C’è la volontà e ci sono anche i dati sul rischio di aumento di immigrati irregolari a giustificare un intervento, eppure modificare il decreto sicurezza come proposto dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese comporta un rischio: che una volta “riallargate” le maglie dell’accoglienza, ora ridotte al minimo storico, manchino i lavoratori necessari a gestire l’impatto sociale e burocratico legato al fenomeno migratorio. Lamorgese per ora immagina una misura che ampli la sola platea di chi ha diritto al permesso di soggiorno per motivi occupazionali, e questo per evitare che a giugno circa 100 mila persone immigrate si tramutino in irregolari. Un passaggio che avrebbe impatto iniziale sugli organici di prefetture e anagrafi, ma che in seconda battuta riapre la strada a una gestione integrata dei flussi migratori città per città. Il problema è che si tratta della stessa gestione smantellata progressivamente dal decreto sicurezza e che ha bisogno di lavoratori qualificati. Se si tornasse al modello pre-Salvini, per così dire, l’Italia sarebbe in grado di ridare fiato in tempi brevi alla macchina organizzativa dell’accoglienza?

Quanti sono i posti a rischio

Leggendo i dati sui precari del meccanismo di integrazione, la risposta sembrerebbe essere no. Secondo la Funzione pubblica nazionale della Cgil, sono circa 4700 le vertenze già aperte dai lavoratori del settore e questo sin dall’entrata in vigore del decreto nel 2018. Il sindacato parla esplicitamente di espulsi, licenziati, non rinnovati.
Ma il grosso dei mancati rinnovi contrattuali esploderà proprio nel corso del 2020 e colpirà circa 15 mila profili ancora impiegati a vario titolo soprattutto nei sistemi di seconda accoglienza (ad esempio gli ex Sprar e i Cas entrambi sostituiti dal SIPROIMI il Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati).

Sui dati effettivi dei posti a rischio, lo precisiamo, le cifre sono ballerine. Sentita da Fanpage.it l’Associazione nazionale dei comuni italiani – che con il Ministero dell’Interno ha gestito l’organizzazione iniziale degli Sprar sul territorio – ha smentito di aver stimato in circa 40 mila gli addetti attivi nell’accoglienza e nell’integrazione al momento dell’entrata in vigore delle norme volute da Matteo Salvini (cifra invece da più fonti attribuita proprio a una elaborazione dell’Anci).  Non è quindi possibile conoscere con certezza dall’ente quanto sia il fabbisogno di personale attivo oggi e stimare quello necessario a gestire un eventuale nuovo picco di immigrazione viste le tensioni in Medioriente e Nordafrica (sempre che si possa e si voglia riattivare il sistema pre-decreto per evitare la creazione di centinaia di immigrati irregolari).

I profili depotenziati

Secondo Matteo Biffi, sindaco di Prato e delegato all’immigrazione di Anci, la strada del ritorno alla gestione sul territorio è l’unica  percorribile per evitare di popolare le città di “fantasmi”. “E’ vero, il decreto sicurezza ha smantellato ciò che era stato fatto per accogliere i migranti, impiegando personale qualificato di cui ora siamo sprovvisti sul territorio. Ma da qualche parte bisogna pur ricominciare e la strategia di Lamorgese ci sta aiutando a evitare di dover gestire situazioni d’emergenza e tornare a una condizione di gestione strutturata dell’immigrazione”.

Secondo le denunce dei corpi intermedi però proprio chi dovrebbe lavorare di nuovo alla macchina amministrativa e non dell'accoglienza, non ha certezze sul proprio futuro occupazionale. Si parla, dicevamo, di circa 15 mila posti a rischio: cifre plausibili visto che solo negli Sprar nel 2018 sono stati circa 14 mila i lavoratori impiegati nei progetti (la fonte è il sociologo Fabio Colombo).
Sono poi le tabelle per il personale impiegabile nelle strutture a fornire un quadro dei tagli operati alle risorse umane negli ultimi anni. “Avevamo fatto i calcoli più di un anno fa in base alle tabelle delle dotazioni organiche che il Ministero ha inviato alle prefetture”, spiega a Fanpage Stefano Sabato, sindacalista Fp Cgil. “A noi risultano circa 36 mila operatori, di questi 4 o 5 mila sono professioni a consulenza e quindi a partita Iva, con reclutamento privato”.
L’80% di questo personale, prima del decreto sicurezza, era impiegato nel primo livello di accoglienza e solo il 20% nel secondo livello cioè gli Sprar. Il crollo degli sbarchi a partire dal decreto Minniti ha ridotto la platea di migranti e di conseguenza gli utenti dei servizi annessi alla gestione del fenomeno, come la formazione.

Ma è con il decreto sicurezza che sono stati ulteriormente falciati dal primo livello alti profili destinati al percorso di integrazione. “Ad esempio – spiega il sindacalista – Su una struttura che accoglieva 50 persone, prima erano previsti tre operatori, due insegnanti di lingua italiana, e altri profili mentre oggi invece è previsto un solo operatore. Il numero delle ore inoltre è crollato e spariscono anche ruoli come infermieri o sono depotenziati i mediatori culturali”. Questo quadro è confermato dalle disposizioni del decreto sicurezza e dai riscontri nel settore cooperativo e da operatori sindacali locali raggiunti da Fanpage.

Con una precisazione. Psicologi, mediatori culturali, assistenti sociali, medici, interpreti e le figure qualificate possono essere riallocate o riassorbite nel terzo settore. Lo confermano fonti di Confcooperative e Legacoop secondo cui i profili più alti stanno trovando lavoro in imprese e associazioni a vocazione assistenziale non nate esclusivamente per condurre progetti legati al fenomeno migratorio, o sono stati riassegnati dalle stesse cooperative ad altre mansioni. Tutti sono però concordi nel ritenere l’integrazione un’importante e aggiuntiva opportunità di impiego, soprattutto in un momento storico in cui i flussi sono un dato di fatto non cancellabile a suon di decreti.
Il contraccolpo vero e proprio però deve ancora esplicarsi pienamente e colpirà soprattutto le strutture che per svolgere il servizio di accoglienza hanno investito in riqualificazioni di immobili, affitti per l’ospitalità diffusa e chiaramente assunzione di personale.

Il nodo bandi

Secondo Elena Palumbo, responsabile per il Piemonte di Fp Cgil, il vero disastro si verificherà quando i vecchi bandi per la gestione dei centri Cas scadranno. Il decreto sicurezza ha infatti tagliato i finanziamenti per i progetti ma molte cooperative e associazioni lavorano ancora sulla scorta dei vecchi appalti ancora in vigore. “Torino, ad esempio, opera ancora con i vecchi bandi (emessi in base ai criteri del decreto Minniti ndr) che scadranno a marzo – spiega Palumbo – Ma poiché i nuovi bandi prevedono meno finanziamenti – si è scesi dai 35 euro al giorno a 21-26 euro in media – Molte cooperative stanno già iniziando a non rinnovare i contratti ai loro lavoratori perché sanno che non parteciperanno ai nuovi appalti: con quelle cifre non puoi fare integrazione ma solo sorveglianza e nemmeno questo servizio è sostenibile con le risorse messe a disposizione”.
Fatte fuori le cooperative più strutturate, quindi, l’accoglienza in tutta Italia verrà demandata ad alberghi o soggetti privati che si candidino a fornire il minimo indispensabile, cioè vitto e alloggio. “Uno degli effetti paradossali del decreto sicurezza è che ha tagliato anche la sorveglianza nei Cas: dalle 24 alle 8 del mattino non c’è nessuno che controlli e le persone ospiti che possono uscire, andare in giro, senza che nessun tipo di controllo”, conclude la responsabile Cgil.

Cosa succederà nel corso del 2020

Secondo gli ultimi dati aggiornati e riassunti bene da Openpolis, tra Cas e Sprar nell’agosto del 2019 risultavano oltre 101 mila ospiti. Ma con la perdita stimata di 15 mila profili qualificati alla scadenza dei bandi e senza un numero sufficiente di strutture fisiche idonee ad accogliere – vista la fuga dei vecchi gestori dai nuovi appalti – il 2020 si profila come un anno a rischio emergenza sovraffollamento causata da un mix di minor personale, minori strutture adeguate e minori finanziamenti. Uno scenario particolarmente insicuro e non scongiurabile dalla riduzione progressiva degli sbarchi sul territorio arrivati sì a poche centinaia ma comunque non indicativi della qualità del fenomeno e del lavoro – tanto – che è ancora necessario per imparare a controllarlo in modo umano.