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Sede di Casapound a Bari resta chiusa. Riesame: “Rischio ricostituzione partito fascista”

I giudici del Tribunale del Riesame di Bari hanno rigettato l’istanza di dissequestro dei locali di via Eritrea in cui svolge la sua attività CasaPound, chiusi l’11 dicembre 2018. Nell’inchiesta sono coinvolti 35 militanti del partito di estrema destra, che il 21 settembre 2018 aggredirono tre attivisti antifascisti.
A cura di Annalisa Cangemi
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Dopo una manifestazione di protesta anti-razzista contro il ministro degli Interni Matteo Salvini, organizzata dai militanti dell'ex Caserma Liberata nel quartiere Libertà, tre persone furono aggredite da un gruppo di militanti neofascisti di CasaPound. I fatti si riferiscono al 21 settembre scorso. I feriti sono Giacomo Petrelli, militante di Alternativa Comunista, Antonio Perillo, assistente parlamentare dell'eurodeputata di Rifondazione Comunista Eleonora Forenza (presente al momento dell'aggressione) e Claudio Riccio, di Sinistra Italiana. Trentacinque gli indagati, tutti militanti, provenienti da diverse province della Puglia, a cui furono contestati i reati di apologia del fascismo e a dieci di loro anche quello di lesioni. Il gip di Bari, l'11 dicembre 2018, dispose il sequestro della sede barese CasaPound.

I giudici del Tribunale del Riesame di Bari adesso hanno rigettato l'istanza di dissequestro dei locali di via Eritrea in cui svolge la sua attività il partito di estrema destra, perché ritengono che la sede possa essere una base per nuove aggressioni di tipo squadrista. Nell'inchiesta sono coinvolti 35 militanti di CasaPound, provenienti da diverse province della Puglia.

Le indagini della procura si concentrarono subito sull'attacco premeditato: secondo le ricostruzioni i militanti di Casapound si erano dati appuntamento proprio per aggredire gli antifascisti. A incastrarli le immagini delle telecamere di sorveglianza, ma anche il materiale ritrovato nelle perquisizioni, tra cui manubri da palestra, un busto di Benito Mussolini, una bandiera della X Mas e il Mein Kampf di Adolf Hitler.

Secondo i giudici quei fatti avvenuti dopo il cortelo ‘Mai con Salvini' "appaiono connotati dalla evocazione dell'ideologia fascista", scrivono adesso nelle motivazioni. "Il ricorso ad una strategia violenta di repressione di appartenenti a gruppi portatori di una diversa ideologia, – scrivono ancora – richiama indubbiamente il metodo fascista o meglio il suo metodo di lotta". Per i giudici "nessun dubbio sussiste sulla capacità della ritualità adottata a suscitare o rafforzare nei presenti sentimenti nostalgici nei confronti del partito fascista ed operare, oggettivamente, come veicolo di proselitismo, di adesione e di consenso, concorrendo alla diffusione di concezioni favorevoli alla ricostituzione del partito fascista".

"I comportamenti censurati – si legge nel provvedimento – hanno determinato un pericolo concreto e attuale di riproposizione di quel partito evocando un modus operandi tipico del movimento fascista".

I giudici ricostruiscono la sera dell'aggressione, ricordando che nella sede del quartiere Libertà "solitamente frequentata da pochi soggetti, erano presenti 30 militanti, 14 dei quali provenienti da altre province pugliesi, ben consapevoli della circostanza che per quella stessa sera era prevista una manifestazione di impronta chiaramente antifascista".

"E proprio quella sera, i militanti di CasaPound si erano posizionati davanti alla loro sede per poi, alla fine della manifestazione predisposta dall'ex Caserma Liberata, porre in essere condotte violente e aggressive" evocative, secondo i giudici, del "metodo che viene indicato ‘squadrismo', vale a dire un'organizzazione, impiego e attività di piccole formazioni di armati non regolari (squadre d'azione) che a fini intimidatori e/o repressivi veniva utilizzato dal fascismo nei confronti degli avversari politici per affermare la propria supremazia".

"Non appare dubitabile – spiegano – che vi fosse stata una preordinazione e predisposizione da parte dei militanti di CasaPound, non essendo credibile che questi ultimi per mera casualità fossero presenti, in tanti, e che per mera accidentalità si fossero schierati all'esterno della sede per poi agire al passaggio dei partecipanti alla manifestazione di ideologia antagonista".

Anche "l'uso della violenza, di oggetti contundenti, cinghie, manganelli, bastoni e catene oltre a porsi in contrasto con il metodo democratico ed a mortificare i diritti inviolabili dell'uomo" evoca secondo i giudici "comportamenti usuali del disciolto partito fascista". Il Riesame fa riferimento al "passaggio dalla mera ideologia fascista, assolutamente irrilevante penalmente, ad un'azione violenta ed ideologicamente sorretta e finalizzata all'esigenza di affermazione di un equilibrio alterato" che non consente di inquadrare quell'aggressione come uno scontro tra bande contrapposte. E il fatto che quella sede sia stato luogo di convegni e di incontri socio-culturali "non esclude – concludono i giudici – che la stessa in diverse e differenti occasioni sia stata e possa continuare ad essere sede di manifestazione del disciolto partito fascista". 

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