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Rinnovare le accise come fa il governo Meloni è uno spreco di soldi: l’analisi ISPI sulla crisi energetica

Mentre il governo guidato da Giorgia Meloni rinnova il taglio delle accise per contenere i rincari, la crisi energetica globale entra in una fase sempre più instabile. Secondo Matteo Villa, in uno scenario di scarsità dell’offerta, misure generalizzate come questa rischiano di pesare sui conti pubblici, favorendo spesso le fasce più ricche, senza incidere davvero sui prezzi.
Intervista a Matteo Villa
Direttore del PolicyLab dell'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI)
A cura di Francesca Moriero
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(David McNew/Getty Images)
(David McNew/Getty Images)

Nel pieno di una nuova fase di tensione energetica globale, con lo Stretto di Hormuz tornato a essere un punto critico per gli equilibri dell'offerta mondiale, Giorgia Meloni sceglie ancora una volta la strada del taglio delle accise per contenere l'aumento dei prezzi. Una misura immediata e politicamente comprensibile, che, in un contesto segnato da una crisi di offerta e non di domanda, rischia però di rivelarsi inefficace se non controproducente. Mentre i mercati restano altamente instabili e il costo reale dell'energia continua a salire, sostenere artificialmente i consumi può infatti finire per alimentare ulteriormente la pressione sui prezzi, con un impatto significativo sui conti pubblici.

È in questo quadro che Fanpage.it ne ha parlato con Matteo Villa, Direttore del PolicyLab dell'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), per capire quali sono i rischi reali di questa strategia e quali alternative possano essere messe in campo.

Partiamo dal contesto. Nell'ultima settimana abbiamo visto una sequenza molto confusa: ultimatum di Donald Trump, minacce militari, poi una fragilissima tregua di due settimane e una riapertura solo parziale dello Stretto di Hormuz, subito seguita da nuove tensioni. Dal punto di vista energetico, cosa sta succedendo? Hormuz è tornato operativo oppure resta di fatto un collo di bottiglia sotto controllo iraniano? E ora, con l'annuncio di un ulteriore "blocco" da parte americana?

Sono passati ormai sette giorni dall'inizio del cessate il fuoco, ma in questa settimana Hormuz è rimasto quasi sigillato. Basta pensare che prima della crisi dallo stretto transitavano 130-140 navi al giorno, mentre nell'ultima settimana ne sono passate 8 al giorno. Insomma, lo stretto è rimasto di fatto chiuso. Anche per questo l'annuncio americano di una "chiusura" al transito delle navi iraniane va letto come un tentativo di massima pressione su Teheran, che dallo stretto dipende non solo per esportare petrolio ma anche per importare cibo. Nel frattempo, però, rimuovendo dal mercato anche i circa 2 milioni di barili al giorno che l'Iran ancora esportava, si mette ulteriore pressione sui mercati energetici globali.

Se l'Iran sta di fatto monetizzando il controllo su Hormuz, siamo davanti a un cambiamento temporaneo o a un nuovo equilibrio destinato a durare?

Non so se l'Iran riuscirà a imporre all'infinito la logica del "casello", cioè che quel tratto di mare internazionale diventi un passaggio a pagamento. Ma, francamente, sarebbe l'ultimo dei problemi. A oggi Teheran chiede il pagamento di circa 1 dollaro al barile: una cifra minima rispetto ai 100 dollari al barile e oltre che è il valore del petrolio che oggi rimane intrappolato nel Golfo, e che immagino in molti saremmo disposti a pagare purché si allenti la crisi energetica globale.

In questa fase sembrano convivere due logiche opposte: da un lato la convinzione che la pressione economica possa spingere l'Iran a trattare, dall'altro l'idea che Teheran sia disposta anche a sostenere perdite rilevanti pur di mantenere alta la tensione sui mercati energetici. Se questo è il quadro, è possibile che la leva del blocco o del controllo di Hormuz non produca gli effetti attesi su cui contano gli Stati Uniti? E quali conseguenze avrebbe un braccio di ferro prolungato sull'economia globale?

Sull'Iran, la logica degli Stati Uniti è proprio quella di fare pressione massima per indurre Teheran a capitolare, più che negoziare alla pari. Una logica che però nel breve periodo è rischiosissima. Perché è vero che con lo stretto chiuso l'Iran potrebbe trovarsi in grave crisi finanziaria e alimentare entro pochi mesi, ma una crisi simile (e forse ancora più rapida) colpirebbe anche diversi paesi del Golfo, dal Qatar agli Emirati Arabi Uniti, dal Kuwait al Bahrain. Nel frattempo, la crisi energetica globale peserebbe sempre più su tutti, Stati Uniti inclusi: basti pensare che il prezzo alla pompa della benzina negli USA è già salito molto, e quello del diesel è ormai vicino ai massimi raggiunti durante la presidenza Biden. Insomma, in questa corsa a chi cede per primo, non è affatto scontato che a farlo sia Teheran.

Tu hai detto più volte che questa crisi può essere più grave di quella del 1973. Se allora bastò togliere una piccola quota di petrolio dal mercato per mandare l'economia globale in crisi, oggi con uno shock molto più grande cosa rischiamo concretamente nei prossimi mesi?

La crisi del 1973 rimosse circa il 5% dell'offerta mondiale di petrolio per cinque mesi. Quella di oggi ne rimuove circa il 10%, ovvero il doppio, e siamo già arrivati a un mese e mezzo. Dunque basta fare due conti: se si arrivasse a queste stesse condizioni a metà maggio, la crisi odierna sarebbe comparabile a quella degli anni Settanta, e le conseguenze sarebbero comparabili: crollo della crescita e forte aumento dell'inflazione. D'altronde già adesso vediamo i primi paesi introdurre razionamenti, soprattutto in Asia. E nel giro di poche settimane la crisi vera e proprio arriverà anche in Europa.

Insisti anche su un punto: questa è una crisi di offerta. Perché è così importante capirlo per le politiche economiche che i governi stanno adottando?

Perché tutti i governi dei paesi "ricchi", cioè quelli che possono permettersi di spendere di più, davanti all'aumento dei prezzi sono tentati di mandare un messaggio semplice al proprio elettorato: "siamo capaci di abbassare il prezzo". Ma in una crisi di offerta questo è un errore: non si può creare dal nulla il bene che manca, in questo caso benzina e diesel. Se si usano soldi pubblici per sostenere i consumi, domani quel bene sarà ancora più scarso e i prezzi torneranno a salire. Annullando l'effetto e rendendo l'intervento controproducente, perché lo Stato perde risorse che arrivano dalle tasse di tutti. Si dovrebbe invece intervenire in modo selettivo: aiutare le famiglie più vulnerabili, non tutti. E senza toccare direttamente il prezzo del bene scarso, ma trasferendo risorse che entrino direttamente nel portafoglio delle famiglie, lasciando a loro la scelta su come spenderle.

In queste settimane i prezzi hanno reagito in modo molto violento: prima picchi sopra i 110 dollari, poi crolli improvvisi dopo l'annuncio della tregua, poi di nuovo instabilità. Quanto contano gli eventi reali e quanto invece le aspettative e la percezione di rischio sui mercati?

Le aspettative contano moltissimo. C'è innanzitutto una forte dissociazione tra il prezzo del petrolio che leggiamo online, quello dei future (oggi intorno ai 102 dollari al barile), e il costo reale per consegne immediate, ormai vicino ai 150 dollari al barile. A questo si aggiunge il fatto che i prezzi seguono quasi alla lettera gli annunci di Trump, tra escalation e momenti di distensione. Insomma, c'è enorme volatilità. E i prezzi dei future segnalano poco più di questo: stiamo vivendo una crisi energetica di vasta portata, ancora difficile da quantificare perché non ne conosciamo la durata. Paradossalmente ci siamo finiti dentro proprio mentre il mondo, fino a una settimana prima, era sempre più "inondato" da petrolio e gas e i prezzi erano in calo.

In Italia il segnale più evidente è il diesel, che sta correndo molto più della benzina e che pesa direttamente su trasporti, agricoltura e prezzi al consumo. Perché proprio il gasolio è così esposto in una crisi come questa e quanto può trascinare l’intera economia?

Per ottenere diesel servono proprio i tipi di greggio che oggi non riescono a uscire dal Golfo, cioè quelli "medi" e "pesanti". Persino il greggio che esce dall’oleodotto saudita East-West, che bypassa Hormuz, è in gran parte troppo "leggero" per produrre diesel con buona efficienza. In più, l'Europa ha sanzionato il petrolio russo, che era un buon sostituto di quello del Golfo, e così è diventata ancora più dipendente da quei flussi. Intendiamoci, non è un problema solo europeo ma mondiale: è a livello globale che c’è troppo poco diesel rispetto alla domanda, e per questo i prezzi crescono ovunque più del greggio. Ed è una pessima notizia, perché il diesel serve non solo per le auto, ma per trasportare merci via nave e su gomma. È il carburante dell'economia reale.

Quanto pesa, in questo quadro, la competizione tra Paesi europei per accaparrarsi il gas disponibile? Rischiamo una dinamica "ognuno per sé"?

Un po' sì, ma non troppo. A meno di derive nazionalistiche, che finora non si sono viste, il mercato del gas resta in larga parte europeo. Questo significa che una molecola di gas che arriva in Italia contribuisce ad abbassare i prezzi anche in Germania, e viceversa. L'importante è che il gas arrivi! Il rischio maggiore oggi è un altro: che il nostro potere d'acquisto sottragga cargo di GNL ad altri paesi che non si possono permettere di comprarlo. Questo vuol dire che in Europa la crisi potrebbe restare soprattutto di prezzo, mentre altrove diventerebbe una crisi di disponibilità fisica.

L'Unione europea ha chiesto esplicitamente di ridurre i consumi di carburante, mentre il governo di Giorgia Meloni sta prorogando il taglio delle accise. Ci hai spiegato che in una crisi di offerta globale, abbassare i prezzi non rischia di aumentare la domanda e quindi rendere la crisi ancora più pesante… chi paga davvero il costo di queste politiche?

Esatto, lo dicevamo poco fa. Ed è una tentazione per tutti: lo stesso taglio delle accise è stato annunciato oggi anche dal governo Merz in Germania. Il risultato è che una parte rilevante di queste risorse finisce per sostenere la domanda globale e quindi i prezzi, trasferendo di fatto ricchezza fuori dai paesi importatori e verso i paesi esportatori di petrolio e gas. In più si tratta di interventi "a pioggia": favoriscono di più chi consuma di più, cioè spesso le fasce più ricche. Nel 2022, il taglio delle accise è costato circa 9 miliardi di euro, e due terzi del beneficio è andato alla metà più ricca della popolazione. Alla fine, a pagare sono le famiglie più vulnerabili, che sono proprio quelle che andrebbero protette per prime.

Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, appena pochi giorni fa, ha parlato apertamente del rischio di recessione. Se la situazione su Hormuz dovesse restare instabile, secondo te qual è lo scenario più realistico per l'Italia e per l'Europa?

Per un paese a bassa crescita e alto debito pubblico come l'Italia, il rischio più concreto è quello peggiore: la stagflazione, ovvero una recessione economica mentre i prezzi accelerano. In questo scenario le banche centrali sono bloccate: alzare i tassi frena ulteriormente la crescita, abbassarli rischia di alimentare l’inflazione. Come nel 1973, sarebbe una fase di fortissima incertezza economica. Con una differenza: arriverebbe proprio mentre le economie europee stavano uscendo dalla crisi energetica del 2022-2023. Uno scenario poco confortante, che solo una piena riapertura di Hormuz potrebbe davvero evitare.

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