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Stipendi più alti o più bassi in base a costo della vita: la proposta della Lega e chi ci guadagnerebbe

Stipendi più alti per chi vive in zone dove i prezzi – dall’affitto alla spesa, dai trasporti all’intrattenimento – sono maggiori. Questa è la proposta della Lega per adattare gli stipendi al costo della vita. Varrebbe sia per i dipendenti pubblici che privati. Critico il Pd: “Aumentano le disuguaglianze”.
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A cura di Luca Pons
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La Lega ha presentato una proposta di legge per far sì che i salari possano essere adattati in base al costo della vita. Questo significherebbe avere stipendi più alti in zone mediamente più benestanti, dove i prezzi (per la spesa, per gli affitti, per i trasporti…) sono più alti, e stipendi più bassi dove invece la media dei prezzi è più ridotta. Il capogruppo leghista al Senato, Massimiliano Romeo, ha spiegato che l'intenzione è "dare la possibilità alla contrattazione di secondo livello, territoriale e aziendale, di utilizzare il parametro del costo della vita, oltre a quelli già previsti per legge", quando stabiliscono i "trattamenti economici accessori ai dipendenti pubblici e privati".

"Si pensi alle grandi città", ha continuato Romeo, "dove l’inflazione ha degli effetti differenti rispetto ad altre zone del nostro Paese. Introduciamo con questa norma un elemento nuovo, attribuendo ai lavoratori una somma differenziata in base al luogo in cui ha sede l’azienda".

Di fronte alla possibilità che nelle zone più ricche gli stipendi diventino più alti e in quelle più povere più bassi, aumentando le disuguaglianze, Romeo ha sottolineato: "Il principio della parità retributiva non viene meno. Parliamo infatti di trattamenti economici accessori, che possono essere così riconosciuti ai dipendenti valutando anche il diverso impatto che l’incremento dei costi dei beni essenziali ha sui cittadini, così come si evince dagli indici Istat". I trattamenti accessori non sono l'importo dello stipendio in sé, ma tutte le aggiunte che variano in base al reparto, all'anzianità, ai risultati raggiunti e altro ancora.

Come cambierebbe lo stipendio in base al costo della vita

L'idea alla base della proposta di legge, che ha sei articoli, sarebbe che tutti i lavoratori di una certa amministrazione pubblica partano dallo stesso stipendio, con lo stesso contratto collettivo nazionale di riferimento. Ma poi le singole amministrazioni possano aumentare la paga in base all'indice dei prezzi calcolato dall'Istat. Per i dipendenti statali questo succederebbe pressoché in automatico, e l'importo del trattamento accessorio per il costo della vita dovrebbe valere al massimo un decimo del trattamento accessorio complessivo. Per i privati invece sarebbe una scelta delle singole aziende.

Per quanto riguarda il privato, i datori di lavoro che decidono di alzare gli stipendi in base al costo della vita avrebbero "un credito d'imposta per coprire le spese sostenute", quindi uno sconto sulle tasse, ha spiegato il senatore della Lega. In particolare, questo credito d'imposta resterebbe in vigore per i prossimi tre anni (dal 2024 al 2026). Lo sconto coprirebbe fino a 3mila euro all'anno per ciascun dipendente, in pratica un aumento da 250 euro al mese. In più, ciascuna azienda potrebbe accumulare al massimo 100 milioni di euro di credito nel corso del triennio.

Come si stabilirebbe il costo della vita esatto in ciascuna zona? Da una parte ci sarebbero i dati Istat sull'inflazione e quindi sull'aumento dei prezzi. Dall'altra, il ministero del Lavoro dovrebbe definire le varie aree territoriali: aree metropolitane, urbane, suburbane, interne e di confine. In base a queste si stabilirebbe poi l'aumento per i singoli dipendenti, distinguendo tra chi lavora in un'area metropolitana, chi in un'area suburbana, e così via.

Nel complesso, la misura costerebbe allo Stato 300 milioni di euro fino al 2026, secondo le stime della Lega. Questi soldi verrebbero sottratti al Fondo sociale per occupazione e formazione.

L'attacco del Pd: "La Lega spacca l'Italia"

Il deputato e responsabile Sud del Pd Marco Sarracino ha risposto con una nota, affermando che la norma è "l'ennesimo atto per continuare a spaccare l'Italia e aumentarne i divari", dopo l'autonomia differenziata per le Regioni: "Ovviamente tutto nel silenzio degli autoproclamati ‘patrioti'. Il Pd non lo consentirà perché una proposta del genere mette realmente in discussione il principio di uguaglianza e la coesione del nostro paese. Anche per questo saremo in piazza sabato a Roma".

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