguata, sia una idonea vita di relazione familiare”.

Oltre ai progetti di recupero, si parla poi di una collaborazione tra gli uffici giudiziari che supporti l’applicazione di queste misure: “È poi fondamentale una collaborazione fra uffici giudiziari ordinari e uffici minorili, nei casi in cui emergano pregiudizi all’integrità psicofisica di minori a causa del contesto in cui maturano determinati delitti".

Inoltre: "Si palesa opportuno garantire tutela anche ai figli minori di testimoni e collaboratori di giustizia, tutela che potrebbe essere garantita attraverso protocolli di collaborazione fra i diversi uffici giudiziari coinvolti”.

Infine, si chiede al Ministro della Giustizia di "attivare percorsi di assistenza psicologica e di valutazione/recupero delle competenze genitoriali dei genitori detenuti" e alla Scuola Superiore della Magistratura di organizzare iniziative di formazione su questi temi.