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Salario minimo, Gribaudo (Pd): “Destra non vuole governare ma comandare, la nostra battaglia continua”

“La loro idea di democrazia non è quella di governare ma di comandare”, attacca Chiara Gribaudo, deputata del Partito Democratico e vicepresidente della commissione Lavoro della Camera. Il luogo dove si è consumato “l’ennesimo strappo istituzionale” della destra, che ha emendato la proposta sul salario minimo delle opposizioni fino a trasformarla in una delega al governo. “Continueremo a batterci fino alla fine con tutti gli strumenti parlamentari a nostra disposizione – continua la parlamentare dem intervistata da Fanpage.it – la battaglia continua anche nel Paese”.
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A cura di Tommaso Coluzzi
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La battaglia sul salario minimo continua. Dopo la decisione della maggioranza di emendare il testo delle opposizioni, stravolgendolo e trasformandolo in una delega al governo con altri presupposti rispetto alla proposta originale, dal centrosinistra si è levato un coro unanime di sdegno. Chiara Gribaudo, deputata dem e vicepresidente della commissione Lavoro della Camera, dove si è consumato lo scontro dopo un anno di lavori, attacca la maggioranza in un'intervista a Fanpage.it e promette: non finisce qui.

Dopo mesi di rinvii, eterni ritorni in commissione, coinvolgimenti del Cnel e molto altro, come ha fatto il centrodestra a cancellare la proposta delle opposizioni del salario minimo?

La destra ha scelto di operare l’ennesimo strappo istituzionale pur di non assumersi la responsabilità politica di fronte al Paese di bocciare una proposta di legge di civiltà, che riguarda la vita di più di 3 milioni e mezzo di lavoratrici e lavoratori che non arrivano a fine mese, che ha visto il sostegno di più di 500mila persone che hanno firmato a supporto e che per di più piace a una buona fetta del loro stesso elettorato. Di fatto l’emendamento a prima firma di Rizzetto stravolge completamente il testo originale dando una delega per titoli al governo su una serie di materie, che in parte non riguardano nemmeno la questione salariale, svilendo il lavoro che la commissione Lavoro della Camera ha iniziato più di un anno fa. Trovo molto grave che si tenti di legiferare con un decreto legislativo la materia delicatissima della redistribuzione degli utili delle aziende e addirittura di reintrodurre le gabbie salariali che rischiano di condannare così il Sud e le aree interne a una perenne depressione economica.

Perché l’atteggiamento della maggioranza è particolarmente grave secondo voi?

Perché la questione salariale non è più rinviabile. Il salario minimo andrebbe incontro innanzitutto alle esigenze delle donne, perché aiuterebbe a ridurre il gender pay gap, e dei giovani che troppo spesso sono costretti a fuggire all’estero di fronte a salari da fame. Poi dobbiamo considerare che non ci sono precedenti storici in cui il presidente di una Commissione parlamentare, invece che tutelare il lungo lavoro della stessa, scelga di mettere la prima firma su un emendamento che sposta la discussione di una materia così rilevante dalle aule parlamentari alle stanze di un ministero. Buttano la palla in tribuna, come hanno fatto, con lo stesso iter, con la proposta di legge sul voto ai fuori sede, di cui ora non si parla più. Le grandi riforme che hanno avuto storicamente un effetto positivo in Italia sono state approvate con maggioranze larghe in Parlamento, a seguito di un ampio e anche aspro dibattito, coinvolgendo le parti sociali o la società civile. Questo perché, fin quando non stravolgono la Costituzione, il Parlamento resta l’unico organo eletto direttamente dai cittadini e una delle istituzioni più trasparenti, dove può essere conosciuta da tutti la posizione di un gruppo o di una maggioranza. Se avessero voluto affrontare il tema dei bassi salari sarebbe bastato presentare una proposta di legge della maggioranza.

Cosa farete la prossima settimana quando la proposta di legge sul salario minimo, emendata dal centrodestra, arriverà in Aula?

Presenteremo ovviamente gli emendamenti per provare a riportare il testo al suo impianto originale, ma diremo anche chiaramente al Paese che l’iter scelto dalla destra è sbagliato nel metodo e nel merito, perché la loro idea di democrazia non è quella di governare ma di comandare. Insomma, continueremo a batterci fino alla fine con tutti gli strumenti parlamentari a nostra disposizione. Devo dire che fin qui siamo sempre riusciti a respingere gli assalti della maggioranza e sono soddisfatta di come congiuntamente le opposizioni hanno condotto la battaglia parlamentare. Non credo potessimo fare più di così.

Qual è ora il prossimo passo? La battaglia sul salario minimo finisce qui?

Assolutamente no. La battaglia continua nel Paese, nelle piazze, nei luoghi di lavoro. Continueremo a denunciare quelle situazioni contrattuali che non garantiscano un salario dignitoso a lavoratrici e lavoratori e riproporremo il tema in Parlamento ogni qual volta sarà possibile. Dobbiamo continuare a costruire una grande alleanza con le forze sociali, politiche, civiche e con i cittadini che sostengono una norma di civiltà: fissare un salario minimo legale, sotto il quale non si può parlare di lavoro ma di sfruttamento.

Perché secondo lei, a livello puramente comunicativo, il centrodestra non apre al salario minimo ma nemmeno lo boccia in maniera palese? Il dibattito è stato tenuto abbastanza nascosto e le dichiarazioni di Meloni sono state sempre molto caute rispetto ad altri temi. Qual è la strategia?

Semplice, non parlarne sperando che l’incendio si spenga da solo. Ma è la realtà dei fatti che dimostra come il tema sia vivo nel Paese, perché tocca la quotidianità di 3 milioni e mezzo di persone e sancisce un fondamentale principio di dignità. La presidente del Consiglio, che pure aveva detto di volersi confrontare sul tema, ha poi preferito scaricare la responsabilità sul Cnel del suo amico Brunetta. Non può bocciare la proposta in maniera plateale perché le argomentazioni contrarie sono davvero poco solide, se pensiamo che 21 dei 27 paesi dell’Ue hanno fissato un salario minimo legale, che esiste persino negli Stati Uniti e che da quasi un decennio convive perfettamente con la contrattazione collettiva in Germania.

In tutto ciò, il governo però dice: mentre voi state facendo questa polemica sul salario minimo, noi tagliamo le tasse sul lavoro impiegando la metà dei fondi a disposizione in manovra

La destra cerca di distrarre l’opinione pubblica mischiando due strumenti che hanno finalità diverse: l’abbassamento delle tasse sul lavoro, che hanno iniziato i governi di centrosinistra, risponde all’esigenza di aumentare la competitività del Paese, che storicamente ha avuto una tassazione sul lavoro più alta che negli altri paesi dell’Unione. Su questo servirebbe fare un intervento strutturale, perché in verità Banca d’Italia ci dice che le buste paga di gennaio 2024 saranno identiche a quelle di novembre 2023 e che a dicembre dell’anno prossimo dovremo nuovamente trovare le risorse per rifinanziare il taglio. Il salario minimo è un intervento pensato invece per andare ad alzare i salari bassi ed evitare che ci siano sacche di sfruttamento. Sono due problemi diversi, due politiche diverse e non conflittuali tra loro. Il ragionamento è semplice: più i salari sono bassi meno incide il taglio del cuneo fiscale. Servono strumenti che tutelino i lavoratori portando quel salario a un livello che garantisca un'esistenza libera e dignitosa, com’è scritto nell’articolo 36 della Costituzione e ribadito da una recente sentenza della Cassazione.

Il salario minimo è stato, almeno a livello parlamentare, l’inizio di un percorso comune con le altre opposizioni di centrosinistra. Siamo all’inizio di una strada condivisa che porta a un campo largo o è stato un episodio?

Non amo molto l’espressione campo largo, ma con le altre forze di opposizione ci stiamo ritrovando su tanti temi: salario minimo, investimenti nella sanità, nella scuola pubblica, nella transizione economica e digitale. Sono i primi punti di un percorso comune per costruire una nuova alleanza progressista, che preferisco come termine perché mi da l’idea di forze politiche e sociali che si uniscono per il progresso della società, per le riforme che servono al Paese e per un avanzamento culturale. Credo ci sia un grande bisogno di un’alternativa a questa destra, come hanno dimostrato le piazze del Partito Democratico dell’11 novembre e le centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato in tutta Italia il 25 novembre, ma sta a noi dimostrare che siamo in grado di costruire un programma e un’alleanza credibile che sappia dare risposte coerenti e concrete. Se sapremo andare in questa direzione verremo premiati nuovamente dagli elettori.

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