Referendum Giustizia 2026, il quesito spiegato: guida al voto del 22 e 23 marzo

Manca poco al voto sul Referendum sulla giustizia 2026: si vota domenica 22 e lunedì 23 marzo per la riforma sulla giustizia. I cittadini sono chiamati a esprimersi su un referendum confermativo: è possibile votare Sì, se si è a favore, No se si è contrari. Per questo tipo di consultazione referendaria non è previsto un quorum: ciò significa che il risultato sarà valido a prescindere dall'affluenza alle urne. Tra le principali novità introdotte dalla riforma, qualora passasse il Sì, ci sono: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, l'istituzione di due Consigli superiori della magistratura e la creazione di un'Alta Corte disciplinare. In questo articolo proviamo a spiegare in maniera semplice il testo del quesito referendario e cosa prevede la riforma.
Il testo del quesito al Referendum sulla Giustizia 2026: la spiegazione semplice
Nella scheda elettorale, di colore verde, è riportato il quesito referendario e sotto, le due opzioni di voto. Il testo recita: "Approvate il testo della legge di revisione degli art. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo "Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare"?"
Il quesito fa riferimento alla riforma della giustizia varata dal governo Meloni. Si tratta di una legge di revisione costituzionale, che modifica e introduce alcune novità nell'ordinamento giudiziario. In particolare, la riforma interviene su norme che riguardano la magistratura, ovvero gli articoli 87, 102 104, 105, 106 e 110 della Costituzione. Gli elettori potranno decidere di sbarrare con una X il Sì se intendono approvare la riforma oppure il No se vogliono bocciarla.
Ecco il fac simile della scheda:

Separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri
Il punto principale della riforma è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. I magistrati oggi possono essere sia pubblici ministeri, ovvero coloro che conducono le indagini (la cosiddetta magistratura requirente), sia giudici nei tribunali (la magistratura giudicante). Oggi per legge un un giudice può scegliere di diventare pm e viceversa, un pm può scegliere di diventare giudice. Ma è permesso un solo cambio di carriera e nei primi dieci anni di attività professionale. La riforma vuole eliminare questa possibilità e separare definitivamente le carriere di giudici e pm. Quindi all'inizio della carriera il magistrato dovrebbe decidere quale percorso seguire e non potrebbe più cambiarlo.
I due consigli superiori della magistratura distinti
La riforma divide il Consiglio superiore della magistratura, l’organo di governo dei magistrati, in due organismi: uno per i pm e uno per i giudici. Ognuno si occuperebbe delle questioni relative alla propria categoria. Entrambi sarebbero presieduti dal presidente della Repubblica, come già avviene oggi per il Csm e ne farebbero parte anche il primo presidente e il procuratore generale della Corte di Cassazione. Tutti gli altri membri invece sarebbero estratti a sorte. Oggi il Csm viene eletto, per due terzi dai magistrati, per un terzo dal Parlamento. La riforma invece elimina l'elezione e introduce il meccanismo del sorteggio: i membri togati (i due terzi) verranno sorteggiati; i laici (un terzo) invece, verranno pescati da una lista di professori ordinari di università in materie giuridiche e di avvocati con almeno quindici anni di esercizio stilata dal Parlamento.
La nuova Alta Corte disciplinare
La riforma introduce un'Alta corte disciplinare. Un nuovo organo che si occuperebbe dei casi di violazioni delle norme disciplinari da parte dei magistrati. La funzione disciplinare oggi appartiene al Csm ma se la riforma passasse gli verrebbe sottratta. L’Alta corte è composta da quindici componenti: sei estratti tra i giudici (che rispettino alcuni requisiti) e tre tra i pm, tre estratti da un elenco stilato dal Parlamento, e gli ultimi tre scelti dal presidente della Repubblica. Il presidente invece viene scelto o tra le persone nominate dal capo dello Stato, o tra quelle di nomina parlamentare.
Cos'è un referendum costituzionale e cosa significa votare Sì o No
Quello del 22 e 23 marzo sarà un referendum confermativo, cioè una consultazione in cui si decide se bocciare o meno una legge di riforma costituzionale, già approvata dal Parlamento ma senza la maggioranza di due terzi. Le leggi che modificano la Costituzione, infatti, hanno un iter di approvazione molto lungo di quelle ordinarie. Sia Senato che Camera devono approvarle non una, ma due volte, con un intervallo di almeno tre mesi da una votazione all’altra. Se nell’ultima votazione, in entrambe le Camere, non si raggiunge la maggioranza di due terzi dei componenti allora si va a referendum. Possono chiederlo un quinto dei membri di una camera, 500mila elettori o 5 consigli regionali.
Perché non ci sarà il quorum al Referendum sulla Giustizia il 22 e 23 marzo
Questo è un referendum di tipo confermativo e non è previsto un quorum, ovvero non è richiesta una soglia minima (il 50%+1) di partecipanti al voto. A differenza di quello abrogativo, come quelli su cittadinanza e lavoro dello scorso giugno, il risultato – che vinca il sì o il no – sarà comunque valido a prescindere da quante persone saranno andate a votare. L’opzione che prende più voti passa.