Opinioni
20 Gennaio 2023
07:26

Perché la leadership femminista di Jacinda Ardern è la dimostrazione che esiste un’altra politica

Con le sue dimissioni, la premier neozelandese Jacinda Ardern ha dimostrato che c’è anche un altro volto della politica. E lo ha fatto con una leadership femminista contraddistinta dalla lucidità, fino all’ammissione di essere troppo stanca per andare avanti.
A cura di Jennifer Guerra

Jacinda Ardern, la prima ministra della Nuova Zelanda dal 2017, ha annunciato ieri le proprie dimissioni. Nessuna crisi di governo, nessuno scandalo, un piccolo calo di popolarità ma non tale da giustificare l’uscita di scena. "Mi dimetto perché questo ruolo di grande privilegio comporta responsabilità. La responsabilità di sapere quando sei la persona giusta per fare da guida, e quando non lo sei", ha detto durante la conferenza stampa. "So cosa richiede questo lavoro e so che non ho più abbastanza energie per rendergli giustizia". Il partito laburista, di cui fa parte, si impegnerà a trovare un sostituto o una sostituta per Ardern entro il 7 febbraio, ultimo giorno del suo mandato.

Le dimissioni di Ardern sono state accolte con grande stupore a livello internazionale, ma anche dai neozelandesi. Sia il Guardian che la BBC parlano di una “decisione scioccante”. Non è infatti mai successo prima che una leader, tra l’altro molto apprezzata e sostenuta sia dentro che fuori il Paese, si facesse da parte perché stanca. A chi alludeva al calo dei sondaggi del suo partito come la causa delle sue dimissioni, Ardern ha risposto: “Non me ne vado perché penso che potremmo perdere le elezioni, ma perché penso che potremmo vincerle, e avremo bisogno di nuove teste per questa sfida”.

La decisione di Ardern è eccezionale per due motivi. Il primo è che è un’ammissione di vulnerabilità, una delle cifre politiche della premier che ha contribuito a renderla così amata e popolare. Quando nel 2019 si trovò ad affrontare la strage di Christchurch, l’attacco in due moschee che causò 51 morti perpetrato dal suprematista Brenton Tarrant, Ardern da un lato mantenne un atteggiamento di profonda empatia e vicinanza per la comunità musulmana, dall’altro si diede subito da fare per riconoscere la matrice islamofoba della strage e cambiare la legge sulle armi in vigore all’epoca.

Nel 2021, si scusò pubblicamente con le popolazioni del Pacifico perseguitate e deportate dal governo neozelandese fin dagli anni Settanta e non si limitò a dire qualche parola davanti a un microfono. Prese parte a una lunga cerimonia rituale tradizionale di riconciliazione, pronunciando discorsi in inglese, in lingua māori, in samoano e in tongano e incontrando le vittime e i loro discendenti. In queste e altre occasioni, Ardern non ha avuto paura di mostrarsi in lacrime o profondamente emozionata.

Ardern è sempre stata molto consapevole del suo carattere sensibile e ha temuto che potesse essere d’ostacolo nella sua carriera politica. Nel libro Rompi il soffitto di cristallo! di Julia Gillard e Ngozi Okonjo-Iweala, ha raccontato di non essersi mai sentita abbastanza forte per fare politica, anche dopo la sua nomina in parlamento. “Anche una volta entrata, mi chiedevo costantemente se avessi i tratti caratteriali e la personalità giusti per quell’ambiente, perché sono una persona sensibile, sono empatica, non mi piace il lato aggressivo della politica. Di tanto in tanto, nelle schede di valutazione messe insieme dai media, venivo classificata come infruttuosa perché non avevo rivendicato lo scalpo di nessun ministero del governo. Ma non era così che misuravo il successo”.

Forse è proprio questo mettersi in discussione che ha reso Jacinda Ardern una leader sicuramente atipica, ma molto capace e lungimirante. Il suo stile di leadership è stato più volte definito femminile o femminista (parola in cui si riconosce) e la domanda più ovvia è se anche un uomo avrebbe mostrato lo stesso livello di vulnerabilità e onestà, ammettendo di essere stanco e decidendo di farsi da parte nonostante il favore dell’opinione pubblica. La risposta a questa domanda non va cercata nell’idea semplicistica che le donne siano “per natura” leader migliori, più sensibili o più progressiste, ma nelle parole della stessa Ardern: “Ho messo costantemente in discussione le mie capacità, chiedendomi se potevo o meno assumere i ruoli che le persone mi sfidavano ad assumere. Vedo questo tipo di insicurezza in altre donne. E questo mi fa pensare che non sia solo la mia personalità. È qualcosa che ha che fare con il nostro […] livello di fiducia. Sai, quel vecchio cliché che impone dei tratti che devi possedere per assumere un ruolo e vedi solo quelli che non hai, piuttosto che quelli che hai. Per le donne, penso sia assolutamente così”.

La società spinge le donne a esigere di più da se stesse e a non sentirsi mai realmente pronte per le sfide che le attendono e, se da un lato questo può causare quell’insicurezza di cui parla Ardern, spesso le dota anche di una grande lucidità. Ammettere di essere stanche, di “aver esaurito la benzina”, riconoscere che là fuori c’è qualcuno più adatto alle circostanze e con maggiori energie non è affatto scontato nel mondo della politica, che fatica a riconoscere i propri limiti. E sta proprio qui la seconda ragione per cui il gesto di Ardern è così importante. Spesso, complice anche la retorica populista e demagogica, pensiamo alla politica soltanto come a un luogo di privilegio ed elitismo, in cui la cosa più importante è il proverbiale stare attaccati alla poltrona. Con il suo operato, Ardern ha dimostrato che c’è anche un altro volto della politica, faticoso e spesso estenuante, perché fatto per il bene comune. E che questo volto lo si ottiene soltanto essendo onesti con se stessi.

Qualcuno potrebbe pensare che la sua decisione di andarsene sia la dimostrazione che quella strada non funziona, che la politica è soltanto per i duri e puri che non mollano mai. Ma sarebbe bello per un attimo sospendere il cinismo e credere che farsi da parte non sia una sconfitta, ma anzi un segno di profondo rispetto non solo per quello che si è creato, ma anche per quello che deve arrivare.

Jennifer Guerra è nata nel 1995 in provincia di Brescia e oggi vive in provincia di Treviso. Giornalista professionista, i suoi scritti sono apparsi su L’Espresso, Sette, La Stampa e The Vision, dove ha lavorato come redattrice. Per questa testata ha curato anche il podcast a tema femminista AntiCorpi. Si interessa di tematiche di genere, femminismi e diritti LGBTQ+. Per Edizioni Tlon ha scritto Il corpo elettrico. Il desiderio nel femminismo che verrà (2020) e per Bompiani Il capitale amoroso. Manifesto per un Eros politico e rivoluzionario (2021). È una grande appassionata di Ernest Hemingway.
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