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Roberto Saviano e la condanna per diffamazione: “Meloni voleva intimidirmi, la sentenza rafforza le mie convinzioni”

Roberto Saviano commenta la condanna per diffamazione ricevuta dal Tribunale per aver utilizzato un’espressione giudicata offensiva nei confronti di Giorgia Meloni: “Vi spiego perché questa sentenza è molto interessante e cosa significa in questo particolare momento”.
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A cura di Redazione
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In un video pubblicato su Fanpage.it, Roberto Saviano commenta la condanna a una multa di mille euro per diffamazione ai danni di Giorgia Meloni. Qui di seguito, vi riportiamo il testo integrale delle sue dichiarazioni spontanee in Tribunale.

Sono stato portato in quest’aula a rispondere circa le mie parole di dura critica a quella parte politica che ha fatto della persecuzione dei migranti e della sistematica diffusione della paura la sua principale vocazione.

Io sono qui, in quest’aula, mentre chi in questi anni ha, con protervia e violento cinismo, mentito, accusando la comandante Carola Rackete di aver aggredito finanzieri italiani, indicandola a bersaglio pubblico, definendola “complice di scafisti e trafficanti” e “zecca tedesca”, utilizzando un disgustoso frasario nazionalista, ancor più odioso per un ministro di una democrazia europea ed europeista, è stato schermato dal Senato, salvato dall’immunità parlamentare. Per non dire di Maurizio Gasparri che, il 18 gennaio 2015, commentò su Twitter la vicenda di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le due cooperanti italiane rapite il 31 luglio in Siria, in questo modo: “Sesso consenziente con i guerriglieri? E noi paghiamo!”, retwittando una fake news e contribuendo in questo modo a diffonderla. Ebbene, anche in quel caso – come in innumerevoli altri – la Giunta delle immunità parlamentari del Senato ritenne insindacabili le opinioni espresse dal senatore Gasparri. La maggioranza ha protetto, anche in questo caso, un comportamento dettato da bieco sessismo e irresponsabile diffusione di notizie false. Loro si proteggono con il più vile cameratismo da banda, svilendo una fondamentale prerogativa riconosciuta ai parlamentari, e invece costringono la magistratura a definire il limite entro cui è possibile criticare il potere, portandomi a giudizio. Ma davvero stiamo accettando tutto questo? Davvero stiamo accettando che il potere politico, che si scherma e si protegge per non rispondere mai delle proprie azioni e delle proprie parole, pretende poi che il potere giudiziario definisca il perimetro entro cui può muoversi la libertà di espressione? Può il potere politico difendersi non nel processo, ma dal processo e, allo stesso tempo, perseguire una strategia che è di intimidazione e di querela sistematica verso chiunque esprima dissenso? È così difficile notare la sproporzione tra chi ha il potere politico e chi ha solo le proprie parole? Negli anni mi sono trovato spesso a subire le conseguenze delle parole che ho pronunciato, anche quando ho stigmatizzato il ministro Minniti, seduto al tavolo per negoziare, con i trafficanti libici, la gestione delle frontiere del Mediterraneo. Sono abituato a pagare un prezzo per ogni mia esposizione pubblica, essendo consapevole che il vuoto politico attuale costringe gli intellettuali a farsi carico, moralmente e fisicamente, di dar voce a chi non ha nessuna possibilità di pronunciarsi.

È importante che questo Tribunale sappia che la mia scelta di critica radicale è stata fatta in piena consapevolezza, dinanzi all’orrore quotidiano delle bugie sistematicamente ripetute su persone innocenti. Togliere dignità, cassare lo spessore della tragedia ha significato negli anni permettere di considerare gli annegamenti e le stragi in mare come accadimenti ordinari, inevitabili alla stregua di quei fenomeni naturali verso cui nessuno deve porsi in rapporto di responsabilità. Peggio: a volte si è avuta la netta sensazione che le tragedie in mare, seppure non volute, fossero per certi versi “politicamente” accettate. Aver consentito che il Mediterraneo diventasse una forra di morte, mi ha fatto scegliere di considerare crudeltà umana e non scelta politica le dichiarazioni di chi auspicava, come Giorgia Meloni, l’affondamento di imbarcazioni che salvano vite umane; di chi ha scelto, come Giorgia Meloni, quale strategia politica quella di terrorizzare una intera popolazione, parlando di invasione laddove né i numeri italiani – tra i più bassi d’Occidente – né quelli europei lasciassero intendere nulla del genere. L’aver criminalizzato chi salva vite in mare si ascrive alla crudeltà non al concreto tentativo di affrontare e risolvere una urgenza politica. Rivendico quindi la legittimità della mia critica perché, quanto più forte è il crimine di cui il potere si macchia mentendo, tanto più forte sarà la critica che gli verrà mossa da chi non può tollerare tale menzogna. Quando un giorno si analizzerà ciò che è accaduto in questi anni e ci si chiederà come sia stato possibile lasciare annegare migliaia di persone nel Mediterraneo e tacciare la disperazione per invasione, il mio nome non sarà sommato al gran numero dei complici. Come ha raccontato Brecht: “Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri ma: perché i loro poeti hanno taciuto?”

Ritengo il comportamento della Premier Giorgia Meloni una intimidazione, ma nella mia vita sono abituato a queste pressioni. Solo poche settimane fa, ed è una vicenda che si pone in continuità con questo processo, quindi non sembri lontana, è stata cancellata dai palinsesti Rai una mia trasmissione televisiva, Insider, già registrata e già anche presentata. Perché chiudere una trasmissione sulle mafie? Lo scopo? Impedire alla mia voce di esistere, per poter dare in pasto al proprio elettorato di riferimento, in totale assenza di obiettivi politici realizzati, una sola misera ricompensa: mostrare che la voce dell’oppositore politico è stata colpita ed eliminata.

È una strategia che sta avvenendo da anni anche in Ungheria, dove governa ViKtor Orbán, pubblicamente riconosciuto da Giorgia Meloni come suo riferimento. Ebbene, in Ungheria, Orbán sceglie alcune voci da isolare, perseguitare e a cui rendere la vita impossibile. Solo alcuni oppositori, non tutti. La gran parte delle critiche, Orbán le ignora, scegliendo solo coloro la cui voce e la cui attività superano la soglia dell’indifferenza e del silenzio. Colpisce alcuni perché tutti gli altri intendano. È esattamente quello che sta accadendo anche nel nostro paese, dove si tace, si tergiversa, si dissimula per avere la propria carriera tutelata e la propria serenità risparmiata, mentre chi si espone paga. Lo sentiamo il silenzio di quasi tutti gli intellettuali, di quasi tutti gli organi di informazione spaventati dal ricevere sabotaggi, pressioni, guai. Ci sono riusciti ad intimidire tutti. Quasi tutti. Io sono qui. E oggi senza Michela Murgia che, dall’inizio di questo calvario, mi è sempre stata accanto senza paura, senza risparmiarsi, con la consapevolezza che esserci fa la differenza.

Quando, il 24 maggio 2021, sono stati condannati il boss del clan dei casalesi Francesco Bidognetti e il suo avvocato Michele Santonastaso, per le minacce mafiose pronunciate proprio in un’aula di Tribunale nei miei confronti, nei confronti della giornalista Rosaria Capacchione e dei magistrati Raffaele Cantone e Federico Cafiero De Raho, non c’è stato da parte di chi mi ha portato a giudizio in quest’Aula alcun atto di vicinanza e solidarietà. Questo dimostra come non stiamo parlando di persone consapevoli del loro ruolo nella nostra società, ma di politici unicamente concentrati sulle proprie convenienze elettorali e propagandistiche, troppo spesso distanti da quello che dovrebbe essere il loro unico dovere: difendere la Democrazia. Ma Democrazia è anche e soprattutto poter esercitare il proprio diritto al dissenso. Impedire il dissenso, impedirlo anche quando si esprime in forma radicale, significa colpire a morte il cuore pulsante della Democrazia. Più grande è l’orrore delle menzogne pronunciate, più grande deve essere l’allarme, la critica, il grido di dissenso.

In conclusione, pur nell’assurdità di essere portato in giudizio dalla Presidente del Consiglio per averla criticata, non c’è onore più grande che può essere dato a uno scrittore che vedere le proprie parole mettere paura a un potere tanto menzognero. Una paura così grande hanno fatto le mie parole da chiedere a un Tribunale di punirmi per averle pronunciate. Mi faccio coraggio, in queste ore, riprendendo le parole che Filippo Turati, per me da sempre riferimento e fonte di ispirazione, scrisse alla sua compagna Anna Kuliscioff dopo il discorso che Mussolini tenne alle camere per intimidire i magistrati, all’indomani dell’omicidio Matteotti: “Se vivremo tanto da vedere le nuove aurore, – scrisse Turati – forse ci compiaceremo con noi stessi della battaglia combattuta col solo rimanere in pieni nella resa generale”.

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