L’Italia “va meglio della media” secondo il ministro dell’Economia e finanze Pier Carlo Padoan, che pure ammette, e non potrebbe fare altrimenti, che la ripresa in atto è legata a “motivi globali” (ossia ciclici, dunque non strutturali, ndr). Sarà, ma mentre l’ottimismo è d’obbligo per qualsiasi uomo di governo a guardare i dati Istat sulla crescita, drammatica, della povertà in Italia viene da chiedersi se realmente vi siano prospettive meno che grigie per una fetta sempre più consistente di italiani. A fine 2015 (ultimo dato disponibile) l’Istat stima che le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta fossero pari a 1 milione e 582 mila (il 6,1% del totale) per un totale di 4 milioni e 598 mila residenti (7,6% del totale), il numero più alto dell’ultimo decennio.

Povertà in crescita tra famiglie con 4 o più componenti

L’incidenza della povertà a livello di numero di famiglie nell’ultimo triennio è rimasto pressoché stabile, nota l’Istat, mentre è salita l’incidenza in termini di residenti a causa della caduta in situazione di povertà assoluta di un numero sempre più elevato di famiglie con 4 o più componenti, rappresentate da coppie con 2 figli (la percentuale di poveri assoluti è passata nell’ultimo triennio dal 5,9% all’8,6%) e da famiglie con soli stranieri (dal 23,4% al 28,3%, a conferma che purtroppo quella verso l’Italia resta una emigrazione “povera”, ndr). Si noti che la povertà in Italia non guarda in faccia alle aree geografiche o all’urbanizzazione, mentre sembra colpire particolarmente i giovani.

La povertà cresce anche al Nord e nelle grandi città

L’istat segnala infatti un aumento della povertà assoluta anche al Nord sia in termini di famiglie (da 4,2% del 2014 al 5,0%) sia di persone (da 5,7% a 6,7%) anche in questo caso per l’ampliarsi del fenomeno tra le famiglie di soli stranieri (da 24,0% a 32,1%), ma anche tra le famiglie che risiedono in aree metropolitane (si passa da 5,3% del 2014 a 7,2%) e tra quelle composte da persone tra i 45 e i 54 anni di età (da 6,0% a 7,5%). In compenso l’incidenza di povertà assoluta tocca un minimo del 3,8% tra le famiglie con persona di riferimento ultrasessantaquattrenne e cala all’aumentare del titolo di studio del capofamiglia (se è almeno diplomato l’incidenza è poco più di un terzo di quella rilevata per chi ha al massimo la licenza elementare).

Dal 2006 il Pil è calato di un quarto, i poveri triplicati

Se però si allarga lo sguardo, come ha fatto l’agenzia Bloomberg, e si guarda a cosa è successo dal 2006 ad oggi, dunque comprendendo la crisi 2008-2013 che ha tagliato di un quarto il valore del Prodotto interno lordo italiano e più che raddoppiato la disoccupazione (dal 5,7% di fine 2007 ad un picco del 13% nel 2014, mentre ora siamo all’11,3%), la fotografia è ancora più drammatica. Il numero di poveri era infatti pari a solo 1,7 milioni a fine 2006, ossia un terzo dei dati riferiti a fine 2015, poveri che sono in gran parte giovani visto che il 10% degli italiani tra 18 e 34 anni è tuttora al di sotto della linea di povertà, più del doppio rispetto all’incidenza per gli ultrasessantaquattrenni.

L’Italia non è un paese per giovani

L’Italia si conferma dunque non essere un paese per giovani e a questo punto è ipocrita continuare a chiedersi come mai da decenni il “bel paese” presenti uno dei più bassi livelli di fertilità d’Europa (1,35 figli per donna contro gli 1,58 figli del dato medio della Ue-28 a fine 2015, ultimo dato disponibile): fare figli non garantisce più un aumento del reddito familiare e, quindi, una sorta di previdenza “integrativa” per il capofamiglia e il suo coniuge, bensì un lusso che sempre meno famiglie possono permettersi, a fronte di una persistente incertezza circa la capacità di trovare un lavoro e un reddito adeguato per i propri figli.

Reddito di inclusione pronto al debutto

Viene dunque da chiedersi se la nuova misura anti povertà, il reddito di inclusione (Rei) approvato dal Parlamento e che scatterà dal prossimo primo gennaio per famiglie con un Isee non superiore ai 6 mila euro e un patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20 mila euro, basterà a bilanciare le esistenti misure a supporto del reddito che andrà a sostituire. La misura dovrebbe riguardare 400 mila famiglie (660 mila secondo le stime del governo), per un totale di 1,7 milioni di persone (2 milioni secondo il governo). Il programma usufruirà di risorse per circa 2 miliardi quest’anno, destinate a salire a circa 2,2 miliardi l’anno a partire dall’anno prossimo.

La fuga di cervelli non si interromperà

A prescindere da giudizi circa la “congruità” del Rei (si va da 190 euro mensili per famiglia monopersonali a circa 490 euro per famiglie di 5 o più persone), se anche si centrasse l’obiettivo di coinvolgere 1,7-2 milioni di persone (cui a quel punto andrebbero mediamente 1.000-1.300 euro all’anno stante le risorse previste) senza una decisa ripresa economica e dunque del mercato del lavoro, il numero di poveri in termini assoluti resterà a livelli quasi doppi rispetto a prima della crisi. Se poi considerassimo anche chi è povero in termini relativi (8,5 milioni a fine 2015, il 14% della popolazione, anche in questo caso con un’incidenza maggiore per gli under 34enni) non sembra che la misura sia da sola in grado di risolvere il problema dell’impoverimento dell’ex “bel paese”, né in grado di invertire, se non del tutto marginalmente, la fuga dei giovani italiani, che sempre tra il 2008 e il 2014 è aumentata del 64%.