video suggerito
video suggerito

Scuola, Irene Manzi (Pd): “Sicurezza per decreto non funziona, rischia di aumentare il disagio degli studenti”

In un’intervista a Fanpage.it la deputata Irene Manzi, responsabile Scuola del Pd, commenta la stretta emanata dal governo per contrastare la violenza giovanile: “È pericoloso dare ai ragazzi l’idea che alla violenza si debba rispondere con la violenza”.
A cura di Annalisa Cangemi
1 CONDIVISIONI
Immagine

Con il nuovo pacchetto Sicurezza, un decreto e un disegno di legge, il governo ha emanato una stretta che include misure affrontare il fenomeno della violenza giovanile. Si va dal divieto di vendita ai minori, anche tramite piattaforme elettroniche, di strumenti da punta e taglio, alla sanzione amministrativa pecuniaria, da 200 a 1.000 euro, a carico di chi esercita la responsabilità genitoriale su minori che commettono reati legati al porto abusivo di armi. Fino ad arrivare al daspo urbano esteso ai minori sopra i 14 anni. Misure che vanno lette insieme alla circolare che autorizza i metal detector nelle scuole, firmata dai ministri Piantedosi e Valditara.

Nella puntata di oggi della newsletter ‘La Nostra Scuola' analizziamo le norme per colpire le baby gang, per capire quanto potranno essere davvero efficaci per gestire un tema complesso come la violenza tra i minorenni. Ne abbiamo parlato con la deputata Irene Manzi, responsabile Scuola del Partito democratico. Qui vi proponiamo la versione più lunga dell'intervista uscita oggi nel nostro approfondimento settimanale dedicato alla scuola, che esce tutti i mercoledì.

Onorevole, con il decreto Sicurezza il governo ha emanato alcune misure rivolte al mondo degli adolescenti. C’è davvero bisogno di intervenire con una legge urgente per combattere la microcriminalità e aumentare la percezione di sicurezza nelle scuole?

Non credo che sia giusto né utile affrontare il tema della sicurezza nelle scuole e tra gli adolescenti con strumenti emergenziali o episodici. Si Insegue la cronaca con un atteggiamento repressivo ma non ci si interroga sulle cause. E su come prevenire il problema.
Le misure contenute nel decreto Sicurezza, dal divieto di vendita di strumenti da punta e taglio (che voglio ricordare sono oggetto di una proposta di legge presentata mesi fa dal Partito Democratico ed ignorata fino ad ora dal governo), alle sanzioni economiche a carico delle famiglie, fino all’estensione del daspo urbano ai minori e all’uso dei metal detector nelle scuole, danno l’idea di una risposta rapida, ma rischiano di essere una scorciatoia politica che non affronta le cause reali del problema. La microcriminalità giovanile e il disagio adolescenziale non nascono nel vuoto. Sono spesso il risultato di fragilità sociali, educative e relazionali che si accumulano nel tempo. Pensare di risolverle principalmente o soltanto attraverso la repressione o il controllo significa intervenire sugli effetti, non sulle radici. Punire può essere necessario in alcuni casi, ma punire da solo non basta e non può diventare l’unico orizzonte. La scuola è e deve restare uno spazio educativo, di crescita, di costruzione delle relazioni. Una visione fondata solo sugli strumenti securitari rinuncia a educare. Io credo invece che la strada maestra sia un’altra: la prevenzione.

La prevenzione si fa investendo sulla qualità della scuola, sul tempo educativo, sull’ascolto, sull’inclusione, sul contrasto alla dispersione scolastica. Si fa rafforzando la comunità educante, cioè l’alleanza tra scuola, famiglie, territorio, servizi sociali, associazioni. Nessuna istituzione, da sola, può reggere il peso di questi fenomeni complessi. Colpire economicamente le famiglie o attribuire loro solo una responsabilità sanzionatoria rischia di spezzare, invece di rafforzare, il patto educativo che dovrebbe tenerci uniti. Le famiglie vanno coinvolte, sostenute, accompagnate, non trattate come un problema da punire. È nella corresponsabilità educativa che si costruisce sicurezza vera, non nella paura della multa. Se davvero vogliamo scuole più sicure e comunità più coese, dobbiamo avere il coraggio di fare politiche strutturali: più educatori, più presìdi sociali, più spazi di aggregazione, più investimenti nell’istruzione ( tempo pieno, mense, welfare studentesco). La sicurezza non si decreta, si costruisce, giorno dopo giorno, attraverso l’educazione, le relazioni e una presenza forte dello Stato nei territori.

Sono necessari ascolto e dialogo. Eppure l’idea sembra essere quella di garantire il supporto psicologico tramite una app. È sicuramente un segnale di attenzione verso i ragazzi dare un voucher per cinque incontri della durata di 60 minuti ciascuno. Ma uno strumento digitale può sostituire del tutto la figura di uno psicologo integrato nella vita scolastica?

Finalmente – come annunciato dal ministro Valditara – si avvia un servizio di sostegno psicologico per gli studenti. Questo avviene grazie alla battaglia portata avanti dal Partito Democratico e all’emendamento approvato alla legge di bilancio dello scorso anno su nostra iniziativa e con le risorse messe a disposizione dal nostro gruppo parlamentare. Sono quelle risorse che ora vengono utilizzate per attivare la app. È un primissimo, significativo, passo. Ma non possiamo accontentarci perché quella annunciata dal ministro è ancora una risposta parziale ed insufficiente rispetto ai bisogni reali delle ragazze e dei ragazzi. Rispetto alla comunità scolastica non è sufficiente una semplice app di supporto psicologico.

La scuola è una comunità educativa viva e complessa. Per questo lo psicologo deve farne parte in presenza, essere riconoscibile, accessibile, integrato nel contesto scolastico. Pensare di rispondere al disagio giovanile solo con uno strumento digitale significa non cogliere fino in fondo la natura del problema. Uno psicologo presente a scuola può fare molto di più: attività di gruppo, prevenzione, lavoro all’interno delle classi, consulenza a docenti e personale scolastico, supporto alle famiglie, accompagnamento continuo degli studenti. Sono attività che si sono realizzate in passato, ad esempio, grazie agli strumenti messi in campo nel 2020 dal protocollo d’intesa tra ministero dell’Istruzione e Ordine degli psicologi. Esperienze che andrebbero recuperate e valorizzate perché rappresentano dimensioni comunitarie che una app può affiancare ma non sostituire. Per noi questo resta l’obiettivo: uno sportello psicologico strutturalmente inserito nella comunità scolastica – integrato in un team multidisciplinare di educatori, pedagogisti, mediatori culturali – come presidio educativo e di benessere, non come intervento emergenziale. Su questo siamo pronti a collaborare insieme alla maggioranza, come fatto con la legge di bilancio 2025.

Si continua a intervenire sugli effetti e non sulle cause profonde del disagio e della violenza giovanile. Quali saranno le conseguenze secondo lei?

Se continuiamo ad affrontare la violenza giovanile e il disagio adolescenziale solo attraverso interventi punitivi o misure repressive, senza guardare alle cause profonde, rischiamo di generare più effetti collaterali che soluzioni reali. Partiamo da un punto fondamentale: i comportamenti violenti non sono quasi mai improvvisi o isolati. Secondo gli psicologi, l’aggressività dei giovani spesso emerge come espressione di un disagio non riconosciuto e non elaborato, intrecciato con fragilità emotive, isolamento, difficoltà nella gestione delle relazioni e senso di inadeguatezza. Senza strumenti per regolare emozioni e frustrazioni, l’aggressività può diventare il modo più immediato per esprimere sofferenza o per attirare attenzione su un bisogno non soddisfatto.
In una situazione del genere, la semplice repressione rischia di spingere il problema “sotto la superficie”, senza interrompere o comprendere le dinamiche che lo alimentano. La conseguenza concreta potrebbe essere un aumento delle forme di disagio non visibili, con ragazzi che, non trovando spazio per esprimersi e chiedere aiuto, finiscono per manifestare comportamenti a rischio, isolamento sociale o difficoltà psicologiche più gravi.
Da questo punto di vista, come sottolineo spesso, gli interventi spot e le soluzioni simboliche non producono cambiamenti strutturali. Se non investiamo su prevenzione, educazione all’affettività, ascolto e accompagnamento educativo, continuiamo ad affrontare i sintomi, non le cause profonde e non favoriamo percorsi di responsabilizzazione e crescita. Gli esperti ci ricordano che prevenire significa intervenire prima che i segnali di disagio si cristallizzino in comportamenti violenti o devianza persistente. Per farlo è necessario promuovere contesti sicuri di ascolto, supporto emotivo e relazione, non solo terapie individuali quando il problema è già conclamato, ma interventi diffusi nelle scuole, nei servizi territoriali e nelle comunità educanti, a supporto di studenti e famiglie.
Abbiamo bisogno di una strategia educativa e di prevenzione strutturale, che metta al centro la scuola come luogo di ascolto e crescita, rafforzi la comunità educante e garantisca supporti psicologici e sociali accessibili fin dalle prime fasi del disagio. Solo così possiamo sperare di ridurre efficacemente la violenza giovanile e costruire percorsi di benessere e responsabilità condivisa.

Molti giovani però, stando a un sondaggio condotto da Skuola.net, sarebbero d’accordo con la stretta (l’84% degli intervistati), stanchi di vedere bulli e baby gang impuniti. Le sembra un punto su cui riflettere?

Certo il dato che emerge dall’ultimo sondaggio di Skuola.net è significativo e merita una riflessione profonda: l’84% dei giovani intervistati dichiara di essere d’accordo con misure più stringenti come risposta alla violenza e alla microcriminalità, e una quota importante guarda con favore anche a strumenti come i metal detector nella scuola. Questo non va ignorato. Indica che una parte consistente delle ragazze e dei ragazzi vive la scuola e l’ambiente che la circonda con una percezione di rischio reale: non è un’impressione astratta, ma una sensazione legata a episodi di tensione, aggressioni o paura di conflitti. Tuttavia, i numeri raccontano una realtà più complessa di quanto non emerga da una prima lettura superficiale. Infatti, pur dichiarandosi favorevoli a misure di controllo, gli studenti stessi non vedono queste soluzioni come una “cura” dei problemi.

Cosa succederà con l'introduzione dei metal detector nelle scuole?

Sulla questione dei metal detector, ad esempio, solo una minoranza, circa un quinto, ritiene che la loro presenza li farebbe sentire davvero più protetti e tranquilli; molti, invece, temono che strumenti come questi possano aumentare la tensione, generare ansia o minare i rapporti di fiducia con l’istituzione scolastica. Questa ambivalenza non è sorprendente: anche la ricerca internazionale indica che misure visibili di sicurezza, come i metal detector, non necessariamente migliorano la sicurezza effettiva e possono avere effetti collaterali sul benessere psicologico degli studenti.

In questo senso, credo che i dati degli studenti ci offrano più di una semplice risposta numerica: essi ci dicono cosa i giovani sentono come mancante, non solo ciò che temono. E qui emerge un’altra parte importante del sondaggio di Skuola.net: molti ragazzi stessi indicano come priorità investimenti in educazione alla gestione delle emozioni, corsi su legalità e affettività, supporto psicologico e spazi di ascolto, strumenti che agiscono sulle cause del disagio più che sull’effetto immediato. Questa doppia lettura è fondamentale per chi vuole fare politiche serie e non spot propagandistici per qualche apertura giornalistica: non si tratta di ignorare la percezione di insicurezza, ma di non confondere strumenti di emergenza con strategie strutturali di prevenzione. I giovani ci dicono chiaramente che percepiscono il problema, ma che non basterebbero solo metal detector e controlli per affrontarlo.
È pericoloso dare ai ragazzi l’idea che alla violenza si debba rispondere con la violenza. Così come indicare come modelli figure che a livello nazionale e internazionale si comportano come bulli o violenti. Una politica per i giovani deve partire dall’ascolto, dalla costruzione di percorsi educativi, dal rafforzamento dei legami sociali e dal supporto psicologico, mettendo al centro una scuola che sia comunità, relazione e crescita, non solo un luogo da difendere. Questo è ciò su cui dobbiamo riflettere.

Ma perché tanti giovani vedono nelle misure repressive l’unica risposta possibile?

In parte perché manca un investimento serio e coerente nell’istruzione, nella qualità della scuola e nei servizi educativi. Non è un caso se, nelle ultime manovre di bilancio, si registrano tagli alle risorse per la scuola pubblica, con oltre 600 milioni di euro in meno nel triennio 2025–2028 secondo le analisi del Partito Democratico. Tagli che riguardano non solo progetti educativi, ma anche edilizia scolastica e organici strumenti indispensabili per un’efficace azione educativa quotidiana. Questa scelta politica è in contraddizione con le dichiarazioni ufficiali del ministro dell’Istruzione, che spesso parla di voler rafforzare il ruolo della scuola. Nel concreto, però, si riducono posti di personale docente e ATA, si indebolisce la capacità delle scuole di pianificare l’offerta formativa e si attenua la lotta alla dispersione scolastica proprio quando servirebbero più risorse stabili, non tagli né spot. Se vogliamo davvero dare ai giovani una prospettiva di sicurezza, appartenenza e crescita, non possiamo limitarci a discutere di controlli o sanzioni. La vera sicurezza nasce da scuole forti, ben finanziate, dotate di personale formato ed adeguato e di servizi come sportelli di ascolto, supporto psicologico, percorsi di educazione emotiva e di cittadinanza attiva, più tempo scuola. È su questi investimenti che dobbiamo concentrare le energie, perché una scuola che investe sul proprio futuro è la prima condizione per una società più sicura e coesa. Questo governo rincorre la sicurezza come se fosse una scorciatoia, perché quando si tratta di rispondere ai bisogni reali degli studenti, più risorse, più supporto psicologico, più educazione, si scopre sempre senza benzina.

Cosa propone il Pd per far sentire i giovani e gli insegnanti più sicuri e per garantire loro un ambiente sereno in cui studiare e lavorare?

La sicurezza non può essere ridotta a repressione o a risposte emergenziali dettate dalla paura. La sicurezza vera, soprattutto nei luoghi della formazione, nasce dalla qualità delle relazioni, dalla fiducia, dall’inclusione e dalla capacità delle istituzioni di costruire contesti educativi solidi e giusti nel tempo. Dai modelli e dal tipo di società che si propone.È da qui che partono le proposte del Partito Democratico per far sentire giovani e insegnanti più sicuri e per garantire un ambiente sereno in cui studiare e lavorare. Crediamo nei patti educativi di comunità, che coinvolgono scuole, enti locali, famiglie, associazioni e terzo settore, perché la sicurezza non è mai un fatto individuale ma un bene collettivo. Rafforzare queste alleanze significa prevenire il disagio, intercettare prima le fragilità e restituire alla scuola il suo ruolo centrale nel tessuto sociale. Questo favorirebbe anche più tempo scuola e scuole aperte anche nel pomeriggio o nei periodi estivi: spazi vivi, accoglienti, sicuri, in cui studiare, fare sport, cultura, musica, socialità. Ambienti di apprendimento migliori, curati e inclusivi, sono il primo antidoto alla marginalità e alla violenza.

In questo quadro è fondamentale la presenza dello sportello psicologico a scuola, per accompagnare studenti e docenti, sostenere il benessere emotivo e prevenire situazioni di disagio prima che esplodano. Serve un investimento deciso sul personale docente e scolastico: stabilità, formazione continua, valorizzazione professionale. Insegnanti riconosciuti e sostenuti lavorano meglio e contribuiscono a creare un clima educativo più sereno e autorevole, in cui le regole sono comprese e condivise, non imposte con la paura. La legalità, come ho più volte sottolineato, non si costruisce con l’inasprimento delle sanzioni ma con l’educazione, la cultura, l’esempio e la partecipazione democratica. Si costruisce dando ai giovani strumenti critici, opportunità e fiducia. È questa la sicurezza che vogliamo: una sicurezza che unisce, non che divide; che include, non che isola; che rende la scuola il primo presidio di cittadinanza, libertà e responsabilità condivisa.

1 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views