Perché l’amministrazione Trump è ossessionata dal latte intero

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump firma un disegno di legge e, quasi in parallelo, appare sui suoi social con dei baffi di latte sulle labbra. Attorno a lui, in decine di video diffusi dagli account ufficiali dell'amministrazione, uomini e donne in abiti eleganti ballano in ambienti ovattati, sorseggiano bicchieri colmi di latte intero, chiudono gli occhi come se stessero assaporando qualcosa di più di una semplice bevanda. Le immagini hanno l'estetica dei contenuti generati dall'intelligenza artificiale, ma non c'è alcuna finzione tecnologica, sono reali. Ed è proprio questa realtà, così accuratamente costruita, a rendere le immagini profondamente politiche.
Il provvedimento si chiama Whole Milk for Healthy Kids Act. Si tratta di una legge sostenuta trasversalmente, da Repubblicani e Democratici, che segnaun ritorno silenzioso ma molto simbolico: il latte intero rientra infatti ufficialmente nei menù delle mense scolastiche americane, dopo oltre un decennio di esclusione. La norma interviene in modo diretto sui piani alimentari destinati all'infanzia, modificandone i presupposti stessi. Si inserisce nel solco delle nuove linee guida nutrizionali federali, che tornano a raccomandare il consumo di latticini non scremati, riconoscendoli come parte integrante di un'alimentazione sana ed equilibrata.
È così la fine di una stagione iniziata nel lontano 2012, quando l'amministrazione Obama, con l'approvazione del Healthy Hunger-Free Kids Act, aveva invece limitato il latte intero nelle scuole, privilegiando versioni scremate o parzialmente scremate nel tentativo di contrastare l'obesità infantile.
Pur mantenendo la disponibilità di alternative più leggere, come le bevande vegetali previste per studenti con intolleranze, prescrizioni mediche o richieste familiari conformi agli standard nutrizionali, il provvedimento sancisce ora un principio nuovo nella gestione dei pasti scolastici. E il cambio di rotta appare evidente. Il latte intero non è più un'eccezione da giustificare né un rischio da contenere: torna a essere un alimento legittimo, e persino simbolico, all'interno della politica alimentare pubblica.
Dal nutrimento alla narrazione
A rendere questo ritorno qualcosa di più di una semplice revisione tecnica non sarebbe tanto la norma in sé, quanto il modo in cui viene raccontata. All'inizio di gennaio, il Dipartimento dell'Agricoltura ha pubblicato su X (ex Twitter) un messaggio che assomiglia più a uno slogan ideologico che a un consiglio sanitario: "I veri atleti scelgono il vero carburante. Bevi latte intero". A corredo, l'immagine di Enes Kanter Freedom, cestista NBA, ritratto mentre solleva un bicchiere colmo fino all'orlo e il latte che gli imbianca i baffi.
Con il Whole Milk for Healthy Kids Act, viene così introdotta una nuova piramide alimentare rovesciata, nella quale non solo i latticini, ma anche la carne rossa, occupano ora il vertice, mentre cereali e pane integrale scivolano sul fondo. Tutto questo, nonostante la ricerca scientifica mostri che un consumo eccessivo proprio di questi alimenti possa comportare invece rischi per la salute, dall'obesità alle malattie cardiovascolari.
In questo schema, il latte intero smette di essere semplicemente un alimento raccomandato e assume un valore simbolico: diventa emblema di forza, energia, vitalità e viene presentato come qualcosa di "vero", "naturale", "puro", contrapposto implicitamente a tutto ciò che appare "artificiale, mediato, sospetto".
Il latte bianco intero come codice esplicito per i movimenti suprematisti bianchi
Per comprendere perché questa ossessione abbia attecchito così rapidamente, bisogna però fare un passo indietro. Negli Stati Uniti, il latte non è infatti mai stato soltanto un alimento. A spiegarlo a Fanpage.it è Andrea Freeman, giurista statunitense, docente di diritto e titolare della Second Century Chair alla Southwestern Law School, vincitrice del Los Angeles Times Book Prize e del James Beard Media Award per i suoi studi sul rapporto tra razza, cibo e politiche pubbliche.
"Già all'inizio del Novecento il governo americano aveva iniziato a promuovere il consumo di latte come alimento essenziale alla crescita, alla salute e alla civiltà stessa", racconta Freeman. "In un periodo in cui molte persone avevano paura di bere latte perché associato a malattie come la tubercolosi, lo Stato inviò in tutto il Paese un proprio portavoce, il biologo nutrizionista E. V. McCollum, con il compito di convincere gli americani non solo che il latte fosse sicuro, ma che fosse indispensabile". Secondo Freeman, quel messaggio non era affatto neutro: "Nei suoi discorsi, poi riprodotti e diffusi in opuscoli ufficiali, McCollum sosteneva che le persone bianche, chiamate gli ‘ariani', che consumavano latte avessero sviluppato maggiore intelligenza, forza e capacità di progresso rispetto a chi seguiva diete prevalentemente vegetali. È in quel momento che si consolida un'associazione tra latte, purezza e bianchezza che non ha mai smesso di operare sotto traccia".
Negli anni Trenta, quella relazione diventa strutturale: "Il governo promise di sostenere l'industria lattiero-casearia acquistando il latte che gli allevatori non riuscivano a vendere", spiega ancora Freeman. "Il risultato furono enormi surplus: montagne di formaggio accumulate in celle frigorifere in tutto il Paese, persino in una gigantesca grotta nel Kansas". Per smaltire quelle eccedenze, lo Stato iniziò a distribuirle attraverso i programmi di assistenza pubblica: "Il formaggio e altri latticini diventarono alimenti centrali nelle mense scolastiche, nelle banche alimentari e nei programmi nutrizionali destinati alle riserve indigene", prosegue. "Molte delle persone che li ricevevano, spesso nere, latine o native, erano però intolleranti al lattosio o soffrivano già di patologie legate al consumo di latticini, come malattie cardiovascolari e ictus. Eppure il latte continuava a essere presentato come un alimento universale, sano per definizione, culturalmente neutro".
È proprio questa presunta neutralità, secondo Freeman, a rendere il latte un simbolo così potente ancora oggi. "Negli ultimi anni è diventato anche un codice esplicito per i movimenti suprematisti bianchi", osserva. Già nel 2017, durante le proteste contro l'installazione artistica He Will Not Divide Us di Shia LaBeouf, i gruppi di nazionalisti bianchi si presentavano bevendo latte come gesto performativo, trasformando la capacità di digerire il lattosio in una prova di appartenenza razziale, in presunta superiorità biologica. Da allora, la simbologia si è fatta sempre più esplicita. Tra i suprematisti bianchi, il latte è diventato oggetto di "challenge": prove in cui i partecipanti si sfidano a bere interi bicchieri di latte fino a vomitare.

Su forum e social network circolano ancora mappe che mostrano la distribuzione globale della tolleranza al lattosio, usate per suggerire una presunta superiorità biologica dei bianchi del Nord Europa. Poco importa che quelle stesse mappe mostrino livelli elevati di tolleranza anche in Africa occidentale, in Medio Oriente o in Asia meridionale: la scienza viene usata come alibi, non come verità.
E se si continua a fare un rapido giro su X (ex Twitter) ci si può imbattere facilmente anche in profili che esibiscono con orgoglio la dicitura "lactose tolerant" accanto a slogan MAGA, in foto di uomini con cappellini di Trump che brindano con bicchieri di latte accompagnati da scritte come Heil Milk, Heil Trump, Heil Victory. In questo universo simbolico, il latte non è solo bianco: è puro, forte, identitario. È un linguaggio pseudo-scientifico che permette di parlare di razza senza nominarla apertamente.





Negli anni sono nati addirittura progetti estremi come il famigerato sito White Power Milk, che vendeva, o simulava di vendere, latte "purificato" perché bevuto e poi sputato da donne bianche, selezionate per ceto e bellezza: un'operazione a metà tra trolling, pornografia razziale e performance, che però ha trovato clienti reali, disposti a pagare centinaia di migliaia di euro solo per consumare quel simbolo e appropriarsi della sua valenza culturale e ideologica.
"Oggi, con i latticini di nuovo al vertice delle Dietary Guidelines, quel meccanismo si ripete in forme aggiornate", spiega Freeman. "La promozione istituzionale del latte intero, non è mai del tutto separabile da un immaginario che associa quel bianco, letterale e simbolico come i baffi sopra le facce dei politici americani, a idee di purezza, ordine e appartenenza nazionale".
Kennedy, il latte crudo ed Elon Musk
È in questo quadro che si inseriscono le prese di posizione di Robert F. Kennedy Jr., oggi figura centrale nelle politiche sanitarie dell'amministrazione, che ha dichiarato pubblicamente di bere latte crudo, cioè non pastorizzato e consumato direttamente dalla mucca, accusando la Food and Drug Administration di portare avanti una "aggressiva soppressione" di prodotti come il raw milk, descritto come più autentico, più vicino alla natura, meno contaminato dall'intervento dello Stato e dalla burocrazia federale. Una posizione che ha contribuito a legittimare una sottocultura già esistente, quella dei Raw Milk Party: incontri informali in cui musica, balli e consumo collettivo di latte crudo si fondono in una sorta di rito identitario. Anche qui, il cibo diventa linguaggio. Bere latte, e berlo in un certo modo, serve a prendere posizione contro il regolatore pubblico, contro le élite scientifiche e quindi, contro tutto ciò che viene percepito come imposto, distante e artificiale.


Un esempio emblematico di come questi simboli circolino è poi Elon Musk, imprenditore tra i più noti e controversi del nostro tempo, fondatore di Tesla e SpaceX, personaggio mediatico capace di mobilitare milioni di follower con un tweet o un'emoji. Musk, commentando i post di Kennedy mentre beve latte crudo, pubblica emoji di braccia muscolose, bianco latte: un gesto apparentemente innocuo, ma che in questo contesto assume una forte valenza simbolica, quasi a rafforzare proprio quell'idea di forza, purezza e autenticità incarnata dal latte stesso.

Secondo Andrea Freeman, insomma, il punto non è tanto sostenere che dietro a ogni promozione del latte bianco ci sia consapevolmente un messaggio razzista. Il punto è riconoscere che, in questo momento storico, il latte funziona come un simbolo straordinariamente duttile: può essere cibo per bambini, carburante per atleti, nostalgia per un'America idealizzata, e allo stesso tempo ancora un segnale identitario per chi rivendica una gerarchia razziale. Proprio perché può sempre rifugiarsi nell'innocenza, perché riesce a circolare indisturbato.
Così, mentre i suprematisti bianchi rivendicano la propria tolleranza al lattosio come segno di superiorità biologica, le istituzioni federali celebrano il latte intero come emblema di salute, forza e tradizione nazionale. Le due cose non coincidono, ma nemmeno si annullano a vicenda. Si muovono sullo stesso terreno simbolico. E in un'America attraversata da nazionalismo, nostalgia e politiche identitarie, anche un bicchiere di latte può diventare molto più di quello che sembra.