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Sondaggi politici: se si votasse oggi in Italia metà degli italiani resterebbe a casa

L’ultimo sondaggio Ixè fotografa un sistema di partiti sostanzialmente stabile, ma inserito in un clima di forte disaffezione: oggi meno di un italiano su due è infatti davvero disposto a votare. In questo contesto, il centrodestra resta in vantaggio, ma in un quadro segnato da bassa partecipazione e da un’area di indecisione ancora potenzialmente decisiva.
A cura di Francesca Moriero
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Prima ancora delle percentuali di partito, c'è un dato che fotografa il clima politico del Paese: meno di un italiano su due è oggi realmente disposto ad andare a votare. È da questa soglia bassa, cioè il 46,9% di orientati al voto, che vanno letti i numeri dell'Osservatorio Politico Ixè del 27 gennaio scorso. Una fotografia che restituisce un sistema stabile nelle gerarchie, ma attraversato da una disaffezione profonda agli scenari politici e da un'area di indecisione potenzialmente decisiva.

Le intenzioni di voto: equilibri fermi, micro-spostamenti significativi

Calcolate sul solo bacino degli orientati al voto, le intenzioni confermano Fratelli d'Italia primo partito al 29,1%, in lieve calo rispetto a novembre (-1,2). Il Partito Democratico è l'unica forza maggiore in aumento sensibile: 22,6% (+0,8), un recupero che consolida la seconda posizione. Alle spalle, il Movimento 5 Stelle scende al 12,2% (-0,8), mentre nel campo del centrodestra arretrano Forza Italia (8,4%, -0,7) e resta sostanzialmente stabile la Lega (8,0%, +0,2). Cresce invece lentamente ma in modo continuo Alleanza Verdi Sinistra (7,2%, +0,1), mentre nel centro liberale Azione sale al 3,3% (+0,3) e Italia Viva cala al 2,3% (-0,3). Nel confronto tra schieramenti, il centrodestra mantiene un vantaggio netto, ma non ancora decisivo: si tratta infatti di un 46,5% contro il 31,6% del centrosinistra.

Affluenza e indecisi

Il dato politicamente più rilevante è invece, come anticipato, la propensione al voto. Solo il 46,9% dichiara infatti una probabilità di partecipazione tra il 91% e il 100%: molto meno delle Politiche 2022 (63,9%) e persino delle Europee 2024 (49,7%), già segnate da un'affluenza contenuta. All'estremo opposto, l'astensione certa (0% di probabilità) riguarda l'11,7% del campione. In mezzo, un'area vasta di incertezza che può ancora spostare gli equilibri.

Ed è qui che emerge un dato chiave: se costretti a scegliere, gli indecisi propenderebbero in maggioranza per l'opposizione (56,6%), contro un 29,3% orientato verso i partiti di governo. È un'indicazione che non si traduce automaticamente in voti, ma che comunque segnala una disponibilità latente a cambiare campo, oggi non intercettata pienamente dall'offerta politica.

Leader e fiducia

Sul terreno della fiducia personale, Mario Draghi resta ancora la figura più trasversale: si tratta di un 45% di fiducia, in lieve crescita rispetto a novembre. Giorgia Meloni segue al 38%, dato stabile che riflette la solidità del suo elettorato più che un ampliamento del consenso. Giuseppe Conte sale al 30%, Antonio Tajani scende al 29%. Anche Elly Schlein cala, e si posiziona al 21%, un dato che segnala una difficoltà di riconoscimento personale oltre il perimetro del PD. Matteo Salvini resta invece fermo al 20%.

Istituzioni, governo e opposizione

Per quanta riguarda la fiducia nelle istituzioni e nei partiti politici il quadro che ne emerge è ancora molto sbilanciato: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella gode di una fiducia altissima (76%), con picchi tra gli over 65 (92%) e tra gli elettori di PD (93%) e +Europa (96%): un consenso che attraversa schieramenti e generazioni mature. Diverso il giudizio sull'esecutivo: il Governo Meloni raccoglie il 39% di fiducia, sostenuto quasi esclusivamente dagli elettori di FdI (90%) e molto più debole tra i 18-34enni (26%). Un livello superiore ai minimi del Conte 2 (33%), ma molto lontano dai picchi del governo Draghi, che superavano di gran lunga il 50%. Ancora più critica la percezione dell'opposizione, ferma al 20% di fiducia, con quasi il 40% del campione (39,7%) che dichiara di non averne alcuna. Un dato che spiega perché il malcontento non si traduca automaticamente in consenso alternativo.

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