Salta fuori una parte dei 49 milioni di cui la Lega si sarebbe indebitamente appropriata ai danni del Parlamento tra 2008 e 2010, falsificando rendiconti e bilanci. L'inchiesta della procura di Genova sui soldi della Lega ha un primo indagato, l'assessore regionale lombardo Stefano Bruno Galli. L'ipotesi di reato è quella di riciclaggio: avrebbe compiuto delle operazioni illecite attraverso l'associazione Maroni Presidente (nata nel 2013 per le regionali) su parte del denaro proveniente dai reati di truffa aggravata commessi da Umberto Bossi e l'ex tesoriere Francesco Belsito. In altri termini, una parte dei fondi derivati dalla falsificazione dei bilanci di partito, tramite la quale la Lega avrebbe intascato rimborsi elettorali ai danni del Parlamento, sarebbe finita nell'associazione controllata proprio da Galli.

L'iscrizione di Galli al registro degli indagati non può fare a meno che chiamare in causa Matteo Salvini. Il leader del Carroccio ha sempre preso le distanze dall'inchiesta, per cui la Cassazione ha stabilito a settembre 2018 la condanna per truffa ai danni dello Stato, confiscando quei 49 milioni di rimborsi elettorali che il partito deve ora restituire a rate di 600mila euro l'anno per i prossimi 80 anni. Salvini ha sempre parlato dei fatti come qualcosa di ben antecedente alla sua ascesa come segretario del partito, ritenendo per questo di non avervi nulla a che fare. Tuttavia, le cose sembrano ora cambiare notevolmente.

L'implicazione di Matteo Salvini

Una parte di quei 49 milioni sarebbe infatti stata trovata dagli inquirenti nei conti correnti dell'associazione Maroni Presidente, nata nel 2013 per sostenere la candidatura dell'ex governatore e segretario della Lega, Roberto Maroni e presieduta proprio da Galli, al momento unico indagato dalla procura di Genova. Proprio in quell'anno Matteo Salvini prese il posto di Maroni alla guida del Carroccio. "Quando gli si chiede dei 49 milioni, Salvini ride e dice: ‘Io non so nulla. Non è bello perché quelli sono soldi delle tasse dei cittadini che sono scomparsi, ora indagine farà suo corso ma sarebbe bene dire la verità", ha commentato ieri il segretario del Pd, Nicola Zingaretti.

Anche il senatore dem Dario Parrini è intervenuto puntando il dito contro l'ex ministro dell'Interno: "Una sentenza definitiva ha sancito che la Lega ha truffato lo Stato per 49 milioni, falsificando bilanci e rendiconti per ottenere i rimborsi pubblici. La Lega è condannata a restituire quelle somme ma non lo ha fatto. Da tempo sul partito di Salvini gravano forti sospetti di riciclaggio. Pochi minuti orsono un salto di qualità: mentre scrivo sono in corso perquisizioni della GdF relative a questa inchiesta. Al centro degli accertamenti l'Associazione Maroni Presidente. Stiamo ancora aspettando, dopo tante iniziative parlamentari, che Salvini ci dica dove sono finiti i proventi della truffa. Per ora ha fatto scena muta".

Le perquisizioni della Guardia di Finanza

Ieri la Guardia di Finanza ha perquisito l'abitazione di Galli, i suoi uffici a Milano, Monza e Lecco e due società, la Boniardi Grafiche e la Nembo srl, che hanno prestato i loro servizi per le campagne elettorali leghiste. L'ipotesi di reato per Galli, lo ricordiamo, è quella di riciclaggio: avrebbe compiuto delle una serie di operazioni "su una parte delle somme provento dei reati ex articolo 640 bis", cioè truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. I finanzieri si sono concentrati in particolare su 450mila euro che dalla Banca Aletti (con sede a Milano) sarebbero passati all'associazione: questi soldi formalmente avrebbero dovuto essere utilizzati per la campagna elettorale di Maroni, ma in realtà sarebbero stati girati su conti correnti riconducibili alla Lega.

Secondo gli inquirenti, un'altra parte dei 49 milioni sarebbero stati fatti sparire in Lussemburgo attraverso la banca Sparkasse di Bolzano: dopo i primi sequestri della procura sarebbero poi stati fatti rientrare in Italia. La banca, da parte sua, ha sempre sostenuto che quei fondi (circa 10 milioni) fossero soldi dello stesso istituto, che nulla avevano a che fare con il partito. La procura genovese ha ascoltato, come persona informata sui fatti, l'ex consigliere della lista Maroni Presidente, Marco Tizzoni, che a Milano aveva presentato un esposto in cui aveva adombrato il sospetto che l'Associazione Maroni Presidente "fosse stata tenuta nascosta ai consiglieri dovendo servire quale soggetto occulto di intermediazione finanziaria in favore della Lega o di terzi".