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Opinioni
10 Ottobre 2021
16:17

Quello che proprio non ha capito chi protesta contro il green pass obbligatorio

Le immagini delle proteste dei no green pass e le speculazioni della politica rischiano di distogliere l’attenzione dalle questioni principali: a cosa mira la strategia del governo Draghi? Cosa dobbiamo aspettarci dopo l’imposizione del green pass sui luoghi di lavoro? Quali sono le evidenze scientifiche cui si fa riferimento? C’è spazio per il controllo democratico anche quando si tratta di norme che riguardano il preminente diritto alla salute dei cittadini?
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Non è semplice allontanare la paura di tornare nuovamente al punto di partenza, dopo mesi di sacrifici e rinunce. L'incubo è sempre lo stesso, una replica di un film già visto: la lenta ma costante crescita dei contagi, determinata stavolta dalla dominanza della variante Delta, l'aumento della pressione sugli ospedali, il conto dei morti che cresce e le restrizioni alla mobilità e alla socialità che diventano inevitabili. Non è questo il futuro che avremmo mai scelto, non è questa la vita che avremmo sperato di vivere nell'ottobre del 2021, non è questo ciò che immaginavamo solo pochi mesi fa, quando l'incredibile conquista dei vaccini ci era stata presentata come la via d'uscita all'incubo della Covid-19. Ma è questa la realtà con cui dobbiamo fare i conti, negarlo aggrava solo le cose.

È solo in questo contesto che possiamo leggere e valutare le scelte del governo in tema di contrasto all’epidemia, in particolare per quel che concerne l’allargamento del green pass, tema centrale in questi ultimi giorni. Sono tre i livelli sui quali bisognerebbe impostare la discussione: le evidenze scientifiche sugli strumenti da utilizzare per la gestione della crisi pandemica, le valutazioni di carattere politico (che possono essere influenzate da altri e diversi fattori), il necessario controllo democratico sulla legittimità degli strumenti utilizzati. Qualunque analisi che non tenesse conto di tale complessità sarebbe per forza di cose parziale, imprecisa o peggio ancora tendenziosa. Ed è esattamente ciò che sta avvenendo in queste settimane in un dibattito pubblico polarizzato intorno a posizioni che mostrano il fianco a critiche anche piuttosto banali.

È indiscutibile che non vi siano evidenze scientifiche tali da sole di giustificare l'imposizione del green pass per l’accesso ai luoghi di lavoro, sia perché non vi sono studi definitivi, sia perché quella italiana è una strategia nuova. La misura, dunque, è frutto di una scelta che è prima di tutto politica. In molti concordano sul fatto che l’allargamento dell’utilizzo del green pass sia stato utilizzato dal governo come surrogato dell’obbligo vaccinale, non potendo (volendo?) percorrere fino in fondo una strada che presenta problematiche di enorme complessità. Ma questa è una risposta solo parziale, che non può esaurire i dubbi sulla legittimità e sull'efficacia di una misura così invasiva. Che sulla campagna vaccinale sta avendo un effetto minore di quello auspicato, oltretutto.

Il green pass ha senso solo nell’ambito di un approccio integrato alla gestione di questa fase dell’epidemia, la cui durata non è ancora chiarissima. Nella visione del governo, la certificazione è uno strumento che presenta diversi vantaggi e possibilità: l’indiretto incentivo alla vaccinazione, il contenimento della curva dei contagi (tramite la riduzione dei contatti fra persone a rischio e, appunto, l'auspicato aumento dei vaccinati), la riduzione del rischio legato alle riaperture, la garanzia di poter programmare il ritorno in presenza di tutte le attività bloccate o limitate. Peraltro, disciplinare l’accesso ai luoghi in cui vi è maggiore rischio di contagio, utilizzando un certificato che comprovi la vaccinazione o lo stato di “non infetto”, è una misura di garanzia e tutela per i soggetti maggiormente esposti al rischio, tra cui figura chi ha scelto di non vaccinarsi. Chi nelle piazze urla all'abuso o alla dittatura, lo fa contro un provvedimento che lo tutela, forse gli salva la vita.

Anche per questo, dopo mesi in cui si è ignorata la pericolosità dei luoghi di lavoro come centri di diffusione dei contagi (lunga esposizione, areazione problematica, mancato rispetto delle distanze e pochi controlli nell’uso dei DPI), è arrivata l’estensione dell’obbligo del green pass a tutti i lavoratori. Un modello pensato per tenere insieme spinte non sempre coincidenti, ovvero le richieste dei settori produttivi e la riduzione del rischio per i lavoratori: un bilanciamento cinico, inutile nasconderlo, che la maggioranza ha ritenuto necessario per continuare sulla linea dell'equilibrio fra "salute ed economia" che ha guidato l'intera gestione della pandemia (e che qui non abbiamo mancato di criticare).

È singolare, a parere di chi scrive, che il dibattito critico non si sia concentrato su questo punto, ovvero la tutela della salute dei lavoratori e la riduzione del rischio sacrificate in nome degli interessi economici, quanto più sul bilanciamento di diritti e doveri, in definitiva su quanto il green pass obbligatorio sul luogo di lavoro fosse un attacco alla libertà individuale dei singoli. Non ci si è preoccupati di discutere sul senso di un provvedimento che sembra esonerare le aziende dal miglioramento delle condizioni di lavoro (adeguamento funzionale delle strutture, miglioramento dei sistemi di areazione, implementazione del welfare aziendale, ricorso maggiore a smart working e forme di organizzazione flessibile), mentre ci si è accapigliati nella difesa di scelte individuali, spesso senza alcuna base scientifica o razionale. Dimenticandosi probabilmente che la tutela della salute e dell’incolumità pubblica, garantita dalla Costituzione, rappresenta ragione più che sufficiente alla compressione temporanea e giustificata di un diritto individuale. Peraltro, nella forma impostata dal decreto di cui si discute (che pure presenta diversi problemi), la compressione dei diritti si riduce all’accettare una misura diagnostica, il tampone, se proprio non si ritiene opportuno ricorrere a uno strumento di comprovata efficacia e sicurezza come il vaccino. Non esattamente una roba per cui fare le barricate o peggio ancora assaltare le sedi di un sindacato (che pure aveva provato a impostare una riflessione critica sul senso del provvedimento).

Il green pass obbligatorio è un utile compromesso, non è la soluzione

Dall'altro lato, l'errore è nel considerare il green pass come la panacea di tutti i mali, l’elemento risolutore della crisi pandemica in grado di garantire il ritorno alla normalità in tempi brevi. Non è così, non solo per i limiti dello strumento in se, ma anche in considerazione delle caratteristiche intrinseche di tale fase pandemica. Le incognite legate alla trasmissione del virus, infatti, dovrebbero obbligarci a conservare le pratiche e le precauzioni che abbiamo imparato a conoscere in questi mesi. La Delta ha archiviato la possibilità del raggiungimento dell’immunità di gregge o di comunità, mettendo in crisi il teorema (già debole di suo) secondo cui i vaccini rappresentassero da soli la via d’uscita dall’incubo. Considerando anche la diminuzione nel tempo dell’efficacia dei vaccini (in attesa di capire se la terza dose toccherà a tutti), l’arrivo dei mesi invernali e gli effetti della riapertura delle scuole, siamo al punto in cui rende ancora necessario continuare a tenere alto il livello di guardia, mantenendo quelle pratiche e quei comportamenti che possono aiutare a ridurre il livello di trasmissione del virus.

In buona sostanza, non solo bisogna riuscire a convincere le persone ancora non vaccinate, ma è necessario che i vaccinati continuino a rispettare le prassi per il contenimento dell’infezione. Sul primo punto, il green pass può aiutare, come incentivo alla vaccinazione. Ma sul secondo rischia di essere quasi un problema, soprattutto se utilizzato come lasciapassare per cancellare le norme sul distanziamento o per legittimare il “ritorno alla normalità”: messaggio pericoloso, specie per come potrebbe essere recepito dall'opinione pubblica. La cancellazione dello smart working nella pubblica amministrazione è un esempio: aumentare la concentrazione di persone nei luoghi di lavoro, sui mezzi di trasporto e nei locali pubblici, anche se "con green pass" resta un rischio, calcolato finché si vuole, ma sempre traducibile con l'aumento dei contagi. A ciò va aggiunta la riapertura delle scuole: i dati che arrivano dal Regno Unito sono preoccupanti e nulla si è fatto per intervenire sui problemi endemici delle strutture italiane (classi sovraffollate, zero sistemi di areazione, incapacità di garantire una didattica a distanza decente), anzi ora si ipotizza di cambiare le norme sulla quarantena in senso estensivo.

Continua a sfuggirci un punto essenziale: dobbiamo tenere basso il livello di circolazione del virus costi quel che costi; un modello che preveda "vaccinazioni per chi vuole" senza curarsi di cosa accade tra i non vaccinati è un modello destinato a determinare migliaia di morti e ad avere ripercussioni sugli stessi vaccinati (oltre a esporci al rischio di insorgenza di nuove varianti). Il green pass può aiutare a gestire una fase di transizione, non dà però garanzie sull'abbattimento della trasmissione e non può essere il lasciapassare per il ritorno alla normalità. Figurarsi se modificato / annacquato da ulteriori mediazioni politiche che non tengono conto in alcun modo di riscontri scientifici (il prolungamento della certificazione da tampone oltre un limite di tempo ragionevole ne è solo un esempio).

C'è un ultimo punto da affrontare, non meno rilevante, ed è quello della legittimità di una simile iniziativa del governo e del necessario controllo democratico sulle determinazioni della politica. Se non sembrano esserci molti dubbi sul fatto che le norme sul green pass obbligatorio siano compatibili con i principi costituzionali e con quelli del diritto dell’Unione europea, allo stesso tempo giova ricordare che la logica dell’emergenza non dovrebbe in alcun caso consentire ai governi di derogare a prassi consolidate e principi base del processo democratico. E in questi ultimi mesi abbiamo assistito a forzature, ritardi, errori e omissioni non sempre giustificabili con lo stato di necessità. Tornare in fretta alla normalità, almeno su questo piano, si può e si deve.

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A Fanpage.it fin dagli inizi, sono vicedirettore e caporedattore area politica nella redazione romana. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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