Gli ultimi dati Eurostat sono un pugno nello stomaco: l’Europa ha 41milioni di poveri, in Italia la percentuale di persone che vive con “gravi privazioni materiali” è pari all’11,5% della popolazione (qui qualche grafico per capirne la distribuzione su base territoriale). È l'immagine più brutale della società che stiamo costruendo, dell'Europa post (?) crisi (e ancora alle prese con l'incognita inflazione, bisogna aggiungere), che ancora si interroga sulla sostenibilità del proprio modello di sviluppo. È la fotografia di un sistema che produce disuguaglianza.

Qualche tempo fa, Branko Milanovic, economista di chiara fama, spiegava come “ogni studio sulla diseguaglianza metta in discussione le strutture portanti non solo dell’economia ma del mondo in cui viviamo, e queste non sono domande sempre ben accette”. Insomma, parlare della disuguaglianza non è di moda, non è elegante, è irritante, a volte.

Che però la questione sia tutt’altro che marginale, è cosa pacifica, anche considerando il peso relativo che la “disuguaglianza” ha nella quotidianità delle persone. I dati sono piuttosto eloquenti anche se si guarda solo il periodo della crisi economica: prendendo in considerazione l’indice di Gini (che appunto misura la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza), si nota come sia aumentato il divario fra i gruppi sociali, con una chiara penalizzazione dei redditi più bassi. Insomma, per farla breve: la crisi ha aumentato le disuguaglianze reddituali e sociali, cementato la barriera reddituale, vero argine di una società sempre più ingiusta e sempre meno inclusiva.

Un circolo vizioso in cui, come spiegava Festa su LaVoce, “la disuguaglianza ha un effetto negativo sulla crescita perché ha una responsabilità nello scarso sviluppo del capitale umano di una parte della popolazione” (in pratica la disparità nella distribuzione del reddito “incide negativamente sullo sviluppo delle capacità lavorative di coloro che provengono da nuclei familiari con scarsi livelli di istruzione, perché per loro diminuiscono le opportunità di istruzione di grado elevato, di carriera lavorativa e di mobilità sociale”).

Criticare duramente "il migliore dei mondi possibili", non è un vezzo politicista. Né risponde a un vuoto e vecchio ideologismo. Ma è semplicemente fare i conti con la realtà. Milanovic argomenta: "Sono i fattori materiali che influenzano la vita della gente, ed il modo di pensare: la diseguaglianza non è un fenomeno nuovo, anzi, ma per 25 anni la classe media ha potuto mascherare la mancanza di crescita del reddito attraverso l’accesso al credito, indebitandosi. Con la crisi però questa bolla è scoppiata, e tutto d’un tratto milioni di persone hanno realizzato quale fosse la loro condizione materiale, hanno cominciato a sentire il peso delle perdite: l’economia era in recessione ed i salari si abbassavano". Quando il tetto è crollato, insomma, è entrata la luce e ci siamo resi conto di aver vissuto in una stanza priva di pavimento e dalle pareti piene di crepe. Quando sono crollate anche le pareti, ci si è resi conto di essere esposti agli stessi pericoli che gli altri, su scala globale, vivono quotidianamente.

La scoperta della diseguaglianza ora è "un tema di aggregazione del consenso sia per la sinistra (radicale) che per la destra", e sta portando a una radicalizzazione dello scontro politico che ha evidenti ricadute sociali. Sfiducia, insoddisfazione, angoscia e precarietà dell'esistenza sono diventate le nuove coordinate attraverso le quali leggere la società, o meglio, gli individui che compongono la società e si "autocollocano" in quelle che una volta erano le classi sociali. E le offerte politiche, tanto della sinistra egualitarista, che dei movimenti dal basso e della destra populista sono tarate e orientate in modo da intercettare tali coordinate, con esiti non sempre controllabili e gestibili.

Il punto è che la crisi ha accelerato la disgregazione di quel sistema che, per citare Piketty, considera “naturale” questa distribuzione del reddito e stabili, immutabili le leggi economiche, liquidando la disuguaglianza a mero effetto collaterale. Di contro, è cresciuta la consapevolezza che “l’attuale tendenza nella distribuzione del reddito non sia compatibile con la democrazia" e, fatta salva appunto la volontà politica, "non c’è motivo per cui le disuguaglianze debbano necessariamente continuare a crescere”.

La sfida della politica al tempo della disgregazione della società, in fondo, è tutta qui. Predicare e praticare un modello che rimetta la questione della disuguaglianza sociale al centro, che consideri prioritario riprogrammare azioni e contenuti